Il blocco del recensore... che corre sotto la Pelle

Ho esitato molto a riprendere le redini di questo blog.

Sarà stato lo scorcio d'estate promesso dalla settimana appena trascorsa; una routine più pesante del solito; la distrazione che questa vaga stagione porta con sé.

O forse, un autentico blocco... del recensore.

Non del lettore, per fortuna: di romanzi belli, dimenticati e dissepolti dallo scaffale polveroso della biblioteca ho sempre una gran fame; la linfa per nutrire questo piccolo spazio non manca.

Ma cosa dire quando incontri quel libro così ricco di senso, come un diamante tagliato da mano esperta in centinaia di sfaccettature, ciascuna irradiante il suo proprio colore, ora sanguigno, ora cupo, ora delicato, che si conficca negli occhi e nel cuore?

Quel libro che ti avvicina, ti avvicina a toccare quasi con mano la miseria, l'amarezza e l'eroismo; e all'improvviso con un pugno ti ributta sul letto, perché tu, a distanza incommensurabile, non puoi e non potrai mai capire.

Quel libro che come una creatura mitologica ti entra dentro, e mutando sempre forma ti corre sotto la pelle.

Proprio a La pelle di Curzio Malaparte voglio dedicare l'articolo di oggi; una recensione bizzarra, anche un po' stanca, perché inizia con la consapevolezza di non poter scrivere che un atomo di quello che il romanzo trasmette.


La pelle (1949) nell'edizione Adelphi più recente.

Un'indecisione del recensore, la mia, che forse fa da piccolo, indegno contraltare a quella mortale dell'autore, intento a dare un senso alla devastazione materiale e morale che lo circonda, nella Napoli dell'autunno '43, liberata-occupata dagli Alleati.

Prendiamo allora la pelle come filo conduttore di questa cronaca che l'autore, liaison officer fra gli Anglo-americani e le truppe di Badoglio, fa di quei giorni disperati, come un ganglio sensibile e reattivo, nervo che si scopre a ogni giro di pagina.

