Il seme della violenza

Morutri era all’estremo limite del feudo del Sacramento. Il feudo aveva in cima, verso Calena, un poggio con la chiesetta diruta da cui prendeva nome. Accanto alla chiesa c’erano i resti di un piccolo romitaggio di cappuccini. La chiesetta era stata officiata fino al 1867, anno in cui il feudo, che apparteneva in gran parte alla mensa del vescovo di Calena e barone di Morutri, era stato incamerato e acquistato all’asta dai Cannavale. In quegli anni, una notte di maggio, un temporale, aveva chiuso Morutri e Calena in una luce fosforescente, e la cappella del Sacramento era stata spaccata dai fulmini. Alcuni pastori che avevano tentato di raccogliere le pecore e riportarle nelle stalle avevano visto nettamente, tra le nuvole, apparire il Santissimo, un disco luminoso e raggiante, da cui si staccavano i fulmini che piovevano sulla cappella. Venti pecore erano state carbonizzate; uno dei pastori si era trovato, svegliandosi dal lungo sonno, nudo come un verme. Era fuggito verso Morutri, inseguito da diecine di diavoli che uscivano dai ruderi della cappella saltabeccando e sibilando nel buio.
Un mese dopo, verso la fine di giugno, di notte e all’improvviso, dal nord, partì una piccola luce che incominciò a ballare tra le stoppie e gli arbusti. Dai quattro angoli delle terre sorsero vampate e le fiamme raggiunsero un boschetto nei pressi di Macchia Loreto e intorno alla cappella si accese un rogo.
Furono suonate le campane a stormo a Morutri, ma nessuno si mosse per andare a spegnere l’incendio. La sorgente di Gerino, e i ruscelli a sud della cappella, furono trovati, dopo qualche giorno, asciutti come il greto di un fiume africano.
Una terra maledetta e intoccabile: le terre del Sacramento, fulcro dell'ultimo romanzo di quel grande narratore del Sud, dimenticato e felicemente ritrovato, che è Francesco Jovine.


Le terre del Sacramento (1950), nell'edizione Donzelli.

Siamo in Molise, nel 1921.

Una terra arcaica, remota, che dopo il necessario tributo di giovani vite immolate per la Patria è rientrata con dolce stanchezza nei ritmi imposti dalla natura e dalle leggi: il duro lavoro nei campi e nei pascoli, la messa, l'ossequio ai notabili.

Notabili fra i quali spicca l'avvocato Enrico Cannavale, proprietario delle terre del Sacramento, quarantenne frivolo e inquieto sul quale sembra riverberarsi la natura diabolica dei suoi possedimenti, sottratti alla Chiesa:
In città si parlava degli amori di Enrico con giovani cameriere, con le contadine dei suoi poderi, con le figlie degli artigiani; gli si era attribuita come amante una equivoca segretaria che s’era portata a casa dalla città. I suoi sperperi, durante lunghe assenze in luoghi famosi per la dissolutezza dei costumi, erano stati materia di chiacchiere senza fine. Quest’uomo irrequieto, chiamato «la Capra del Diavolo», di pelo rossigno, dagli occhi furibondi o dolci, a seconda del moto interno dell’anima, noto per le brighe coi suoi concittadini, o per la sua generosità, ritenuta dabbenaggine da molti.
Una vaga ambizione politica - è fra i patroni della Società Operaia locale - e la chiacchierata relazione incestuosa con la cugina nubile Clelia sono gli unici tratti degni di nota in quest'uomo elegantemente incapace.

