Un uomo e la sua idea: doppia parabola

Può un uomo incarnare un ideale?
Walter Ferranini, neo-eletto deputato del PCI alle elezioni del '58, ne è convinto.

Originario dell'Emilia rossa, la Kiev italiana, è Il comunista per antonomasia; non a caso così s'intitola la sua storia, opera postuma di un grande dimenticato del nostro Novecento: Guido Morselli.

Il comunista (1976), nell'edizione Adelphi.

Ferranini è di quelli che il comunismo l'ha nel sangue: quello ereditato dal padre, ferroviere intisichito dal lavoro, e quello buttato fin da ragazzino per sopravvivere:
Licenziato in tronco, orfano senza parenti e senza più casa, il ragazzo aveva imparato a conoscere direttamente, dolorosamente, il mondo vivo del lavoro. Alla ferrovia gli era capitato di dover caricare da solo, in un giorno, sessanta quintali di latte. La fatica lo aveva segnato in maniera definitiva,. investendogli di una luce senza chiaroscuri certi aspetti e certi problemi del lavoro, che nessuno studio teorico ha mai insegnato. Lo presero in una piccola fabbrica di scarpe a San Donato (ci rimase sette anni), anche lì a penare, imballatore, autista, facchino, carica e scarica casse, rotoli di pellami, damigiane di acidi, dalle sei la mattina alle sette la sera. Non aveva la complessione per il lavoro pesante; e la fatica non gli si impresse soltanto nelle idee della sua mente. Alla visita di leva gli fu trovato un soffio al cuore.
Provvida sventura! Gli preclude l'arruolamento nelle milizie fasciste inviate in Spagna, e di combattervi invece come volontario, dalla parte giusta.
Ma l'austero deputato mal tollera il debito che ha contratto, chissà dove e chissà quando, nei confronti del fato:
Ferranini ricordava e si irritava. Si irritava con sé e di sé  proprio mentre rendeva involontario omaggio alle due impersonali astrazioni opposte, il caso e la fatalità. Riandando alla sua storia gli si confermava quello che gli pareva aver capito da un pezzo, una regolarità avversa e monotona che la dominasse. Sotto la varietà superficiale un geometrizzarsi rigido, e i primi tempi che facevano l’amore aveva detto a Nuccia (con divertito stupore di lei, erano in camera alzatisi appena da quella loro faccenda): «Peggio per te che ti sei attaccata a un uomo parabolico». E si poteva anche ridere difatti, ma non era stata la sua vita un disegno di parabole strette, ascensioni erte, iniziative e speranze e poi, inevitabile, la caduta? Il ramo discendente della parabola si internava ben fondo nella delusione, salvo riemergere di slancio per un’altra salita, condannata a cambiarsi in precipizio. Non c’era traccia di progresso dialettico. Niente altro che ripetizione nella sua vita. Da ragazzo, la prospettiva — se l’era aperta  sudando — degli studi,verso l’università, le biblioteche, i laboratori. Nello spazio di quattro settimane dal banco di scuola si era trovato a caricare vagoni in una stazioncina. La Spagna. Propositi di sacrificio, la causa da difendere, la guerra disperata ma generosa, e belle chiacchiere tante. Per lui la Spagna doveva ridursi a una serie di ricoveri all'ospedale, finire con una fuga disperata, nella miseria nera di Passy.
Eppure, come non riconoscere un'intima connessione fra la parabola umana del Ferranini, ormai vecchio, col cuore sfessato in tutte le maniere, e quella del grande partito e dell'ancor più grande ideale a cui si è votato, ambedue malconci dopo la destalinizzazione e i fatti d'Ungheria?
Persino il tetragono deputato sembra adagiarsi su quest'implicito declino, così necessario e per l'uomo, e per l'idea:
Aveva finito, in realtà, col convincersi che quella inerzia aveva le sue buone ragioni. Il Parlamento non può essere, dove esiste, che un tratto della parabola del socialismo, o meglio, un intervallo di attesa. Erano lì a fare opposizione all'istituzione, non a ciò che l'istituzione decidesse o al modo come funzionasse. [...] Ne viene che non può esserci per un comunista un altro posto in cui riposare, 'riposare', così tranquillamente, consapevolmente, come la Camera borghese.
Ma di rasserenante c'è davvero poco, nell'agone politico.
A Roma i compagni, dal sanguigno Reparatore al sornione e dotto Amoruso, si imborghesiscono; la sua relazione con Nuccia, moglie separata di un pezzo grosso del partito, è segnata da un'incompatibilità fatale, laddove al grido della donna, gelosa di ogni stilla del passato dell'amante:
- Sarò una comunista da strapazzo, la politica m'importa poco. Mi importi tu. Perché, non esiste la vita  privata?
si contrappone un gelido, accademico monito:
- Ti avverto - le disse - che l'individuo empirico, in questo che ti ho raccontato, non interessa niente. Interessa una cosa sola. L'involuzione di una coscienza.
Laddove la calda vita fallisce, non riesce nemmeno la fredda politica.