La pelle che distingue i vincitori dai vinti:
quei meravigliosi eserciti, nati, come Venere, dalla spuma del mare. Non un soldato che avesse un foruncolo, un dente guasto, una semplice bollicina sul viso. Non s'eran mai visti, in tutta Europa, soldati così disinfettati, senza il più piccolo microbo né fra le pieghe della pelle, né fra le pieghe della coscienza. E che mani! Bianche, ben curate, sempre protette da immacolati guanti di pelle scamosciata. Ma quel che più commuoveva il popolo napoletano era la gentilezza di modi dei liberatori, specie degli americani, la loro disinvolta urbanità, il loro senso di umanità, il loro sorriso innocente e cordiale di onesti, buoni, ingenui ragazzoni. Se è mai stato un onore perdere la guerra, era certamente un grande onore, per i napoletani, e per tutti gli altri popoli vinti dell'Europa, aver perduto la guerra di fronte a soldati così cortesi, eleganti, lindi, così buoni e generosi. 
Belli come fiori, questi soldati, ma velenosi: come in un esperimento alchemico dettato non dalla scienza di uno stregone, ma dalla necessità della storia, la reazione con la nobile miseria dei Napoletani è tossica:
Eppure, tutto ciò che quei magnifici soldati toccavano, subito si corrompeva. Gli infelici abitanti dei paesi liberati, non appena stringevano la mano ai loro liberatori, cominciavano a marcire, a puzzare. Bastava che un soldato alleato si sporgesse dalla sua jeep per sorridere a una donna, per accarezzarle fugacemente il viso, perché quella donna, serbatasi fino a quel momento dignitosa e pura, si cambiasse in una prostituta. Bastava che un bambino si mettesse in bocca una caramella offertagli da un soldato americano, perché la sua anima innocente si corrompesse. 
Gli stessi liberatori erano atterriti e commossi da tanto flagello. 'Umana cosa è aver compassione degli afflitti' scrive il Boccaccio nella sua introduzione al Decamerone, parlando della terribile peste di Firenze del 1348. Ma i soldati alleati, specialmente gli americani, davanti al miserando spettacolo della peste di Napoli, non avevano compassione soltanto dell'infelice popolo napoletano: avevano compassione anche di se stessi. Poiché già da qualche tempo s'era insinuato nel loro animo ingenuo e buono il sospetto che il terribile contagio era nel loro sorriso onesto e timido, nel loro sguardo pieno di umana simpatia, nelle loro affettuose carezze. La peste era nella loro pietà, nel loro stesso desiderio di aiutare quello sventurato popolo, di alleviare le sue miserie, di soccorrerlo in quella tremenda sciagura. Il morbo era nella loro stessa mano tesa fraternamente a quel popolo vinto. 
Forse era scritto che la libertà dell'Europa dovesse nascere non dalla liberazione, ma dalla peste. Forse era scritto che, come la liberazione era nata dalle sofferenze della schiavitù e della guerra, la libertà dovesse nascere dalle sofferenze, nuove e terribili, della peste portata dalla liberazione. La libertà costa cara. Molto più cara della schiavitù. E non si paga né con l'oro, né col sangue, né con i più nobili sacrifici: ma con la vigliaccheria, la prostituzione, il tradimento, con tutto il marciume dell'animo umano.
Ed è questa prostituzione, questo contatto impudico, che disgusta e indigna Malaparte:
Ma dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare "per vivere". E' una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle. Non è più la lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l'onore. E' la lotta contro la fame. E' la lotta per un tozzo di pane, per un po' di fuoco, per uno straccio con cui coprire i proprii bambini, per un po' di paglia su cui stendersi. Quando gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, una cicca, una scorza d'arancia, una crosta di pane secco raccattata nelle immondizie, un osso spolpato, tutto ha per loro un valore enorme, decisivo. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere. Per un tozzo di pane ciascuno di noi è pronto a vendere la propria moglie, le proprie figlie, a insozzare la propria madre, a vendere i fratelli e gli amici, a prostituirsi a un altro uomo. E' pronto a inginocchiarsi, a strisciare per terra, a leccare le scarpe di chi può sfamarlo, a piegare la schiena sotto la frusta, ad asciugarsi sorridendo la guancia sporca di sputo: ed ha un sorriso umile, dolce, uno sguardo pieno di una speranza famelica, bestiale, una speranza meravigliosa. 
Preferivo la guerra alla peste. Da un giorno all'altro, in poche ore, tutti, uomini, donne, bambini, erano stati contagiati dall'orribile, misterioso morbo. Quel che meravigliava e atterriva il popolo, era il carattere improvviso, violento, fatale, di quella spaventosa epidemia. La peste aveva potuto, in pochi giorni, più di quanto non avessero potuto la tirannia in venti anni di universale umiliazione, e la guerra in tre anni di fame, di lutti e di atroci sofferenze. Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli, poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi? 
Prostituzione vera, che tocca anche quanto di più sacro vi sia a Napoli: i figli.
La ragazza gettò la sigaretta per terra, afferrò con la punta delle dita i lembi della sottana, e lentamente li sollevò: prima apparvero i ginocchi, stretti dolcemente nella guaina di seta delle calze, poi la pelle nuda delle coscie, poi l'ombra del pube. Rimase un istante in quell'atto, triste Veronica, col viso severo, la bocca sprezzantemente socchiusa. Poi, lentamente rovesciandosi sulla schiena, si distese sul letto e aprì adagio adagio le gambe. Come fa l'orrenda aragosta in amore, quando apre lentamente la tenaglia delle branche guardando fisso il maschio con piccoli occhi rotondi, neri e lucenti, e sta immota e minacciosa, così fece la ragazza aprendo lentamente la rosea e nera tenaglia delle carni, e rimase così, guardando fisso gli spettatori. Un profondo silenzio regnava nella stanza. 
“She is a virgin. You can touch. Put your finger inside. Only one finger. Try a bit. Don't be afraid. She doesn't bite. She is a virgin. A real virgin” disse l'uomo spingendo la testa dentro la stanza per lo spacco della tenda. 
Un negro allungò la mano, e provò col dito. Qualcuno rise, e pareva si lamentasse. La 'vergine' non si mosse, ma fissò il negro con uno sguardo pieno di paura e di odio. Mi guardai intorno: tutti erano pallidi, tutti erano pallidi di paura e di odio. 
“Yes, she is like a child” disse il negro con voce rauca, facendo roteare lentamente il dito. 
“Get out the finger” disse la testa dell'uomo infilata nello spacco della tenda rossa. 
“Really, she is a virgin” disse il negro ritraendo il dito. 
A un tratto la ragazza richiuse le gambe con un molle tonfo dei ginocchi, si risollevò con un colpo delle reni, si riabbassò la veste, e con rapida mano ghermì la sigaretta di bocca a un marinaio inglese ch'era vicino alla sponda del letto. 
“Get out, please” disse la testa dell'uomo, e tutti uscimmo lentamente, uno dietro l'altro, per la piccola porta in fondo alla stanza, strascicando i piedi sul pavimento, impacciati e vergognosi. 