Proprio la sua sciatteria negli affari sarà il catalizzatore della vicenda.
Una cambiale non saldata; l'ufficiale giudiziario Filoteo Natalizio (pochi sanno dispiegare un'onomastica tanto originale quanto Jovine) e il nipote Luca, studente di giurisprudenza, si recano alla residenza di Cannavale per procedere a un sequestro.
L'avvocato è assente, il disonore incombe: senonché, un intervento insperato evita il peggio:
- Ho sentito e ho capito tutto, - fece recisamente Laura. - Di che somma si tratta?
- Cinquemila, signorina, - disse il Natalizio.
- È una piccola somma. Si può pagare anche immediatamente.
- Ma donna Laura, io mi permetto di darvi un consiglio, - disse l'avvocato Colonna. - La cambiale non è regolare nella forma, e solo il tribunale può decidere.
- Ma a vostro parere come deciderebbe?
- Be’, - fece don Carlo, imbarazzato.
- Allora vale la pena di pagare subito.
Si avvicinò al tavolo dove era seduto Luca. Il giovane si alzò di scatto. Laura disse:
- Lei ha da scrivere?
Luca si affrettò a offrirle una penna. Laura aprì la borsetta. Ne trasse il libretto degli assegni e ne riempì uno per cinquemila lire. Poi disse: - Debbo consegnare a lei? - e lo guardò fermamente negli occhi. Poi lo sguardo rapidamente scese a tutta la persona, e Luca se lo sentì addosso inquisitore, sprezzante, ed ebbe un’improvvisa vampa nelle gote. Ma quando i suoi occhi incontrarono di nuovo quelli della donna gli parve di vedervi un sorriso. Trovò il modo di balbettare:
- Non a me: io non c’entro. All'ufficiale giudiziario.
Laura si mosse per dare l’assegno a Filoteo Natalizio, ma la fermò a mezza strada l’avvocato Colonna.
- Prego, signorina, a me; passo io dal notaio Jannaccone.
Chi è Laura?
Una lontana cugina giunta da Napoli, che con la famiglia composta dall'anziano padre, l'ex presidente di Corte d'Appello De Martiis, dalla vedova del fratello, Giorgina, e dai quattro nipoti, sembrava rappresentare un fastidioso onere per il nostro godereccio... e si rivela invece profittevole.
Ma Laura De Martiis non è tipo da elargire favori per amor di Dio o dei legami di sangue, bensì per calcolo e ambizione:
La ragazza aveva studiato per molti anni al conservatorio senza mostrare eccezionali disposizioni all’arte che coltivava. Tra i suoi compagni si era fatta la fama di esecutrice impeccabile ma fredda e senza estro. Forse questi suoi amici ammiravano in lei più la bellezza del viso, la sciolta morbidezza del corpo che il talento musicale.
Durante gli ultimi anni che aveva abitato a Napoli, e durante un lungo periodo in cui il padre era stato a Roma in missione al ministero, Laura aveva frequentato concerti e riunioni private di musicisti, e aveva incontrato pittori, giornalisti, gente dell’aristocrazia, scrittori.
