Fosca prima di Hazel, Madeline, Katie

In principio è stata lei:


seguita da:



per non dire dell'ultima arrivata:



Sì, il sick heroine romance è un genere in forte crescita negli ultimi anni... in fondo, cosa c'è di più romantico e straziante dell'amore che supera l'ostacolo più crudele, la natura che più che mai trattiene appesa a un filo una giovane vita e un giovane sentimento?

Non si tratta però di un motivo estraneo alla tradizione letteraria, men che meno a quella italiana.

Eh già.

Hazel, Madeline e Katie possono infatti vantare un'antenata tutta nostrana.

Fosca è la creatura più famosa dello scrittore e giornalista Igino Ugo Tarchetti.


Fosca (1869), nell'edizione Oscar Mondadori.

Un amore malato - in tutti i sensi possibili -, un'ossessione la cui natura cupa (ben lontana dall'ottimismo made in US) è ben riassunta nel nome della donna fatale, oggetto delle memorie del protagonista (alter ego dello stesso Tarchetti). 

Fin dalle prime pagine spira il gelido alito di una tragedia sfiorata, l'ansito di un sopravvissuto:
Scrivendo queste pagine, io non ho altro scopo che di interrogare le mie memorie ancora una volta per non doverle
interrogare mai piú. Io innalzo questo monumento sulle ceneri del mio passato, come si compone una lapide sul sepolcro di un essere adorato e perduto.

Piú che l’analisi di un affetto, piú che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia. — Quell’amore io non l’ho sentito, l’ho subito. Non so se vi siano al mondo altri uomini che abbiano superato una prova come quella, e nelle circostanze in cui io l’ho superata; non so se vi sarebbero sopravvissuti.
Esprimo questo dubbio, perché mi avvenne spesso di chiedere a me medesimo: «come, in che guisa vi sono io sopravvissuto?»
Milano, 1863.

Giorgio, ventottenne capitano dell'Esercito italiano, giunge in città per trascorrervi un periodo di licenza dopo una grave malattia.
Fa la conoscenza di Clara, una giovane donna sposata con cui presto intreccia una relazione: colpevole sì, ma rilucente di amore spirituale non meno che fisico.
Una vera rinascita per il capitano:
Come aveva preveduto, la mia salute era rifiorita, io era ritornato forte, lieto, sereno; ma mi pareva aver tolto a lei tutto ciò che aveva aggiunto a me stesso. Essa non avvizziva, ma deperiva con lentezza. Si era come tramutata, non era piú quella di un tempo. Mi pareva fosse divenuta piú alta, piú gentile, piú flessibile; la vedeva come fosse stata un’immagine di se stessa.
Spesso essa mi diceva scherzosamente: — Ho voluto essere il tuo medico, e ho trascurato un po’ troppo me medesima. — Non so come avvenisse, ma è ben certo che ella mi aveva data la sua forza e la sua salute assieme col suo affetto. L’amore fa spesso di tali miracoli.
Del resto io non dirò come e quanto noi fossimo felici. Triste quella felicità che si può dire! Io mi era serbato fino allora eccezionalmente puro, essa eccezionalmente ingenua. Ci eravamo amati, ella per pietà, io per gratitudine; la stima, la simpatia, la conoscenza profonda delle nostre anime, piú che la nostra stessa gioventú, ci avevano condotti alla passione. Ella a venticinque anni, io a ventotto, eravamo ancora due fanciulli. In un gran centro di corruzione come cotesto, noi eravamo rimasti illibati, puri, vergini, ricchi di illusione e di fede — e la felicità e la grandezza di un tale amore non possono essere raccontati.
Come tutte le cose belle, l'idillio finisce allo scadere della licenza di Giorgio.
Il trasferimento presso una nuova sede, in un villaggio di frontiera, non interrompe il sentimento, che anzi ne esce sublimato e fortificato:
Non è debolezza il piangere, ed anche ove lo fosse, è una debolezza dolce e divina che non umilia l’uomo forte.
Tu non sai quanto io sono superbo di soffrire per te, per noi, pel nostro amore. Come dev’essere dolce il poter dire alla donna che si ama: “Tu mi costi un sacrificio, un dolore, una viltà; per te ho sacrificato le mie ricchezze, la mia fama, la mia vita”. Ho compreso come si possa commettere anche un delitto per ingigantire nella nostra coscienza questo sentimento, per accrescerne il valore; ho capito come si possa scendere fino alla degradazione la piú umiliante. 
e via di questo passo per molte altre smielat..ehm, romantiche missive.
Non che vi siano molte distrazioni, al villaggio, ma ciò ben si adatta alla disposizione d'animo del giovane capitano:
Una città fragorosa mi avrebbe distolto da quella passione per cui aveva d’uopo di raccoglimento e di pace; una natura piú ricca mi avrebbe fatto sentire con maggiore intensità il dolore della sua lontananza, giacché le piú belle memorie del nostro affetto si legavano in qualche modo alla natura.
Inoltre, ben presto si guadagna la simpatia del suo superiore, un colonnello che giunge a offrirgli un alloggio.
Ed è proprio qui che nella routine di Giorgio, così malinconica e dolce, inizia a insinuarsi una misteriosa presenza... o meglio, assenza:
La cugina del colonnello non s’era ancor fatta vedere. La malattia continuava a trattenerla nelle sue stanze. Io m’era avvezzato già da parecchi giorni a chiederne notizie a suo cugino, e a ripetergli alcune frasi di condoglianza che erano ben lungi dall’esprimere un dispiacimento sentito, giacché era naturale che non potessi molto dolermi de’ suoi mali, non conoscendola; ma l’etichetta ha spesso esigenze ancor piú ridicole.
Il suo posto rimaneva costantemente vuoto, ma nondimeno il suo coperto era sempre apparecchiato; in uno de’ suoi bicchieri v’era tutti i giorni un fiore fresco; e, cosa che mi preoccupava non poco, benché non sapessi immaginare le ragioni — e non ve n’erano — quel posto vacante rimaneva sempre vicino al mio, ora da un lato, ora dall’altro, ma sempre vicino. Ciò mi metteva in pensiero, mi pareva che mi mancasse qualcosa, non mi trovava a mio agio, mi sembrava che essa avrebbe dovuto entrare da un istante all’altro per venirsi a sedere al mio fianco.
Questa preoccupazione era però esclusivamente mia, i miei commensali non si davano alcun pensiero di quell’ammalata, e parevano considerare quello stato di cose come naturalissimo.
La signora Fosca, cugina del colonnello, descritta come la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso, come si espresse ultimamente un dottore che l’ha visitata.