Intanto, nella Bassa emiliana, le cooperative organizzate con sacrificio sono teatro di personalismi, intrighi, affari.
E l'uomo della strada, quello che, intercettando Ferranini, gli si attacca ansioso, non può che chiedere:
- Tu che sei socialista: dite che gli sfruttatori dei lavoratori finiranno. Ma quando saremo liberati dal lavoro?
Già.
Il lavoro, la lotta... è un destino ineluttabile?
Per Ferranini sì, e tanto è più ostinato il suo aggrapparsi all'ortodossia comunista quanto più è severo il costante esame di coscienza (critica, ci mancherebbe! Che l'altra, di coscienza, se la tengano la borghese religione e la borghesissima psicanalisi) cui si sottopone: un travaglio continuo.

Ma qual è la colpa che Walter sente di dover espiare?

L'America.

Nemesi d'ogni rispettabile compagno, e ancora di più per il nostro uomo parabolico.

Terra promessa per lui esule dopo l'avventura spagnola; Circe che lo irretisce con l'individualistico piacere dell'autoefficacia e dell'intraprendenza:
Lui si sentiva sicuro, aveva tante speranze. Ancora montava il 'ramo ascendente'. (Della solita parabola). Gli pareva che la sua vita cominciasse allora e che le difficoltà lo tenessero su, da ognuna cavava un insegnamento, misurava le sue forze, affinava le qualità positive che si sentiva affiorare.
E Demarr, ricco commerciante e possidente terriero di Filadelfia; e un crescente benessere; e l'Old Laurel, superba proprietà di cui è presto fatto responsabile.

E, tenetevi forte amici bibliomani:
In un anno scarso dal suo ingresso nella ditta di Camden, aveva avuto tre aumenti di stipendio, senza richiederli. Tre. Sicché non gli bastava più andare a Filadelfia, alla biblioteca municipale a prendere a prestito i libri che leggeva; cominciò a comperarsene. L'illusione dell'appropriazione, che è la realtà dell'alienazione; i libri dovevano essere suoi.
E poi Nancy.
La giovane moglie, vigorosa ninfa dei boschi cresciuta a calisthenics e patriottismo a stelle e strisce, che sempre più coinvolta in attività di estrema destra, finisce per sacrificare quel marito immigrato e malaticcio all'altare della Patria.


Filadelfia negli anni Quaranta.