Considerata da questi uomini una graziosa dilettante più che una rivale, godeva di un consenso unanime. Ma Laura, allora, non era in grado di analizzare con freddezza il suo stato e viveva contenta dei tributi di una facile adorazione che, formulati da uomini di notevole intelligenza, acquistavano per lei valore di verità. Aveva avuto alcuni incontri amorosi trepidanti, a cui erano seguiti la cautela e il rapido apprendimento della schermaglia sessuale. Un comportamento saggio, non esente da un sospetto di scaltrezza che le consentiva di mantenersi entro i limiti di una correttezza convenzionale.
Ora, nella monotona vita di Calena, ritornandole i ricordi del recente passato, tutti gli interessi mentali che erano probabilmente fittizi, i controllati impulsi dei sensi, si rivestivano, nell’immaginazione, di allettanti colori.
Una Bovary al contrario, che baratta con scaltrezza la bellezza e la prontezza della gioventù per assicurare a se stessa e alla famiglia tranquillità economica e prestigio.
Un vero capofamiglia, severo e avaro di tenerezze:
Laura rientrando, cessato il baccano, sentiva soltanto il pianto del bimbo. Accorreva nella stanza dove si trovava Masino, se lo prendeva in braccio e gli asciugava le lacrime sul visetto tremante. Gli altri osavano appena sogguardare la scena. Rimanevano chini sui loro quaderni, levando il capo di tanto in tanto con molta cautela. Gianfilippo, che era il più grande, rimaneva anche lui immobile. Sapeva che la zia poteva all'improvviso corrugare la fronte e avere gli occhi bui di collera. Una collera fredda, senza grida, che si traduceva in castighi gravi, inflessibilmente mantenuti.
Ordinariamente Laura si portava nella sua camera Masino, e si cambiava di abito davanti a lui. Il bambino rimaneva per qualche attimo in un angolo a guardarla, poi si precipitava fra le sue braccia stringendola al collo e coprendola di baci. Sentiva le manine percorrerle ansiose il seno e il collo, e quando si scioglieva dall’abbraccio e tentava, per gioco, di farlo cadere, le piaceva udire il trillante riso del bimbo.
Il tenero incontro si ripeteva quasi tutte le mattine, ma per volontà di Laura durava poco. La ragazza all’improvviso era ripresa dai suoi crucci segreti, le si velava la fronte e gli occhi perdevano le loro limpide trasparenze. Masino si faceva all’improvviso silenzioso, scendeva dalle sue ginocchia con una successione di movimenti cauti, lenti; e il suo visetto si riempiva di stupore.
Portare all'altare l'abbiente scapolone, bisognoso di una più ordinata vita familiare e di un aiuto nella conduzione degli intricati affari terrieri (non dimentichiamo la sua aspirazione al seggio di deputato) è un'impresa che Laura porta a termine alla svelta.