Una presenza che, non vista, si materializza per vie spaventose:
Un giorno, durante il pranzo, fui colpito da urla acute e strazianti che provenivano dalle stanze della signora. Quelle grida echeggiarono sí fortemente e sí improvvisamente nella nostra camera, che io trasalii, e quasi per istinto feci atto di alzarmi e di voler accorrere in suo aiuto.
Il colonnello sorridendo un po’ tristamente, e stringendomi la mano come per ringraziarmi di quell’intenzione, mi prevenne, e mi disse:
— Non vi sgomentate, è mia cugina, essa patisce di convulsioni nervose, è cosa da nulla, fra pochi minuti le saranno cessate.
Uno dei medici si alzò da tavola un po’ a malincuore, e senza mostrare di darsene molto pensiero, entrò nell’appartamento di Fosca.
Le sue cameriere non avevano dimostrato maggior premura di lui.
Degli altri commensali nessuno si era mosso, o aveva dato il menomo segno di meraviglia.
A me era stato impossibile frenare la mia emozione. Non solo quelle grida erano orribilmente acute, orribilmente strazianti e prolungate, ma io non aveva immaginato mai che vi potesse essere qualche cosa di simile nella voce umana; o essendovi, non mi pareva possibile che l’uomo da cui era uscito una volta un tal grido potesse vivere ancora.
Una conversazione con il medico di Fosca non fa che sollevare inquietanti risvolti:
Ma che malattia ha dunque quella donna?
— Tutte.
— Tutte! Spiegatevi.
— È una specie di fenomeno, una collezione ambulante di tutti i mali possibili. La nostra scienza vien meno nel definirli. Possiamo afferrare un sintomo, un effetto, un risultato particolare, non l’assieme dei suoi mali, non il loro carattere complessivo, né la loro base.
Possiamo curarla come empirici, ma non come medici. È una malattia che è fuori della scienza; l’azione dei nostri rimedi è paralizzata da una serie di fenomeni e di complicazioni, che l’arte non può prevedere. E l’arte medica, voi lo sapete, non è che una povera cosa — si va innanzi per induzioni.
— Ma quelle grida? — io dissi.
— Ciò è il meno, convulsioni isteriche. Già… il fondamento de’ suoi mali è l’isterismo, un male di moda nella donna, un’infermità viziosa che ha il doppio vantaggio di provocare e di giustificare. Quella creatura è d’una irritabilità portentosa, ha i nervi scoperti, — (mi ricordo di questa espressione: «i nervi scoperti»). — La menoma contrarietà, il menomo urto bastano a provocare quella catastrofe che oggi vi ha tanto spaventato. Del resto è cosa di tutti i giorni. Fu un caso che non sia piú avvenuta da qualche tempo in quell’ora.
— Suo cugino non sembra però molto impensierito da questo stato di cose.
— È naturale. Non vi è rimedio.
— Ella vi soccomberà dunque presto?
— Non credo, la sua macchina è sí debole che non ha forza di produrre una malattia mortale.
— È giovine?
— Venticinque anni
(L’età di Clara!)
— È bella?
Il mio amico sorrise con aria di mistero, e si portò un dito alle labbra come per impormi il silenzio.
— Non credete che essa sia l’amante del colonnello?
— Non credo — diss’egli.
E sorrise da capo, e piú vivacemente.
In quell’istante eravamo giunti alla porta della sua casa. Conveniva separarsi.
— La vedrete fra poco — continuò egli — giudicherete voi stesso della sua bellezza. Bisognerà che vi mettiate sulle difese.
E nell’allontanarsi mi ripeté con aria scherzevole:
— Badate al vostro cuore: tenetevi in guardia!
Perché un tale avvertimento e perché offerto in tal guisa?
Non sapeva comprendere il vero significato di quelle parole.
I libri sono l'unico conforto di tanto dolore; il colonnello prega dunque Giorgio di procurare alla sventurata giovane qualche lettura amena - il bookblogging di metà Ottocento, suppongo.