Alzai per caso gli occhi, e vidi il cielo. E' una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. E' una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com'era il cielo quel giorno, in quel momento. Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno e vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell'alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde. Quel cielo delicato e crudele, che sulla collina di Posillipo dolcemente incurvandosi si faceva rosso e tenero come la pelle di un bambino. 
La pelle fra corruzione e integrità, fra sanità e peste... Malaparte non si riconosce in alcuna: la pietà che prova per il suo popolo è intrisa di vomito; la necessaria confidenza con i sani, forti, integerrimi vincitori è venata di incomprensione e orgoglio:
“Che cosa, dunque, vi ha ridotti così?” disse il Generale Guillaume con voce un po' rauca. 
“La pelle.” 
“La pelle? quale pelle?” disse il Generale Guillaume. 
“La pelle” risposi a voce bassa “la nostra pelle, questa maledetta pelle. Voi non immaginate neppure di che cosa sia capace un uomo, di quali eroismi e di quali infamie sia capace, per salvar la pelle. Questa, questa schifosa pelle, vedete?” (E così dicendo mi afferravo con due dita la pelle del dorso della mano, e l'andavo tirando qua e là.) “Una volta si soffriva la fame, la tortura, i patimenti più terribili, si uccideva e si moriva, si soffriva e si faceva soffrire, per salvare l'anima, per salvare la propria anima e quella degli altri. Si era capaci di tutte le grandezze e di tutte le infamie, per salvare l'anima. Non la propria anima soltanto, ma anche quella degli altri. Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle, soltanto per la propria pelle. Tutto il resto non conta. Si è eroi per una ben povera cosa, oggi! Per una brutta cosa. La pelle umana è una cosa brutta. Guardate. E' una cosa schifosa. E pensare che il mondo è pieno di eroi pronti a sacrificare la propria vita per una cosa simile!” 
“Tout de même...” disse il Generale Guillaume. 
“Non potete negare che in confronto a tutto il resto... Oggi, in Europa, si vende di tutto: onore, patria, libertà, giustizia. Dovete riconoscere che è una cosa da nulla vendere i propri bambini.” 
“Voi siete un uomo onesto” disse il Generale Guillaume “non vendereste i vostri bambini.” 
“Chi sa?” risposi a voce bassa “non si tratta d'essere un uomo onesto, non vuol dire nulla essere una persona per bene. Non è una questione d'onestà personale. E' la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c'è che la pelle che conta, ormai. Di sicuro, di tangibile, d'innegabile, non c'è che la pelle. E' la sola cosa che possediamo. Che è cosa nostra. La cosa più mortale che sia al mondo. Solo l'anima è immortale, ahimè! Ma che cosa conta l'anima, ormai? Non c'è che la pelle che conta. Tutto è fatto di pelle umana. Anche le bandiere degli eserciti son fatte di pelle umana. Non ci si batte più per l'onore, per la libertà, per la giustizia. Ci si batte per la pelle, per questa schifosa pelle.” 
“Voi non vendereste i vostri bambini” ripeté il Generale Guillaume guardandosi il dorso della mano. 
“Chi sa?” dissi “se avessi un bambino, forse lo andrei a vendere per potermi comprare delle sigarette americane. Bisogna essere uomini del proprio tempo. Quando si è vigliacchi, bisogna essere vigliacchi fino in fondo.” 
La pelle che separa Malaparte, involontario ambasciatore d'Italia e d'Europa, dai vincitori si fa tesa, tesa e sanguinante, quanto deve opporre la pietà all'efficienza dei nuovi venuti.

Siamo a Cassino, ancora occupata dai Tedeschi.
Un giovane soldato è ferito a morte; gli intestini escono in grovigli sulle sue ginocchia.
Che fare?
I commilitoni vogliono intervenire, trasportare, organizzare.
Ma è Malaparte a imporre una fine dignitosa per il giovane: con la balzana, corriva pietà che gli Americani non comprendono, imbastisce per lui una festa bucolica lietamente infernale, affinché si spenga senza troppo soffrire.
Voltai il viso, e guardai quella strana festa campestre, quel piccolo Watteau dipinto da Goya. Era una scena viva e delicata: quel ferito disteso per terra, quel negro che suonava l'armonica appoggiato al tronco di un olivo, quelle ragazze lacere, pallide, scarne, allacciate a quei bei soldati americani dal viso roseo, in quell'argentea selva di olivi, fra quei poggi nudi sparsi di pietre rosse nell'erba verde, sotto quel cielo grigio, vecchio, percorso di sottili vene azzurre, floscio e rugoso, quel cielo simile alla pelle di una vecchia. E a poco a poco sentivo la mano del morente freddarsi fra le mie mani, a poco a poco abbandonarsi. 
Allora alzai un braccio, e diedi un grido. Tutti ristettero guardandomi, poi si avvicinarono, si curvarono sul ferito. Fred si era abbandonato sulla schiena e aveva chiuso gli occhi. Una maschera bianca gli copriva il viso. 
“Muore” disse il sergente a voce bassa. 
“Dorme. Si è addormentato senza soffrire” dissi, accarezzando la fronte del ragazzo morto. 
“Non lo toccate!” gridò il sergente tirandomi indietro brutalmente per un braccio. 
“E' morto” dissi a voce bassa “non gridate.” 
“E' colpa vostra se è morto” gridò il sergente “siete stato voi a farlo morire, lo avete ammazzato voi! E' morto per colpa vostra, nel fango, come una bestia. You bastard!” E mi colpì in viso col pugno. 
“You bastard!” gridarono gli altri stringendosi minacciosi intorno a me. 
“E' morto senza soffrire” dissi “è morto senza accorgersi di morire.” 
“Shut up, you son of a bitch!” gridò il sergente percuotendomi in viso. 
Io caddi sulle ginocchia, un fiotto di sangue mi sgorgò dalla bocca. Tutti mi si buttarono addosso, colpendomi con i pugni e i calci. Mi lasciavo picchiare senza difendermi, non gridai, non dissi una parola. Fred era morto senza soffrire. Avrei dato la mia vita, per aiutare quel povero ragazzo a morire senza dolore. Ero caduto sulle ginocchia, e tutti mi colpivano con i pugni e i calci. Ed io pensavo che Fred era morto senza soffrire. 
A un tratto udimmo il rumore di una macchina, uno strider di freni. 
“Che c'è?” gridò la voce di Campbell. 
Tutti si allontanarono da me, e tacquero. Io rimasi in ginocchio accanto al morto, il viso inondato di sangue, e tacevo. 
“Che cosa ha fatto quest'uomo?” disse il Capitano medico Schwartz, dell'ospedale americano di Caserta, avvicinandosi a noi. 
“E' questo bastardo italiano” disse il sergente guardandomi con odio, mentre le lacrime gli rigavano il viso “è questo sporco italiano che lo ha fatto morire. Non ha voluto che lo portassimo all'ospedale. Lo ha fatto morire come un cane.” 
Io mi sollevai a fatica, e rimasi in piedi, in silenzio. 
“Perché avete impedito che fosse portato all'ospedale?” disse Schwartz. Era un uomo piccolo, pallido, dagli occhi neri. 
“Sarebbe morto lo stesso” dissi “sarebbe morto per strada, fra le più atroci sofferenze. Non volevo che soffrisse. Era ferito al ventre. E' morto senza soffrire. Non si è neppure accorto di morire. E' morto come un bambino.” 
Schwartz mi fissò in silenzio, poi si avvicinò al morto, sollevò la coperta, contemplò a lungo l'orrenda ferita. Lasciò ricadere la coperta, si volse verso di me, mi strinse in silenzio la mano. 
“I thank you for his mother” disse “vi ringrazio per sua madre.”
Se fra soldati si è infine instaurata una profonda fiducia, per quanto insondabile e non priva di pregiudizi, c'è chi ancora vorrebbe pizzicare quella pelle italiana inerte e fatalista, avviarla alla fortuna e al timor di Dio.