Un'immagine dall'omonimo sceneggiato RAI (1970).

L'unica pecca del capitale di beltà così saggiamente investito è che non si può impedire di goderne, sia pure in modo confuso e periferico, anche a chi non rientri nelle sue mire.

Luca Marano, nipote ventenne dell'ufficiale giudiziario, è rimasto assai impressionato dal piglio risoluto di quella Pallade Atena di provincia, tutta ambizione e strategia.

Figlio di contadini, più noto per la sua vigoria fisica - è soprannominato toro di Morutri dai compagni di università - che per doti intellettuali o morali, nondimeno
aveva studiato con calma, con serietà, senza mostrare doti eccezionali, ma dando affidamento di riuscire a conseguire la sua laurea se avesse avuto la fortuna di frequentare, ogni tanto, i corsi e di sostenere i suoi esami. Ma da due anni non era riuscito che a fare una gita a Napoli in autunno e a strappare la promozione, in due esami secondari. Fra tutti gli studenti poveri di Calena, era forse il più povero, l’unico che, non avendo una famiglia in città, era privo delle modeste cure che gli altri godevano. Le sue permanenze a Morutri erano tristi.
Si sentiva sempre più estraniato, col passare degli anni, dalla vita della sua famiglia, e questo distacco gli pesava dolorosamente sul cuore. Le velature di malinconia del suo sorriso, la taciturna solitudine in cui non raramente si chiudeva, la timidezza che non riusciva a vincere, nonostante la volontà di entrare in rapporti familiari con gli altri, dipendevano da quella sua situazione intima. Facile, arguto, il gioco dei suoi compagni, compassato e solenne il suo modo di parteciparvi. A volte sentiva destarsi dentro un impulso quasi irrefrenabile alla violenza improvvisa, che valesse a recidere, d’un tratto, nettamente, il groviglio di sensazioni, di pensieri, che si venivano infoltendo nella sua anima. Vita segreta questa delle malinconie di Luca...
Tormento acuito dallo scandalo sollevato dalla sua rinuncia alla carriera ecclesiastica, mai completamente sopito, che lo ammanta di un'aurea sulfurea fiutata in particolar modo da sua madre, la sanguigna Immacolata:
Aveva chiuso la porta, si era guardata intorno. esplorando la penombra con lo sguardo inquieto. come se temesse una misteriosa presenza. Poi, fissando il figlio, gli aveva detto con voce profonda: - Tu devi essere di Dio, altrimenti tua madre maledirà il latte che ti ha dato. E Luca aveva visto sua madre sbottonarsi il corpetto. Per la prima volta, davanti ai suoi occhi e nella memoria sepolta del suo primo vagito, vide sbocciare le mammelle enormi, gonfie. coi capezzoli duri ed erti come bacche di ginepro. Le mani brune della madre, a dita divaricate, sollevavano dal basso le poppe come per deporle su un altare immaginario. Il viso della donna, smunto, allagato dalla luce fosca degli occhi, apparve a Luca collegato per un attimo alle mammelle in mostruosa unione.
Intrappolato in una vita di stenti, incompreso dalla famiglia, Luca si sente solo uno fra le
migliaia di studenti [che] piovevano a Napoli tra ottobre e novembre, per esporre ai professori le notizie lette nei manuali di Diritto Civile durante le desolate stagioni trascorse in villaggi come Morutri. Lunghi mesi passati a fumar cicche avvolte nelle carte di giornale, mangiando lasagnette di farina grigia condite con aglio e peperoni fritti, accanto ai camini ingrommati di fumo. Ragazzi che studiavano i manuali d'igiene e andavano a deporre i loro escrementi ai margini del villaggio, nelle cunette delle rotabili, seminando una scia di fiori fetidi agli imbocchi delle strade. 
Giovani come lui, che si lasciavano intossicare l'anima senza speranza. Domani avrebbero vissuto sfruttando, derubando subdolamente i contadini dei loro villaggi che erano legati alla loro stessa sorte, dalla stessa ingiustizia.
A piantare il primo germoglio dell'impegno, della voglia di opporsi a un destino già scritto, è l'incontro con don Giacomo Fortuna, un anziano missionario reduce dall'Africa:
- Potevo aiutarli soltanto materialmente, curarli, sfamarli. Era quello che tentavo di fare nel limite delle mie forze ricorrendo alla carità, ma parlando loro della giustizia. Alla loro rassegnazione tentavo di sostituire la speranza.
- Ma la carità, - disse Luca, - poteva bastare la carità?
- Certamente no. La carità è un eccellente esercizio spirituale per chi la esercita, ma un aumento di sofferenza morale per chi la riceve.
Eppure, - fece timidamente Luca, - Gesù Cristo non indicò altra strada agli uomini, mentre avrebbe potuto...
- Non avrebbe potuto, - replicò con rapida vivacità don Giacomo. - Tu non pensi che si era fatto uomo vero, con tutti i limiti degli uomini veri. Se Egli avesse voluto sottrarsi al martirio valendosi del suo potere divino, avrebbe potuto farlo. Accettò la legge degli uomini fino al sacrificio supremo perché era un vero uomo. Se egli avesse indicato agli uomini, allora, una strada diversa dalla carità per risolvere i problemi dei poveri, dei diseredati, il suo linguaggio sarebbe risultato incomprensibile. Il suo messaggio di giustizia, caro Luca, non risiede nella sua predicazione e nella resurrezione, ma nella sua morte. La morte di Gesù è il riconoscimento della legge che regge la società degli uomini.
La carità non basta; occorre giustizia.
Ma come instillare la consapevolezza dei propri diritti nei contadini e nei pastori piegati sotto il giogo?