Le annotazioni di Fosca dischiudono a Giorgio un mondo interiore complesso e affascinante:
I passi controsegnati rivelavano, assieme alla natura intima dei suoi patimenti, una intelligenza robusta, fina, perspicace. Quella donna aveva dell’ingegno. Ella non poteva essere poco infelice, giacché era capace di conoscere la propria infelicità. Gli infelici ignoranti fruiscono di una propria beatitudine, in confronto dei dottamente infelici. Era naturale che desiderassi ancora piú vivamente conoscerla.
Ho trovato sempre un buono in ogni sventurato, un perverso in ogni prospero. In questo dolore immeritato di tanti uomini, ho veduto sempre un segreto di predilezione per parte della Provvidenza, delle fila misteriose che uscivano fuori della vita e si perdevano nell’eternità dell’ignoto. Tutti lo hanno veduto, tutti lo hanno sentito. Se vi è qualche cosa oltre la vita, è pegli infelici.
Attento a ciò che desideri, Giorgio...
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad un’ora, ma per la colazione vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa.
Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, cosí vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua.
Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, — ché anzi erano in parte regolari, — quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora cosí giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati — occhi d’una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La sua persona era alta e giusta; v’era ancora qualcosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano cosí naturalmente dolci, cosí spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura piú che dall’educazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso.
Fosca e Giorgio in Passione d'amore (1981), film tratto dal romanzo.

Malgrado la ripugnanza che l'aspetto di Fosca suscita in Giorgio, fra i due si instaura un legame di amicizia, intessuto di pagine e fiori:
- La campagna è una landa, una brughiera; non vi è un’ombra, non vi ho ancora veduto un giardino, un fiore; io che vo’ pazzo dei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto… 
Fosca si alzò senza dir nulla, entrò nella stanza vicina, e ritornò subito dopo, tenendo in mano un mazzetto piccolissimo di fiori che mi offerse senza parlare.
Quell’atto mi sorprese e mi turbò nel piú profondo dell’anima.
La sua offerta era stata fatta tanto opportunamente, e con tanta delicatezza che ne fui colpito. Ella s’avvide forse del mio turbamento, e si affrettò a dire come per togliermi d’imbarazzo:
— Anch’io amo molto i fiori, e se fossi sana vorrei coltivarne; ma se ne trovano parecchi che sono ingrati, e mi procurano delle terribili emicranie coi loro profumi. Anche la società dei fiori è qualche volta pericolosa.
Un legame su cui Giorgio, senza quasi avvedersene, si adagia per meglio tollerare la lontananza da Clara
Continuammo a camminare in silenzio. Io era tutto immerso nell’egoismo del mio amore. Pensava a Clara, non poteva distaccarne il mio pensiero. L’aver una donna al mio fianco, una donna vestita con eleganza, che posava il suo braccio sul mio, — un braccio fino, esile, leggiero — che mi toccava collo strascico del suo abito; e camminare con essa in un luogo solitario, sotto gli alberi, era cosa che accresceva del doppio la mia illusione. Non solo io non poteva arrestare il mio pensiero su Fosca, ma la mia mente si valeva di lei come di una guida in quella ricerca smaniosa delle sue memorie. Che quella donna fosse poi brutta, orribilmente brutta, non ci pensava. Sapeva tanto illudermi da dimenticarlo.
Una cosa sopratutto contribuiva a tenermi saldo nella mia illusione, una specie di profumo delicato, molle, voluttuoso che emanava dalla sua persona, e che aveva spesso sentito vicino a Clara. Gli abiti di seta riscaldati dal sole esalano questa fragranza elettrizzante. 
Coloro che hanno passeggiato in giorni estivi con un’amante lo sanno; essi non passeranno mai dappresso ad una donna vestita di seta senza sentire quel profumo, e senza ricordarsi di quei giorni.   
- Non vi è che un mezzo comune, facile, sicuro di essere felici.
— Quale?
— Amare.
Essa tacque, e sentii il suo braccio pesare con maggior abbandono sul mio.
— Amare! — ripeté ella dopo qualche istante. — Che cosa avete inteso di dire? Spiegatevi.
— Credeva di essermi giovato di una parola assai semplice — dissi io. — Se non ne comprendete il valore, le mie spiegazioni non avrebbero alcun frutto.
Ella sorrise a fior di labbra, e riprese:
— Intendete di escludere le piccole simpatie, le amicizie, gli affetti domestici? Amare è una parola assai generica.
— Assai esclusiva all’età vostra. Non escludo gli affetti che voi dite; ma non li considero che come una sfumatura, come una eccedenza, come la cornice del quadro. Forse anzi m’inganno, essi hanno natura oppostissima. Dicendo amore intendo amore.
E ripresi col pensiero rivolto a Clara:
— Intendo l’amore che sentiamo alla nostra età, noi, giovani, ardenti, immaginosi; quell’amore che è superiore a tutto, che sfida tutto, che è tutto; quella fusione piena di due anime che fa vivere la stessa vita, pensare gli stessi pensieri, volere le stesse volontà, desiderare gli stessi desideri; quel periodo di acciecamento e di ebbrezza in cui tutto è bello, tutto è nobile e puro, tutto è felice; giacché l’amore non è che un grande acciecamento ed una grande ebbrezza!
— Ah, sí! — esclamò ella sommessamente, e come parlasse a se stessa — quello è l’amore.
— E credete, — continuai io senza avvedermi del male che le facevano le mie parole — credete che la vita avrebbe qualche attrattiva se vuota di questo sentimento che l’occupa tutta; nella fanciullezza col desiderio, nella gioventú colla fruizione, nella vecchiezza colle memorie? Credete che questo mondo ci parrebbe sí bello e sí buono, se non avesse questa luce e questo profumo? Che questo stesso luogo dove siamo ora mi sembrerebbe cosí incantevole, se non lo vedessi attraverso questo prisma abbagliante?
— Voi!… — esclamò ella — voi lo vedete…
E s’interruppe di nuovo angosciosamente.
Si corre un po' troppo, forse.
A Fosca non sfugge l'interessamento del giovane e bel capitano; lo soppesa, lo accarezza, inizia a sognare.
Ad un tratto, Fosca afferrò con atto disperato le mie mani che io teneva riunite sul petto, e vi nascose il volto esclamando con voce supplichevole:
— Oh Giorgio, oh Giorgio!
Finsi di essere sorpreso, di non comprendere.
— Che avete? — le chiesi io con freddezza — vi sentite forse male? Che è avvenuto?
— Ah! — gridò ella respingendo le mie mani con violenza, e guardandomi con espressione di affettuoso rancore. E prorompendo in lacrime fuggí nella sua camera.
Suo cugino fu assai sorpreso di questo incidente.
— Che hai? Che accadde?
— Nulla, un’emicrania improvvisa, insoffribile: sto male, non uscirò piú, sono disperata. Vorrei morire, morire!
— Morire! Sei pazza! — esclamò il colonnello.
E avvicinandosi a me che ero rimasto immoto sull’uscio, mi disse:
— Abbiate pazienza, mio caro, voi vedete che mia cugina sta male; non ho cuore a lasciarla sola; andremo un altro giorno a visitare quel castello.
Quella sua costanza, quel difetto di amor proprio che mi pareva scorgere nel suo carattere, quell’ostinazione a volermi imporre il suo affetto, fecero sí che io la vedessi sotto un aspetto ancora piú triste di quanto non me la avesse già fatta vedere la sua bruttezza. Ne fui offeso e disgustato.
Una breve licenza - che Giorgio dedica a un rendez-vous con Clara - è l'occasione per chiarire la situazione con Fosca, per mezzo di un'accorata lettera:
"Vi scrivo appena arrivato qui. Siete il mio primo pensiero, benché il piú doloroso. Vi scrivo col cuore lacerato. Se il sagrifizio di dieci anni della mia vita potesse evitare a me il dolore di mandarvi questa lettera, e a voi quello di riceverla, vi giuro che accetterei questo rimedio con gioia. Procurate di ascoltare con calma quello che sto per dirvi.
Io non posso amarvi perché il mio cuore non è piú mio; non posso ingannarvi perché né io ne sono capace, né voi lo meritate. Il rispetto che ho per voi è piú potente della pietà che mi domandate, e mi impone di essere sincero. Un inganno vi umilierebbe, umilierebbe me stesso. Io amo perdutamente, io sono perdutamente riamato. Se aggiungessi parole a descrivere la mia felicità, apparirei troppo crudele verso di voi; nondimeno è necessario che vi facciate un’idea dell’intensità del mio amore per averne una dell’imponenza de’ miei doveri. 
Prima di confessarmi il vostro amore, mi avevate richiesto della mia amicizia; ora che io debbo respingere questo secondo legame, reclamerete ancora i diritti di quella prima offerta? Credete che la pura amicizia non è possibile tra noi, come non lo è mai tra un uomo e una donna giovani. Essa non farebbe che rendere la nostra posizione piú imbarazzante, piú equivoca, piú pericolosa. È necessario che noi ci separiamo interamente. Consideriamo la nostra conoscenza come una sventura; tentiamo di sopportarla con forza, e di rimediarvi con coraggio."
Sentiva che era stato ben crudele nella mia stessa pietà. Affrettarmi tanto a disingannarla!… I sentimenti che aveva espressi in quelle pagine erano sinceri, ma io li aveva attinti dal mio egoismo piú che dalla mia compassione.
Ciò che mi stava a cuore era la mia felicità, era togliere di mezzo quell’ostacolo che ne aveva minacciate le dolcezze.
Un'altra immagine tratta dal film.