La locandina del film tratto dal romanzo (1981).

E' il caso di Mrs. Flat, membro di spicco del ramo femminile dell'US Army, tutta schietto buon senso bostoniano.
Cosa opporre a così poco tatto e comprensione?
Dobbiamo attraversare la pelle che separa il reale dal fantastico.
Tutti guardammo il pesce, e allibimmo. Un debole grido d'orrore sfuggì dalle labbra di Mrs. Flat, e il Generale Cork impallidì. 
Una bambina, qualcosa che assomigliava a una bambina, era distesa sulla schiena in mezzo al vassoio, sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rosei rami di corallo. Aveva gli occhi aperti, le labbra socchiuse: e mirava con uno sguardo di meraviglia il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto da Luca Giordano. Era nuda: ma la pelle scura, lucida, dello stesso color viola del vestito di Mrs. Flat, modellava, proprio come un vestito attillato, le sue forme ancora acerbe e già armoniose, la dolce curva dei fianchi, la lieve sporgenza del ventre, i piccoli seni virginei, le spalle larghe e piene. 
Poteva avere non più di otto o dieci anni, sebbene a prima vista, tanto era precoce, di forme già donnesche, ne paresse quindici. Qua e là strappata, o spappolata dalla cottura, specie sulle spalle e sui fianchi, la pelle lasciava intravedere per gli spacchi e le incrinature la carne tenera, dove argentea, dove dorata: talché sembrava vestita di viola e di giallo, proprio come Mrs. Flat. E come Mrs. Flat aveva il viso (che l'ardore dell'acqua bollente aveva fatto schizzar fuori della pelle come un frutto troppo maturo fuor della sua scorza) simile a una lucente maschera di porcellana antica, e le labbra sporgenti, la fronte alta e stretta, gli occhi tondi e verdi. Le braccia aveva corte, una specie di pinne terminanti a punta, in forma di mano senza dita. Un ciuffo di setole le spuntava al sommo del capo, che parevan capelli, e rade scendevano ai lati del piccolo viso, tutto raccolto, e come aggrumato, in una specie di smorfia simile a un sorriso, intorno alla bocca. I fianchi, lunghi e snelli, finivano, proprio come dice Ovidio, in piscem, in coda di pesce. Giaceva quella bambina nella sua bara d'argento, e pareva dormisse. Ma, per un'imperdonabile dimenticanza del cuoco, dormiva come dormono i morti cui nessuno ha avuto la pietosa cura di abbassar le palpebre: ad occhi aperti. E mirava i tritoni di Luca Giordano soffiar nelle loro conche marine, e i delfini, attaccati al cocchio di Venere, galoppar sulle onde, e Venere nuda seduta nell'aureo cocchio, e il bianco e roseo corteo delle sue Ninfe, e Nettuno, col tridente in pugno, correr sul mare trainato dalla foga dei suoi bianchi cavalli, assetati ancora dell'innocente sangue d'Ippolito. Mirava il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto, quel turchino mare, quegli argentei pesci, quei verdi mostri marini, quelle bianche nuvole erranti in fondo all'orizzonte, e sorrideva estatica: era quello il suo mare, era quella la sua patria perduta, il paese dei suoi sogni, il felice regno delle Sirene. 
Era la prima volta che vedevo una bambina cotta, una bambina bollita: e tacevo, stretto da un timor sacro. Tutti, intorno alla tavola, erano pallidi d'orrore. 
Il banchetto infernale a base di Sirena - in realtà un sirenoide proveniente dall'Acquario cittadino: nel Golfo al momento si pescano solo mine - getta in faccia all'arrogante americana la follia pagana e oscura dei vinti, costringendola a chinarsi:
“E' un pesce eccellente” risposi “e che importa se ha l'aspetto di una bambina? E' un pesce. In Europa, i pesci non sono obbligati ad assomigliare a un pesce...” 
“Nemmeno in America!” disse il Generale Cork lieto di trovar finalmente qualcuno che prendeva le sue difese. 
“What?” gridò Mrs. Flat. 
“in Europa” dissi “i pesci sono liberi, almeno i pesci! Nessuno proibisce a un pesce di assomigliare, che so, a un uomo, a una bambina, a una donna. E questo è un pesce, anche se... Del resto” aggiunsi “che cosa credevate di venire a mangiare, in Italia? Il cadavere di Mussolini?” 
“Ah! ah! ah! funny!” gridò il Generale Cork con un riso troppo stridente per esser sincero “ah! ah ah!” E tutti gli altri gli fecero coro, con una risata dove lo sbigottimento, il dubbio, e l'allegria, stranamente si contendevano. Io non ho mai amato gli americani, non amerò mai gli americani, come quella sera, a quella tavola, davanti a quell'orribile pesce. 
“Oh Lord!” esclamò Mrs. Flat alzando gli occhi al cielo. 
Era pallida, e le lacrime le brillavano negli occhi. Mi fece piacere che fosse commossa, le fui profondamente grato di quelle sue lacrime. L'avevo giudicata male: Mrs. Flat era una donna di cuore. Se piangeva per un pesce, ella avrebbe certo finito, un giorno o l'altro, per aver pietà anche del popolo italiano, per piangere anche dei lutti e delle sofferenze del mio povero popolo.  
A riportare l'ordine - un tremendo ordine, di quelli che schiaccia tutti a terra - è la tremenda eruzione del Vesuvio, nel marzo '44:
Nel dedalo dei vicoli che scendono a Toledo e a Chiaia, il tumulto si faceva ad ogni passo più denso e furioso: poiché avviene delle commozioni popolari come nel corpo umano delle commozioni del sangue, che in una medesima parte tende a raccogliersi e a far violenza, ora nel cuore, ora nel cervello, ora in questo o in quel viscere. Dai più lontani quartieri della città il popolo scendeva a raccogliersi in quelli che fin dai più antichi tempi son reputati i luoghi sacri di Napoli: nella Piazza Reale, intorno ai Tribunali, al Maschio Angioino, al Duomo, dov'è custodito il miracoloso sangue di San Gennaro. Quivi il tumulto era immenso, e prendeva talvolta l'aspetto di una sommossa. I soldati americani, confusi in quella spaventosa folla che li menava or qua or là nella sua rapina, voltandoli e percuotendoli, tal bufera infernale di Dante, parevan anch'essi invasi da un terrore e da un furore antichi. Avevano il viso brutto di sudore e di cenere, le uniformi a brandelli. Ormai umiliati uomini anch'essi, non più uomini liberi, non più orgogliosi vincitori ma miserabili vinti, in balìa della cieca furia della natura; anch'essi inceneriti fin nel profondo dell'animo dal fuoco che bruciava il cielo e la terra. 
L'eruzione del Vesuvio del marzo 1944 in una rara immagine a colori.