Insoddisfazione e frustrazione, questo è l'amaro pane quotidiano di Luca.
Ma le cose non vanno meglio a palazzo Cannavale.
Le difficoltà di governare una famiglia allargata (quanto è attuale, questo romanzo)
Rare volte la mensa riuniva tutta la famiglia, con evidente fastidio di Enrico il quale guardava con ostile meraviglia tutti quei visi per lui estranei. e che non gli sarebbero mai diventati veramente familiari
e la sotterranea opposizione a Laura condotta dai suoi stessi familiari e dai servitori
Senza precedente accordo, si era stabilito che il fattore andasse dall’avvocato facendo in modo che Laura non se ne accorgesse. La involontaria ma concreta complicità di quell’atto, che le donne sentivano ostile a Laura, le metteva in eccitazione penosa. Felice, seduto su d’una sedia, con l’aria umile di un contadino stanco, scambiava con Clelia delle occhiate significative, come se entrambi fossero in grado di fare compiutamente, con leggeri movimenti del capo, con sospiri repressi, un colloquio amichevole sulla comune sventura. Elettra si era allontanata per dare un’occhiata alla casa. Temeva che la cameriera di Laura, uscita da una mezz’ora, potesse all’improvviso rientrare o che Masino, che era dal mattino nelle stanze della zia, potesse uscirne. Felice attraversò il corridoio cautamente, cercando di fare il minimo rumore possibile con la sua pesante pedata di uomo di campagna; anche lui che era di solito uomo calmo pareva sentisse la vaga inquietudine sospesa nell’atmosfera. Ma il suo timore d’incontrare Laura era veramente concreto. Non gli riusciva di avere le idee chiare di fronte a quella donna che lo guardava con sprezzante alterigia e lo lasciava parlare prima di esporre la sua idea. Abituato a opporre il suo servilismo, la sua fredda malizia, alla collerica loquacità dell’avvocato Cannavale, che finiva per cedere sempre, per noia, per pigrizia, per disgusto, alle sue richieste, quella donna che non batteva ciglio, e lo lasciava in piedi per delle mezz’ore, guardandogli le mani nodose, lo metteva in uno stato di penosissimo impaccio.
drenano sempre più gli entusiasmi e le energie della giovane.

Intanto, l'arrivo dell'inverno e la sospensione dei lavori agricoli avviluppano il paese in una sorta di carnevale agreste, fatto di feste, sensualità e, persino, delitto e morte.
Morte che passa molto vicino a Luca - e porta in sé altri echi bovariani:
Aurora Loprete aveva bevuto una caraffa di solfato di rame. Le donne che accorsero ai suoi urli e le slacciarono il busto, videro sbocciare sotto la stretta delle bende un grembo liscio e rotondo di donna incinta. Aurora aveva bevuto il suo solfato di rame nel pomeriggio, si era vestita coi suoi abiti nuovi e si era stesa sul letto. Forse credeva a una morte rapida e dolce. Ma dopo qualche minuto, si senti nelle viscere una muta di cani che la dilaniavano. Per ore, tra il meriggio e il crepuscolo, si era udito dal vicolo insistente, straziante, il suo urlo di bestia morente. Qualcuna delle donne tentò d’interrogarla per sapere chi era il padre del bambino, ma la donna faceva un cenno con le mani per far capire che non avrebbe mai parlato. Nessuno seppe mai con certezza chi fosse l’uomo che era riuscito a penetrare nella casa silenziosa, a violare quella rinunzia rassegnata e soave che pareva ammirevole a tutta la gente di Morutri. Si sapeva soltanto che Michele Marano, nelle notti chiare dell’autunno, si era messo più volte all’angolo del vicolo a suonare in sordina la sua fisarmonica.