La tagliente reazione di Fosca non si fa attendere:
— Ho ricevuto la vostra lettera, e vi ringrazio — mi disse ella con calma.
E porgendomi la destra, aggiunse:
— Spero che mi sarà almeno lecito di stringervi la mano.
— Diamine! Non abbiamo cessato di essere amici, e poi…
— Oh, — interruppe ella sorridendo — voi vi dimenticate già di ciò che mi avete scritto: «Credete che la pura amicizia non è possibile tra noi…»
— Allora si trattava d’altra cosa. Ora… Io intendo l’amicizia nel senso convenzionale della parola; un legame che non ha diritto ad alcuna intimità, e si limita a pochi rapporti superficiali.
— In questo senso, va bene.
— Accettereste dunque sinceramente questa specie di amicizia?
— Sinceramente.
— Grazie!
— Sempreché — riprese ella dopo qualche momento — non aveste a mutar consiglio da oggi a domani, e ad evitare di trovarvi solo con me, come avete fatto dopo il nostro primo abboccamento. Anche allora mi avevate fatto una promessa simile a questa.
— Era un’altra questione — io dissi. — Comprenderete che io prevedeva allora ciò che è successo, e che quel contegno non aveva altro scopo che di evitarlo.
— Voi non sapete come ne sono mortificata.
— Di che?
— Di ciò che è successo.
— Perché? Non ne è il caso. La vostra simpatia mi onora, e la vostra sensibilità non forma che l’elogio del vostro cuore.
— Quanto siete indulgente! — diss’ella con un sorriso pieno di ironia.
Era disgustato di quella freddezza. Comprendeva che essa voleva mostrarsi indifferente al mio rifiuto, e che il suo amor proprio umiliato gliene dava tutti i diritti; pure, mi faceva pena il vederla irridere a quell’affetto che aveva creduto sí serio e sí veemente.
Ma quanta ingratitudine!
L'ammiratrice molesta ha levato le tende; pure Giorgio confessa
di aver nutrito per essa un sentimento che mi sono rimproverato assai spesso. Io odiava quasi quella donna. Allora ne attribuiva la cagione a ciò, che mi pareva che ella avesse voluto farsi giuoco della mia sensibilità; piú tardi compresi che le cause ne erano differenti. Vi è nulla di piú ridicolo di una emozione non divisa. Nulla è piú atto a renderci inamabile una persona che non possiamo amare che il vederla usare a nostro riguardo i modi e il linguaggio di un amore appassionato. La nostra ripugnanza cresce in proporzione dello zelo che ella pone a superarla. Nessuna legge in natura è piú inesorabile di quelle che reggono le simpatie e le antipatie. Non è vero che l’amore sia una questione di sentimenti, esso non è che una questione di nervi, di fluidi, di armonie animali: l’identità dei caratteri, la stima lo fortificano, non lo creano. Noi siamo spesso ingannati da queste cause apparenti, perché l’identità del carattere non è che un effetto dell’identità della costituzione.
Chi non vorrebbe dare all’amore un’origine piú spirituale e piú nobile? Ma non è possibile!
fili di Positivismo nella trama tutta scapigliata, potremmo dire.