Non ci sono più vincitori, né vinti. 
Una palingenesi brutale che fa sbocciare dal terreno nuovi fiori delicati, fra i lapilli incandescenti:
I lamenti dei feriti venivano fino a noi da una zona posta di là dall'amore, di là dalla pietà, di là dalla frontiera fra il caos e la natura già composta nell'ordine divino della creazione: erano l'espressione di un sentimento non ancora conosciuto dagli uomini, di un dolore non ancora sofferto dagli esseri viventi pur mo' creati, erano la profezia della sofferenza, che veniva fino a noi da un mordo ancora in gestazione, ancora immerso nel tumulto del caos. 
E lì, su quel breve mondo d'erba verde, appena uscito dal caos, ancora fresco del travaglio della creazione, ancora vergine, un gruppo d'uomini scampati al flagello dormivano distesi sulla schiena, il viso rivolto al cielo. Avevano visi bellissimi, dalla pelle non bruttata di cenere e di fango, ma chiara, come lavata dalla luce: erano visi nuovi, appena modellati, dalla fronte alta e nobile, dalle labbra pure. Erano distesi nel sonno, su quell'erba verde, come uomini scampati al diluvio sulla vetta del primo monte emerso dalle acque. 
Una ragazza, in piedi sulla riva sabbiosa, là dove l'erba verde moriva nelle onde, si pettinava guardando il mare. Guardava il mare come una donna si mira in uno specchio. Da quell'erba nuova, appena creata, ella nuova alla vita, ella appena nata, si mirava nell'antico specchio della creazione con un sorriso di felice stupore, e il riflesso del mare antico tingeva di un verde stanco i suoi lunghi, morbidi capelli, la sua pelle liscia e bianca, le sue mani piccole e forti. Si pettinava lentamente, e il suo gesto era già d'amore. Una donna vestita di rosso, seduta sotto un albero, allattava il suo bambino. E il seno, sporgente fuor del corpetto rosso, era bianchissimo, splendeva come il primo frutto di un albero appena sorto dalla terra, come il seno della prima donna della creazione. Un cane, accucciato presso gli uomini addormentati, seguiva con gli occhi i gesti lenti e sereni della donna. Alcune pecore brucavano l'erba, e ogni tanto alzavano la fronte, guardando il mare verde. Quegli uomini, quelle donne, quegli animali, erano vivi, erano salvi. Lavati dei loro peccati. Già assolti della viltà, della miseria, della farne, dei vizii e dei delitti degli uomini. Avevano già scontato la morte, e la discesa all'inferno, e la resurrezione. Eravamo anche noi, Jack ed io, scampati al caos, esseri viventi appena creati, appena chiamati alla vita, appena risorti dalla morte. La voce del Vesuvio, quell'alto e roco latrato, giungeva minacciosa fino a noi fuor della nube di sangue che avvolgeva la fronte del mostro. Veniva fino a noi attraverso le tenebre sanguigne, attraverso la pioggia di fuoco: una voce spietata, implacabile. Era la stessa voce della sconvolta e malvagia natura, la stessa voce del caos. Eravamo sulla frontiera fra il caos e il creato, eravamo sul margine della "bonté, ce continent énorme", sul primo lembo del mondo appena creato. E la terribile voce che giungeva fino a noi attraverso la pioggia di fuoco, quell'alto e roco latrato, era la voce del caos che si ribellava alle leggi divine della creazione, che mordeva la mano del Creatore.
C'è speranza, c'è speranza in fondo: siamo ancora agli inizi del creato, un tumulto terribile ma fertile di possibilità.

Ma la battaglia è ancora lunga.
Non soltanto quella per liberare Roma, e poi l'Italia; soprattutto, quella per riconciliare passato e presente, per attraversare quella pelle di ignominia, errori e coraggio che divide la contabilità delle colpe di ieri dalla riconciliazione (possibile?) di oggi.
La pelle, è sempre la pelle: dall'Ucraina del '41 alla Roma del '44, la carcassa di un uomo spianata da un carro armato, invasore o liberatore poco importa:
A Jampol, sul Dniester, in Ukraina, nel luglio del 1941, m'era accaduto di vedere nella polvere della strada, proprio in mezzo al villaggio, un tappeto di pelle umana. Era un uomo schiacciato dai cingoli di un carro armato. Il viso aveva preso una forma quadrata, il petto e il ventre s'erano allargati e messi di traverso, in forma di losanga: le gambe divaricate, e le braccia un po' discoste dal tronco, eran simili ai calzoni e alle maniche di un vestito appena stirato, disteso sulla tavola da stiro. Era un uomo morto, qualcosa di più o di meno di un cane o di un gatto morto. Non saprei dire, ora, che cosa ci fosse, in quell'uomo morto, di più o di meno di quel che non ci sia in un cane o in un gatto morto. Ma allora, quella sera, nel momento in cui lo vidi stampato nella polvere della strada, in mezzo al villaggio di Jampol, avrei forse potuto dire che cosa c'era in lui di più o di meno che in un cane o in un gatto morto. 
Squadre di ebrei in kaftano nero, armati di vanghe e di zappe, andavano raccogliendo qua e là i morti abbandonati dai russi nel villaggio. Seduto sulla soglia di una casa diroccata, guardavo la nebbia salire leggera e trasparente dalle rive paludose del Dniester, e lontano, sull'altra riva, oltre il gomito del fiume, avvitarsi lentamente nell'aria le nere nuvole di fumo che si alzavano dalle case di Soroca. Simile a una rossa ruota, il sole rotolava in un turbine di polvere là, in fondo alla pianura, dove profili di macchine, d'uomini, di cavalli, di carri si stagliavano nitidi nel bagliore polveroso del tramonto. 
In mezzo alla strada, lì, davanti a me, giaceva l'uomo schiacciato dai cingoli di un carro armato. Vennero alcuni ebrei, e si misero a scrostare dalla polvere quel profilo d'uomo morto. Adagio adagio sollevarono con la punta delle vanghe i lembi di un tappeto. Era un tappeto di pelle umana, e la trama era una sottile armatura ossea, una ragnatela d'ossa schiacciate. Pareva un vestito inamidato, una pelle d'uomo inamidata. La scena era atroce e insieme leggera, delicata, remota. Gli ebrei parlavano tra loro, e le voci suonavano distanti, dolci, smorzate. Quando il tappeto di pelle umana fu del tutto staccato dalla polvere della strada, uno di quegli ebrei lo infilò dalla parte della testa sulla punta della vanga, e con quella bandiera si mosse. 
L'alfiere era un giovane ebreo dai lunghi capelli sciolti sulle spalle, dal viso magro, dove gli occhi splendevano con una fissità dolorosa. Camminava a testa alta, portando sulla punta della vanga, come una bandiera, quella pelle umana che ciondolava e dondolava nel vento proprio come una bandiera. 
E io dissi a Lino Pellegrini che mi sedeva accanto. “E' la bandiera dell'Europa, quella, è la nostra bandiera”. 
“Non è la mia bandiera” disse Pellegrini “un uomo morto non è la bandiera di un uomo vivo.” 
“Che cosa c'è scritto” dissi “in quella bandiera?” 
“C'è scritto che un uomo morto è un uomo morto.” 
“No” dissi “leggi bene: c'è scritto che un uomo morto non è un uomo morto.” 
“No” disse Pellegrini “un uomo morto non è che un uomo morto. Che cosa vuoi che sia, un uomo morto?” 
“Ah, tu non sai che cos'è un uomo morto. Se tu sapessi che cos'è un uomo morto non dormiresti più.” 
“Ora vedo” disse Pellegrini “che cosa c'è scritto in quella bandiera. C'è scritto: bisogna che i morti seppelliscano i morti.” 
“No, c'è scritto che quella bandiera è la bandiera della nostra patria, della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle.” 
Era una bandiera di pelle umana, la bandiera della nostra patria, era la nostra stessa patria. E così andammo a vedere buttare la bandiera della nostra patria, la bandiera della patria di tutti i popoli, di tutti gli uomini, nell'immondezzaio della fossa comune. 