- Lei diceva che il disonore non gliel’avrebbe tolto nessuno. Tutta Morutri avrebbe saputo lo stesso che Aurora Loprete stava per fare un mulo.
- E te lo aveva detto che si sarebbe avvelenata?
- Me l’aveva detto. Ma io non ci credevo. - Michele tacque, e rimase per qualche attimo con la testa china. Poi riprese più lentamente: - La volevo portare a Pietrafolca. C’è una maga che fa abortire le donne. Mi rispose che era troppo tardi. Il bambino si muoveva dentro, aveva un’anima, era una creatura di Dio… «Solo se moriamo tutti e due - diceva, - io sconto il mio peccato». E sono morti tutti e due.
Michele si torceva le mani; si stropicciava gli occhi asciutti, come un bambino.
- Tu non parli, Luca?
- Tu non hai colpa. Tu la volevi tenere come moglie, come la tua donna. Tu non l’avevi ingannata.
- E allora perché è successo tutto questo? - fece Michele.
- Non si sa mai perché succedono queste cose.
- È il Signore, - disse Michele. - Il Signore che ci ha voluto castigare.
Luca ebbe uno scatto. Si alzò in piedi e incominciò a passeggiare nervosamente per la stanza.
- Il Signore. Che c’entra il Signore? Se lei fosse stata libera di farlo, tu l'avresti sposata? Lo vedi? Tu l’avresti sposata. E lei non ti poteva sposare per una legge fatta dagli uomini. Che c’entra Dio con questa pazzia? Ci pensi? Dio avrebbe approfittato d’una cosa stupida per vendicarsi di due sue creature. Non è stupido Iddio; non può essere stupido e crudele come tu immagini.
Michele scuoteva la testa. Non riusciva a capire le parole di Luca. Dopo qualche istante disse:
- Ma io potevo persuaderla, e non ci sono riuscito. Una sera lei non voleva che io andassi a ballare e io ci andai lo stesso. Quando arrivai da lei, tardi, mi disse che si sarebbe uccisa. Ha pensato, forse, che l’avrei ingannata.
Luca gli aveva messo una mano sulla spalla e gli diceva: - Tu non hai colpa, Michele. La devi dimenticare. Se non la dimentichi, impazzisci.
Come disotterrare questo seme di discordia e cupa violenza?
Lo spietato giardiniere chiamato a estirpare il roveto del vizio è padre Marcello, giunto in paese per la quaresima.
Dopo una spettacolare flagellazione, organizza un rito dal sapore pagano che riporta il popolo in seno a Dio:
Il paese per quattro o cinque giorni si frugò l’anima. Tutto l’inverno passato accanto ai camini a ballare la tarantella, il vino bevuto, le allegre risate, i gemiti soffocati nel buio delle stamberghe che accoglievano tenebrose coppie di amanti, tornavano variamente alla memoria.Padre Marcello predicava tutte le sere. Durante la seconda predica annunziò che a ricordo perenne del pentimento generale, sarebbe sorta una Croce all’ingresso del paese. Sotto i piedi della Croce tutti i fedeli di Morutri, che avevano peccato, dovevano seppellire gli strumenti che erano stati perversi complici della loro trasgressione. Michele Papara prese due tronchi di faggio, li sgrossò con l’ascia, li piallò e durante la notte, con i suoi scalpellini, scolpì su un braccio della croce un gallo, la scala, la spugna. Poi tinse tutto con una vernice tenebrosa fatta di nerofumo, aceto e pece.
L’ultima sera padre Marcello si fustigò blandamente, parlò in termini più miti della vita peccaminosa di Morutri. A due ore di notte, parato di bianco, avendo ai lati don Settimio e padre Ferdinando, litaniando si avviò alla Costa Solente. La pesante croce era portata a spalla da quattro giovani contadini, che precedevano la processione e andavano tentando, cautamente, la strada sassosa. La folla che seguiva era illuminata da lanterne cieche e da torce a vento. Alla testa del corteo erano gli uomini. Alcuni avevano sulle spalle il fucile a canna rovesciata, altri portavano nella destra, ben visibili, rivoltelle, vecchie pistole.
Emilio Tassoni e Paolo Ferrani avevano nudi nelle mani due lunghi coltelli a serramanico con i quali una sera avevano tentato di sgozzarsi al vicolo delle Cese. Molti giovani avevano a tracolla le loro fisarmoniche, le loro chitarre; dei ragazzi portavano tamburelli a sonagli. Giunti ai margini della Costa Solente la processione si fermò. Gli uomini e i ragazzi che avevano le lanterne e le torce fecero circolo intorno alla buca profonda che doveva fare da tomba agli strumenti della lussuria e della violenza. A un cenno di don Settimio piovvero nella fossa coltelli, fucili, pistole. Quando il cumulo della tenaglia fu abbastanza alto, incominciò il lancio dei tamburelli che, volando sulle teste, mandavano il loro ultimo allegro tinnio nel buio della notte. Due ocarine di coccio si ruppero fragorosamente sulle pietre perché fallirono il bersaglio. Tra il mormorio vario di sospiri e delle preghiere, sorse a un tratto un pianto acuto di ragazzo seguito dallo schiocco di un ceffone.