L'improvviso peggioramento della salute di Fosca fa precipitare gli eventi.
Il medico e confidente della giovane donna non esita a rivolgersi a Giorgio:
— ... sentiamo cosa posso fare per quella donna.
— Una cosa semplicissima.
— Cioè?
— Venire da lei.
— Da lei! Quando?
— Subito.
— È una cosa terribile.
— Lo immagino — diss’egli prendendo il suo cappello. — Ve ne aveva avvertito io, ve ne ricordate?
— E perché me ne avevate avvertito? Forse che ella ha fatto altrettanto con altri? Come avevate fatto a prevedere?…
— La sua condotta è irreprensibile, — diss’egli — ed è ciò che forma il mio stupore; io solo posso comprendere ciò che le costa questa condotta! Ma in quanto a ciò che è successo con voi lo aveva immaginato. Noi siamo gente rozza, tipi grossolani, non era il caso, ci vogliono altre donne per noi. Essa ha una mente colta, uno spirito delicato e romantico; voi eravate l’uomo fatto a posta; l’ho detto a me stesso appena vi ho veduto: ecco l’uomo! Figuratevi, conosco quella donna da cinque anni. Voi siete un bel giovine, e la bellezza è cosa che si sconta quasi altrettanto come la bontà. Buoni e belli! Guai a coloro che vengono al mondo colla macchia di questo peccato originale!
L'incontro clandestino fra i due si svolge in un parossismo di appassionate dichiarazioni:
Si scoperse il volto ad un tratto, mi guardò a lungo con espressione di affetto ineffabile, poi mi disse:
— Sapeva che sareste venuto.
Vidi lucere una lacrima sui di lei occhi, e mi sforzai a sorriderle.
Levò un braccio di sotto le coltri, io le porsi una mano che si portò alle labbra e baciò convulsivamente.
— Si fanno tali follie prima di morire — diss’ella.
— Non pensate a morire.
— Dacché siete qui non ci penso piú, sono guarita. Mi perdonate di avervi pregato di venire?
— Non vi perdono però di averlo fatto sí tardi.
— Oh Giorgio! — esclamò ella con aria di gratitudine e di rimprovero — io leggo nel vostro cuore.
Stette un momento silenziosa, poi si animò improvvisamente, ed esclamò con entusiasmo:
— Io vi adoro.
Prese un mazzetto di mughetti che era sul tavolino, e lo avvicinò alle mie labbra.
— Perché?
— Baciatelo.
— Perché?
— Baciate questi bei mughetti.
Ubbidii. Si portò subito il mazzolino alle labbra, lo baciò con trasporto, e lo riavvicinò alle mie. Compresi il suo desiderio.
Mi curvai sopra di lei, e la baciai sulle guancie.
Chiuse gli occhi, e rimase assorta ed immobile. Meravigliai che non mi avesse reso quel bacio.
— Dammi del tu, — riprese improvvisamente riscuotendosi.
— Con tutta l’anima.
— Chiamami col mio nome.
— Fosca.
— Di’: Giorgio e Fosca.
Lo dissi.
— Dimmi: ti amo.
— Ti amo.
— Baciami.
La baciai con finto trasporto.
— Oh Giorgio!
Proruppe in lacrime, e si coperse il volto colle mani. Passammo quasi una mezz’ora senza parlare. Quello sforzo l’aveva esaurita. Mi guardava in silenzio, io la guardava in silenzio. La notte era sí quieta che sentivamo gli oscillamenti gravi e misurati del pendolo di un grosso orologio di una torre che sovrastava alla casa.
— Come stai? — le chiesi io finalmente.
— Bene e male ad un tempo. Tu mi comprendi. Se morissi ora sarei felice: ciò non annullerebbe le angoscie di tutta la mia vita, è vero, ma il morire felice sarebbe già per me un bene insperato.
— Sarai piú felice vivendo.
— Mi amerai se viva?
— Sí…
— Non dirlo, non dirlo; cioè, sí, dillo. Povero giovine! — aggiunse ella prendendo le mie mani — io comprendo l’importanza del sacrificio che ti impongo. Io lo so che tu non puoi sentire per me che della pietà, ma ho caro d’illudermi, e ho caro il sentimento che ti spinge a far nascere in me queste illusioni. Una volta credeva che la pietà fosse poca cosa, che non si potesse non sentirla, perché io aveva pietà di tutto ciò che soffriva, fosse anche stato un povero uccello, un povero cane, una povera bestia qualunque; ma piú tardi ho imparato come gli uomini siano avari anche di compassione, perché la compassione è il riflesso di un dolore altrui, e diventa un dolore proprio. Io so apprezzare la tua pietà, io te ne sono grata perché sento che in te è ancora piú meritoria dell’amore.  