Salivano di lontano, dalla Via dell'Impero, da Piazza Venezia, dal Foro Traiano, dalla Suburra, gli squilli orgogliosi delle trombe e le grida di trionfo dei vinti. Io guardavo l'orribile cosa distesa sul letto, e ridevo dentro di me, pensando che tutti, quella sera, ci credevamo Bruti, Cassii, Aristogitoni, ed eravamo tutti, vincitori e vinti, come quell'orribile cosa distesa sul letto: una pelle ritagliata in forma d'uomo, una povera pelle d'uomo. Mi volsi verso la finestra aperta, e vedendo alta sui tetti la torre del Campidoglio, ridevo dentro di me pensando che quella bandiera di pelle umana era la nostra bandiera, la vera bandiera di noi tutti, vincitori e vinti, la sola bandiera degna di sventolare, quella sera, sulla torre del Campidoglio. Ridevo dentro di me pensando a quella bandiera di pelle umana sventolante sulla torre del Campidoglio. 
Perché, in fondo, cos'è un uomo?
La sua pelle.
Venduta o comprata, pregiata o disprezzata, sacrificata per i mille motivi, tutti ugualmente meschini, che le vicende umane suggeriscono o impongono.
Passano le guerre e le rivoluzioni, le qualità e i difetti... quello che resta, che è veramente sacro, è la pelle.

Degli amici e dei nemici.