Un'altra immagine dallo sceneggiato RAI (1970).

Non è solo la religione a imprimere una scossa alla comunità:

Nevicò tre giorni e tre notti e Calena ascoltò il suo silenzio. Non arrivava un’automobile; non si udiva il trepestio di un cavallo. Al quarto giorno, Calena rimase senza posta, senza giornali. Per quarantotto ore al Circolo delle Professioni si sperò che succedesse l’avvenimento atteso. Il mondo fuori di Calena si muoveva, agiva, ribolliva, mentre Calena non ne sapeva nulla. Furono giornate febbrili. Ma la mattina seguente soffiò la tramontana e tornò il sole. La neve divenne di cristallo. Qualche giorno dopo arrivarono i giornali e i signori di Calena seppero che era finito l’anno 1921 e incominciava il 1922. Ai primi di gennaio arrivò a Calena Pietro De Santis; era un trovatello che, una diecina di anni prima, aveva ammazzato con una sassata un compagno ed era stato chiuso in un riformatorio; ne era uscito per andare al fronte. Ricomparve a Calena vestito con vistosa eleganza, con una testa di morto in argento appuntata sul soprabito.
Il 1922, ossia il fascismo.
In capo a qualche mese, le adunate dei primi proseliti si svolgevano ormai con burocratica regolarità; erano entrate nella liturgia della vita di Calena.

Luca, ora assistente del notaio di Calena, osserva scettico questa pretesa di rinnovamento. Come può essere davvero rivoluzionario un movimento che gode tanto favore dai notabili che spadroneggiano insulsamente su terre e su genti?

La frustrazione della ricca, abbagliante moglie dell'avvocato; la furia confusa e impaziente del giovane popolano: le loro traiettorie s'incontrano in una comunione d'intenti soffusa di reciproca attrazione.

Riportare a nuova vita le terre del Sacramento, le terre maledette, strappate a Dio.
- Non è facile, - aveva detto Luca. - Credono che le terre siano maledette.
- E lei ci crede? - aveva chiesto Laura sorridendo. 
- Io no, - aveva risposto Luca. Ma purtroppo a Morutri molti ne sono convinti. Specialmente le donne. 
Laura aveva aggiunto sempre sorridendo. con amabile grazia: - Lei conosce don Giacomo Fontana? 
- Lo conosco. L'ho incontrato un giorno mentre pescava nel Calandro, e sono stato poi due volte a casa sua. 
- Mi farò aiutare anche da lui. Ho un'idea.
L'eloquenza di Luca e la riconsacrazione della cappella del Sacramento da parte del buon don Fontana gli valgono il compatto consenso dei concittadini, che si dispongono a piantare i semi di un nuovo futuro, quello che vedrà ciascuno di loro proprietario di un fazzoletto delle famigerate terre.


Contadini di Isernia, 1921.

Solo la madre Immacolata tace, sospettosa e gravata da un'inquietudine diabolica.

Ma non può che restare accanto al figlio.