— ...ora non devo morire. Io sono guarita. Apri le imposte delle finestre, voglio vedere le stelle. Cosí, solleva le cortine.
— Che cosa siamo noi! Che cosa è la vita! — esclamò ella tristemente.
E quasi avesse voluto cercare nella certezza del mio amore un compenso allo sconforto di quel pensiero, aggiunse con impeto:
— Oh amami, amami! Abbi compassione di me! Mi ami tu realmente?
— Sí.
— Mi amerai sempre?
— Sí.
— Giuralo.
Esitai un istante.
— D’un affetto puro… di un affetto fraterno!… — diss’ella.
— Lo giuro.
Malgrado le professioni di amore fraterno, la natura dei sentimenti di Fosca è inequivocabile.
Giorgio cade nello sconforto e in un vortice di sentimenti contraddittori: pietà, senso di colpa, responsabilità, disgusto:
L’amore è la fusione e la conciliazione di due egoismi che si soddisfano a vicenda.
Non sarei atterrito da questo affetto se credessi alla sua purezza. Avrei anzi accettato volentieri questa missione, per quanto ella sia dolorosa, e non avrei avuto scrupolo di serbarne il segreto, ma cosí è impossibile. Io vedo le lotte di Fosca; le sue contraddizioni sono troppo eloquenti, la sua malattia le ha tolto tutte quelle forze che qualche volta ci fanno trionfare delle passioni; il suo amore è amore.

Io non la sento. È in me, o è fuori di me? D’onde viene? Ove posso trovarla? Io era nato per amare, e ho amato; se nato per uccidere, avrei forse ucciso. La responsabilità sarebbe stata uguale. Tutto ciò che avrei potuto fare, è ciò che ho fatto e che faccio — vergognarmi della mia natura!”

Sí, nel segreto del mio cuore io giustificava Fosca. Se volendolo l’avesse potuto, il suo amore sarebbe stato puro. Ella avrebbe voluto amarmi come una sorella; ella comprendeva la sublimità di questo affetto, e soffriva di non poterlo conservar tale. Ciò era tutto, in lei non vi era dunque alcuna colpa. 
A complicare la situazione contribuisce il passato di Fosca.
Nelle sue parole:
Io nacqui malata: uno dei sintomi piú gravi e piú profondi della mia infermità era il bisogno che sentiva di affezionarmi a tutto ciò che mi circondava, ma in modo violento, subito, estremo.
Una personalità borderline, diremmo oggi; di certo, di intensità non comune.
Il bisogno di amare, prosegue, l'ha portata a innamorarsi di uno scaltro avventuriero, che dopo aver consumato tutte le sue sostanze, la lascia con poche fredde parole:
Fra me e voi è corso un contratto. Voi mi avete dato il vostro danaro, io vi ho dato la mia avvenenza, la mia gioventú, il mio talento. (Non voglio mancarvi di rispetto in questo istante, ma voi sapete, Fosca, che non siete bella). Eravamo pari: ebbene, abbiamo vissuto insieme undici mesi, il nostro commercio andava bene. Ora questo contratto non ci conviene piú? sciogliamolo. Mi sembra che non occorra disgustarci per questo.
L'abbandono del marito, la perdita del bambino che porta in grembo e la morte dei genitori le hanno tolto tutto: tranne la necessità intrinseca, fisica di amare:
Ti ho detto come l’amore fosse una condizione della mia vita, come questo bisogno fosse esigente e irrefrenabile fino dai primi anni della mia fanciullezza; immagina tu cosa doveva essere allora, cosa è adesso. Io non fui amata piú mai, non sperava piú di esserlo, poiché ove pure la mia disavvenenza non lo avesse reso impossibile, il mio cuore non era tale da darsi ad un uomo comune. Cosí tutto era contraddizione in me, tutto era urto ed antitesi: il cuore, la natura, l’isolamento, le infermità mi spingevano all’amore; la bruttezza, l’orgoglio, le esigenze dell’onore, il dovere me ne trattenevano. Mai lotta piú lunga e piú crudele fu combattuta in un’anima. Ho io finito adesso? ho io vinto? Tu solo puoi rispondermi, o Giorgio, tu solo!”.

Ancora una scena del film.

Ma sembra che in questo gioco tragico, travestito da caso clinico o da dramma in costume, possano esservi solo perdenti.
L’abitudine mi aveva reso in pochi giorni sí rassegnato, che io aveva quasi cessato di credere alla possibilità di sottrarmi a quella tortura. Il timore di ucciderla mi rendeva capace di qualunque sacrificio.
Venti giorni dopo la convalescenza di Fosca, io non aveva già piú né salute, né coraggio, né speranza di sopravvivere a quella sciagura.  
Una cosa sovratutto — e la noto qui come quella che può dar ragione dell’abbandono in cui ero caduto, e della sfiducia che s’era impadronita di me — contribuiva ad accrescere il mio dolore: il pensiero fisso, continuo, orrendo, che quella donna volesse trascinarmi con sé nella tomba. Essa doveva morire presto, ciò era evidente. Il vederla già consunta, già incadaverita, abbracciarmi, avvinghiarmi, tenermi stretto sul suo seno durante quei suoi spasimi, era cosa che dava ogni giorno maggior forza a questa fissazione spaventevole.
Davvero un vampiro, un incubo è diventata questa donna!