Persino quella di LVI, al cui processo orrendo Malaparte assiste nel gabinetto di un ginecologo suo ospite.
A istruirlo sono i feti in formalina. E chi altro potrebbe? Gli uomini fatti sono troppo sporchi per farlo; solo queste entità rimaste alle soglie della vita possono assistere imparziali al colloquio di Malaparte con Mussolini: un'anima allo specchio, l'ardore della giovinezza e la desolazione della vecchiaia, il giudizio e la sua sospensione.
“Non sono degno di far del male a un altr'uomo” risposi a voce bassa. “Il male è cosa sacra. Solo un essere puro è degno di far del male a un altr'uomo.” 
“Sai che cosa ho pensato” disse il mostro dopo un lungo silenzio “quando l'assassino ha puntato l'arma contro di me? Che ciò ch'egli stava per darmi era una cosa sporca.” 
“Tutto quel che l'uomo dà all'uomo è una cosa sporca” dissi “anche l'amore, anche l'odio, il bene, il male, tutto. Anche la morte che l'uomo dà all'uomo è una cosa sporca.” 
Il mostro abbassò la testa, e tacque. Poi disse: “Anche il perdono?”. 
“Anche il perdono è una cosa sporca.” 
In quel momento due feti dall'aspetto di sgherri si avvicinarono, e uno dei due, appoggiando la mano sulla spalla del mostro: “Andiamo” disse. 
L'enorme feto alzò la testa, e guardandomi si mise a piangere dolcemente. 
“Addio” disse, e abbassando la testa, si avviò tra i due sgherri. Mentre si allontanava si volse, e mi sorrise.
Si prova disagio leggendo questo libro. Almeno, io l'ho provato.
Mi accade sempre quando si tratta di guerra, di resistenza, di atti eroici e generosi.
Cosa avrei fatto io? è la domanda che quasi a ogni pagina affiorava ai cancelli della mente.
E forse è giusto questo disagio, l'unica piccola cosa che potessi dare lì, sdraiato sul mio letto.
Ma c'è anche un grande regalo da cogliere alla fine di questo romanzo.
Un dono di responsabilità, sì, ma anche di pacificazione:
Eravamo uomini vivi, in un mondo morto. Non avevo più vergogna d'essere un uomo. Che m'importava che gli uomini fossero innocenti o colpevoli? Non v'erano che uomini vivi e uomini morti, sulla terra. Tutto il resto non contava. Tutto il resto non era che paura, disperazione, pentimento, odio, rancore, perdono, speranza. Eravamo sulla vetta di un vulcano spento. Il fuoco che per migliaia d'anni aveva bruciato le vene di quel monte, di quella terra, di tutta la terra, s'era spento a un tratto, e ora a poco a poco la terra si raffreddava sotto i nostri piedi. Quella città laggiù, sulla riva di quel mare coperto di una crosta lucente, sotto quel cielo ingombro di nuvole tempestose, era popolata non già d'innocenti e di colpevoli, di vincitori e di vinti, ma d'uomini vivi vaganti in cerca di che sfamarsi, d'uomini morti sepolti sotto le macerie delle case. 
Laggiù, fin dove giungeva il mio sguardo, migliaia e migliaia di cadaveri coprivano la terra. Non sarebbero stati che carne marcia, quei morti, se non vi fosse stato fra loro qualcuno che si era sacrificato per gli altri, per salvare il mondo, perché tutti coloro, innocenti e colpevoli, vincitori e vinti, ch'eran sopravvissuti a quegli anni dì lacrime e di sangue, non dovessero vergognarsi d'essere uomini. V'era certo il cadavere di qualche Cristo, fra quelle migliaia e migliaia d'uomini morti. Che cosa sarebbe avvenuto del mondo, di noi tutti, se fra tanti morti non vi fosse stato un Cristo? 
“Che bisogno c'è di un altro Cristo?” disse Jimmy “Cristo ha già salvato il mondo, una volta per sempre.” 
“Oh, Jimmy, perché non vuoi capire che tutti quei morti sarebbero inutili, se non ci fosse un Cristo fra loro? perché non vuoi capire che vi son certamente migliaia e migliaia di Cristi, fra tutti quei morti? Lo sai anche tu che non è vero che Cristo ha salvato il mondo una volta per sempre. Cristo è morto per insegnarci che ognuno di noi può diventar Cristo, che ogni uomo può salvare il mondo col proprio sacrificio. Anche Cristo sarebbe morto inutilmente, se ogni uomo non potesse diventar Cristo e salvare il mondo.” 
Non ci si sente (solo) additati per quello che ci è stato risparmiato, a noi tutti nati dopo la guerra e la liberazione.
Ci si sente... chiamati.
A vigilare. A ricordare. A tramandare.

E se questa recensione così incompleta e faticosa, così lontana dal mio progetto iniziale, invoglierà qualcun altro a scendere in questo viaggio infernale lambito dai bagliori del paradiso - per parafrasare Nabokov; e ne La pelle vedo in effetti un'analisi dei rapporti fra Europa e America antitetica a quella che alcuni identificano in Lolita, ma non meno ricca di velenosa bellezza (quante cose, quante cose da dire, e non averne il tempo né la capacità) - sentirò di essere un po' più vicino a quel lettore attento, coinvolto e appassionato che voglio diventare.
  

Commenti

  1. Non l'ho letto, ma vidi anni fa il film, che ad essere sincero non mi piacque

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    1. In compenso, io non ho visto il film ;)
      Immagino sia molto crudo.

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  2. Ero davvero curiosa di leggere i tuoi pensieri su questo libro, ed è stata una lettura molto interessante! Non credo sia il libro giusto per me, ma lo terrò comunque presente perché non si sa mai. E il tuo post è così completo che è riuscito a farmi venire comunque un po' di curiosità!

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    1. Grazie, sono contento di averti trasmesso almeno in parte ciò che la lettura di questo romanzo ha rappresentato per me.

      Sono dell'idea che ogni libro abbia il suo tempo: può essere oggi, fra un anno, fra dieci anni, mai... e in fondo il bello della bookblogosfera è anche leggere di temi e generi che ci sono meno familiari ;)

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  3. Non ho mai letto il libro ne visto il film ma ora, grazie a questo post ne so qualcosa anche io.

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    1. Se ti capitasse di leggerlo/vederlo, fammi sapere cosa ne pensi ;)

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  4. Wow... per essere un pensiero incompleto, il tuo, mi pare piuttosto articolato! E' un libro che mi manca e anche se la mia lista d'attesa è lunghissima ne prendo nota.

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    1. Grazie! Ma sono talmente tante le idee e le suggestioni durante la lettura... qualcosa si tralascia sempre.

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