Malgrado l'entusiasmo iniziale, non tutto procede liscio.
Laura fatica a reperire i finanziamenti necessari, si scoraggia:
Enrico ebbe un sorriso malizioso.
- Ti scoraggi presto. Io ci ho messo più tempo di te.
- Eppure bisogna fare qualche cosa, - disse Laura con improvvisa stizza. - Tu non hai un’idea che imbroglio siano i tuoi affari. Se qui non ci si muove va tutto in malora.
- Tutto deve andare in malora, - disse Enrico rimettendosi stancamente a sedere. - Sono stufo di questa storia. In fondo, cosa vuoi che succeda? Diventerò povero; Forse, per me, non c’è altro rimedio che quello di diventare povero.
- Tu povero? - disse Laura con represso furore. - Gli uomini come te, con le tue abitudini, non possono essere poveri senza diventare abietti.
- Basta, - disse Enrico con voce stanca. - Non ricominciamo. Tu vuoi occuparti delle terre del Sacramento, e fàllo. Ma se credi che io non abbia tentato, ti sbagli. Ci vogliono braccia e danaro. E le braccia non ci sono perché sulle terre del Sacramento passeggiano i diavoli; e i soldi non si trovano perché sulle terre indemoniate ci sono troppe ipoteche. Non c'è nulla da fare, ma tu tenta se ti fa piacere. Però non ti occupare della mia condotta politica…
Ma sarà l'ambizione politica dell'avvocato a dare il via al precipitare degli eventi.
Identificato come simpatizzante socialista, è aggredito da una milizia fascista.
Ha salva la vita, ma il suo decadimento mentale fa riaffiorare in Laura un istinto di conservazione feroce, forse non del tutto consapevole.
Si aggrappa a un losco affarista, il barone di Santasilia, le cui intenzioni verso i contadini di Morutri sono tutt'altro che filantropiche: il loro lavoro servirà a preparare le terre da assegnare a società e ricchi investitori.

Messo al corrente da un compagno di università, Luca - che nel frattempo a Napoli si è scontrato con un gruppo di compaesani fascisti - non può che prendere atto della trama ordita alle sue spalle: altro non è stato che uno useful idiot.
Luca aveva detto, rigirandosi tra le mani la busta con l’indirizzo di Laura:
- È a Sanremo.
Gesualdo fece:
- Non tornerà. È un posto dove si sta bene, quello.
- Deve tornare, - fece Luca.
- Vedi, il tuo errore è in questo, - disse Gesualdo. - Tu supponi che la signora Cannavale se la sia filata per paura di dover rispondere della sua promessa. Sei ingenuo, Luca. Io sono sicuro che non ci pensa più. E' andata a Sanremo perché le faceva comodo di andare a Sanremo. Io faccio quello che vuoi, cerco anche don Giacomo Fontana; ma non c’è. Se fosse tornato in questi giorni, lo saprei. E poi a che ti potrebbe servire? Non si può far nulla, Luca.

Il notaio fece uno sbadiglio e si passò la mano magra, più volte, sul viso. Poi gli disse, con la sua solita voce stanca:
- Riprendi il lavoro subito? Abbiamo molto da fare. Pensandoci bene dico che è meglio che tu sia tornato. A Napoli ti sei mischiato in cose che non ti riguardano. Hai fatto a botte coi fascisti. Tu sei un ragazzo povero e non ti dovresti mettere in questi imbrogli.
Chi ha piantato il seme dell'inganno?

Il barone di Santasilia, spietato uomo d'affari?

Laura, fredda e calcolatrice?

I fascisti, in tumulto per cambiare tutto affinché nulla cambi?

La chiesa, pronta solo a consigliare prudenza promettendo una ricompensa ultraterrena?

Cannavale padre che acquistò le terre consacrate a Dio?

Forse tutti loro hanno coltivato le spine del male e della violenza.

Ma può il seme della speranza, irrorato di sudore e lacrime, semplicemente marcire sottoterra, sepolto fra le illusioni e i patimenti?

No.

Quel fiore sboccia, e ha il profumo aspro della ribellione.

Composti e disperati, Luca e i suoi si preparano a raccogliere le messi.

Messi di sangue che rifacciano sacre le terre maledette.

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