E basta che Giorgio respinga seccato l'ennesima affettuosità di Fosca per farla ripiombare in una terribile crisi.
Anche il giovane inizia ad accusare sintomi preoccupanti, che impensieriscono il medico, infero Cupido:
— Era cosa da aspettarsi, — mi diss'egli — vi vedevo deperire ogni giorno, e voleva avvertirvene. Me ne astenni sempre perché mi sentiva un poco imbarazzato a farvi questa confidenza, e perché speravo che un giorno o l'altro avreste trovato modo voi stesso di troncare quella relazione. Ora non posso farne a meno. Bisogna che lasciate quella donna ad ogni costo; siete troppo sensibile.
— Credete che ella ne morrebbe?
— Non è cosa da potersi prevedere. Ad ogni modo voi non fareste che affrettarle di poco una crisi vicina, inevitabile. Capirete che è questione assai delicata; io non posso dirvi: “Fate questo, fate quello”, posso avvertirvi di un pericolo, ecco tutto; è a ciò che si limita il mio mandato. [...] Pensateci, bisogna che scegliate fra la vostra vita e la sua; o voi o lei, questo è il dilemma, io mi limito a formularvelo.
Né Fosca riesce a perdonarsi la malattia dell'amato, giungendo a masochistici giochi:
Si tolse uno spillone dalla cintura, me lo diede e mi disse:
— Forami una mano, forami.
— Ma è una follia! Che idea!
— No, no; — esclamò ella con impazienza — lo voglio, te ne prego, Giorgio!
Io allontanai il braccio, ella fu sollecita ad afferrarlo, a tirarlo verso di sé, e a percuotere la mano che aveva libera sullo spillo. Si ferí leggermente; una goccia di sangue cadde sul mio guanciale.
— Ora sono contenta, — disse ella, — mi fa male, mi abbrucia, sono contenta.
— Va', va'!, — le diss'io — è tardi.
— Sí, andrò, ritornerò domani; fuggirò ancora. Oh! per pietà, non soffrire, non esser triste; guarisci presto, guarisci presto.
L'unico modo per porre fine all'incresciosa vicenda è il trasferimento di Giorgio presso altra sede.
Fugge di soppiatto, ma a bordo del treno incappa presto in Fosca: gelida, livida, ansante come uno spettro.
— Perché mi avete seguito?
— Ve l'ho detto.
— Ma io non vi amo, dovete pure avvedervene.
— Non importa, vi amo io.
— Non avete pensato a che cosa vi condurrà questa situazione?
— Non posso avere altro pensiero che il vostro.
— La vostra salute v'impedirà di seguirmi, non avrete forza di giungere fino a Milano.
— Ebbene, morrò per via.
— Voi credete con ciò di farvi amare, di farvi ammirare; la vostra vanità ha forse in questa risoluzione una parte maggiore che il vostro cuore; disingannatevi; la mia stima, il mio affetto non attingono alcuna forza da questa falsa costanza.
— Mi conoscete assai male — diss'ella. — Io non ho creduto al vostro amore quando asserivate d'amarmi; come potrei lusingarmi di accrescerlo adesso che mi sfuggite? Non ho voluto mai che illudermi.
Sono io che vi ho amato, che vi amo, che voglio amarvi. È un impegno che ho contratto con la mia coscienza. Voglio che ci crediate, vi costringerò a crederci. Mi sono votata a voi, ho risolto di morire per voi.
Aveva bisogno di uno scopo nella vita, l'ho trovato, lo raggiungerò.
Non importa che non mi amiate, potete anche odiarmi, è tutt'uno; anzi preferirò il vostro odio alla vostra indifferenza: ciò di cui voglio assicurarmi è della vostra memoria; voglio costringervi a ricordarvi di me; quando vi avrò oppresso con tutto il peso della mia tenerezza, quando vi avrò seguito sempre e dappertutto come la vostra ombra, quando sarò morta per voi, allora non potrete piú dimenticarmi. Ecco perché vi ho seguito.
— Avete però un mezzo — ripigliò ella con calma, e senza distogliere gli occhi dalla fiamma che stava affissando — per sottrarvi alle mie minacce.
— Quale?
— Uccidetemi.
— Uccidervi! Che insensatezza! Ma voi sapete che non s'uccide una persona impunemente, né senza motivi. Se mi aveste detto ciò a quindici anni, vi avrei trovato qualche cosa di nuovo, di romantico, di commovente, ma ora! E perché dovrei uccidervi? Perché non vi posso amare? Che colpa ne ho io se il mio cuore non può sentire nulla per voi?
— Il vostro cuore! — diss'ella — non appellatevi al vostro cuore. Conosco questa ipocrisia delle passioni, l'ho esperimentata. Il cuore non è l'amore. Se il mio volto fosse stato meno brutto, se io avessi potuto correggere le linee del mio naso, della mia bocca, della mia fronte, conseguire un poco della freschezza e della pinguedine dell'infima donna del volgo, voi stesso, voi mi avreste adorato.
L'amicizia è bontà, ma l'amore non è che bellezza.
Giorgio ritorna; ma grazie ai buoni uffici del medico, il suo trasferimento viene deciso in via definitiva.
La reazione di Fosca rivela, a tutti, la profondità folle del suo amore:
Vidi il suo volto impallidire, trasfigurarsi, affilarsi. Ella stese le braccia verso di me, tentò sollevarsi, e ricadde sulla sedia. Suo cugino, i medici, le furono tosto dintorno; guardavano ora me, ora lei, e parevano sospettare le cause di quella sua crisi improvvisa. Successe un istante di silenzio. Gli occhi di Fosca, spalancati, immobili, vitrei, non cessavano di affissarmi. Ella si alzò ad un tratto agitata da una contrazione spaventevole, corse verso di me, si afferrò a’ miei abiti e proruppe in un grido straziante:
— O Giorgio, non mi abbandonare, o mio Giorgio! mio adorato!
Quelle parole, quell’atto erano una confessione troppo eloquente. Suo cugino impallidí, arrossí, tornò ad impallidire; stette un istante immobile come istupidito, paralizzato, fulminato da quella rivelazione, poi si avventò verso Fosca guardandomi con occhi terribili, la strappò con violenza dalle mie braccia, la trascinò verso il suo appartamento; e nel varcare la soglia dell’uscio si rivolse, e mi disse:
— Uscite, signore; uscite di questa casa. Ci rivedremo assai presto.
Sfidato a duello dal colonnello, che si crede ingannato dal giovane sottoposto, e raggiunto da una missiva di Clara - risplendente contraltare al tormentoso rapporto con Fosca - con cui la donna pone fine alla loro relazione clandestina - Giorgio precipita in un abisso:
...io aveva amato un mostro. Egli era possibile abbandonarmi cosí? Potevano esservi in natura ragioni sufficienti a dividere due cuori che si erano amati come i nostri? Potevano due creature che erano state sí care l’una all’altra separarsi e sperare di sopravvivere a questo abbandono? Avrei io mai creduto che il nostro amore avrebbe potuto finire? Avrei io avuto il coraggio pur di pensare a ciò che ella aveva predeciso e compiuto con sí facile risolutezza? No, né io, né nessuno. Tal cosa non poteva essere immaginata che da un essere mostruosamente ingrato, mostruosamente crudele. Io aveva amato questo essere. Tutto l'edificio della mia fede era rovinato, tutto era caduto nel fango. 
e questo cupio dissolvi lo trascina laddove la tetra sirena desidera:
La baciai sulla bocca.
— Non basta.
La baciai ancora.
— Non basta.
— Farò ciò che vorrai. Comandami.
— Non voglio comandarti.
— Desidera.
— Nemmeno.
— Che ho da fare?
— Indovina. Ciò che faresti con una donna che amassi, ciò che hai fatto con le donne che hai amato, ciò che hai fatto con Clara.
— Clara! Tu dici?…
Mio Dio! Mio Dio! Perché risuscitava ella questo terribile pensiero in quel momento?… La strinsi al petto con forza, con una forza rabbiosa che aveva apparenza di passione. Ella si abbandonò palpitante, senza dir parola. La mia stretta fu lunga; il suo fragile corpo fremeva fra le mie braccia.
— Giorgio, mio Giorgio!
— Sei paga?
— Non ancora.
— Non credi dunque al mio amore?
— Ci credo, ci credo; spirerei ai tuoi piedi se non ci credessi.
Mordimi la guancia.
— Perché?
— Mordimi la guancia; tu l'hai fatto con Clara, non lo negare; gettati ai miei piedi, appoggia il tuo capo sulle mie ginocchia.
Mi arresi come un fanciullo. Tutte le forze della mia volontà erano domate dall'aspetto di quell'energia.
Quella creatura selvaggia, resa terribile dalla deformità e dalla malattia, domandava da me l'ultima prova. Lottai contro me stesso, contro la mia natura codarda che si ribellava ad un sagrifizio che io stesso avevo provocato.
Se fosse stata Clara! Che dico? Se fosse stata la piú vile donnicciuola, io sarei caduto ai suoi piedi supplichevole, avrei dimenticato il mio cuore, la mia mente, la mia anima nell'ebbrezza dei sensi. Codardo! Codardo!
Nell'impeto generoso che succedette a questo pensiero l'afferrai convulso, la sollevai sulle braccia, la portai in giro per la camera smaniando. Cosí altre volte, con altro fremito, con altro spasimo, io aveva portato il corpo adorato di Clara! Erano le stesse grida, le stesse parole rotte, lo stesso fruscio di vesti, lo stesso ondeggiare di capelli disciolti, lo stesso profumo inebbriante…
In quella si udí lo scatto d'una molla, poi quattro squilli sonori del pendolo.
Quattro ore! Erano passate quattro ore! Levai gli occhi in volto a Fosca e vi lessi lo stesso pensiero. Feci un moto come per ritrarmi; essa mi afferrò, mi strinse, e con un accento intraducibile d'affanno mormorò alle mie orecchie queste terribili parole: — Sii mio! Sii mio!
Una nebbia mi oscurò l'intelletto, e non ebbi forza di resistere.
Ciò che avvenne dopo è cosí spaventoso che la mia mente ne rifugge inorridita. Due lunghe ore di spasimi, di grida, di ritrosie ispirate dal ribrezzo, hanno spezzato la mia natura, hanno sfasciato l'edifizio delle mie memorie e inaridito l'ultima sorgente delle mie speranze…
La tempesta prevista si scatena e si placa; lascia il passo non al sole a mezzanotte, ma a illusioni che si spengono come le fredde stelle del mattino.

La verità riluce aspra come il ghigno della luna:
Quella infermità terribile per cui aveva provato tanto orrore mi aveva colpito in quell'istante; la malattia di Fosca si era trasfusa in me: io aveva conseguito in quel momento la triste eredità del mio fallo e del mio amore.
L'amore non vince nulla.


Commenti

  1. Sì ma anche le eroine delle opere ottocentesche, quelle musicali anche, erano tutte così: Mimì, Violetta, la famosa signora delle Camelie...
    Questi scrittori nuovi hanno scoperto l'acqua calda!

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    1. Sono d'accordo... facendo anche del sugar-coating tutto americano... non c'è, credo, quella tensione fra bellezza e miseria, fra vincenti e vinti che è così commovente nella Fosca.

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