Che resta da fare al giovane Walter, se non rimproverarsi l'abbrutimento in cui versa la sua coscienza di classe?
Era vissuto sin lì come un animale, contento di non sperare e di non ricordarsi; non aveva tirato una conclusione, cercato una giustificazione. La fine della guerra, parentesi enorme che si chiudeva anche per lui, non gli aveva causato sollievo; preferiva non tenerne conto, ignorarla, al modo che prima per tutti quegli anni gli annunci, i bollettini, la propaganda, comprese le notizie dello sfacelo del povero paese che si era lasciato alle spalle, quell'immenso frastuono era passato senza sfiorarlo, non lo aveva distratto nella sua ottusa tranquillità. Si ripeteva, a intervalli, che lui era tutto un marcio, tutto uno schifo. Ma senza convinzione, litanie stracche. 
Di farsi il processo, adesso che di materia ne aveva abbondante, non si curava più. Né di immaginare, e cominciare a disporre, un avvenire né di addossarsi il passato che così gli si era riempito di macerie. Da anni non leggeva un libro, non discuteva, non ragionava un problema. «Ho il cervello che non carburo»: gli bastava a scusarsi. Quell'aguzzare una definizione sino al paradosso, quel grattare le idee sino a vederne la corda, che una volta (ma a vent'anni, a ventidue) lo impegnavano tanto senza togliergli l’ambizione degli ideali difficili, e poi il bisogno di reagire contro l’ambiente (per esempio contro l'anarchismo diffuso fra i suoi compagni in Spagna), tutto questo era finito e dimenticato. L’istinto che aveva avuto di imporsi, di imporre intorno a sé una mentalità, una disciplina.
Non si riandava, però, e non faceva confronti. Mettersi gli occhi addosso, misurare quello che si è stati, sono cose che uno le fa se ha ancora un interesse a conoscersi, qualche speranza in se stesso. Lui si lasciava spingere, dai giorni, dalle ore che il calendario sulla scrivania, la sveglia in cucina, buttavano fuori; tirava avanti strascicando i piedi, a occhi chiusi. Il mondo per lui era da liquidare, scopi lui non ne aveva, interessi non ne aveva.
Il '45 volge al termine e il ritorno in Italia è inevitabile. 
L'America scompariva nella notte dietro di lui, con il suo buio e le sue luci, scompariva il suo passato il buono e il cattivo che aveva avuto. E naturalmente, anche qui si sbagliava [...] ci fu la visita alle carte dei passeggeri, e quelli di nazionalità americana ebbero l'invito a formare un gruppo separato. Quasi senza saperlo, Ferranini si accodò agli americani. Intervenne l'ufficiale di dogana:
- Prego. Lei dall'altra parte.
Avrebbe bestemmiato.
Atto mancato, direbbe Freud - e a ragione, con buona pace dello sdegno comunista. 
A tredici anni di distanza, il gioco al massacro contro se stesso è ripreso alla grande, ma l'ideale politico non veleggia più come un tempo - malgrado l'entusiasmo di un Paese da ricostruire.

L'America resiste e persiste.
- Oltretutto - si alzò a dire - quello che avete ascoltato è perfettamente in armonia con la mentalità degli americani. Perché sono dei razzisti.
Non vide e non riuscì mai poi a sapere chi fosse il collega che dai banchi del Centro esclamò: - Ferranini? Ma non è uno che ci è stato dieci anni in America? - Si alzò di nuovo e rispose così:
- Ci sono stato ma non ci tornerei.
A distanza di ore, alla sera, gli pareva di udirsi dentro rimbombare la sua stessa voce, «ci sono stato ma non ci tornerei». Meno male, meno male!, che Maccagni non era presente ad assistere a quel debutto. Aver parlato, la prima volta, per fare del personalismo. Sotto l'apparenza di una presa di posizione politica la miseria della sua vita privata, e se quel tale, lo sconosciuto collega, avesse aggiunto: Ferranini è uno che sta qui in un banco dell'estrema solo perché una donna lo ha piantato, altrimenti sarebbe oggi un cittadino USA, lui che cosa rispondeva?
Aveva detto che in America non ci tornava, e questo era vero. Materialmente, letteralmente vero. Ma era anche vero che non ce lo prendevano.
Lui, Ferranini, non parlava da critico dell'America capitalista, parlava da innamorato respinto. L'America, dolcezza o rabbia, ce l'aveva ancora nel sangue.
Dolcezza o rabbia che non sa più opporre a chi, nel partito, soffoca le poche voci critiche; un tentativo di salvare un giovane compagno dall'espulsione gli procura sì molto tormento, e una non facile auto-assoluzione:
Dunque, lui criticava una decisione del partito. Perché adesso, di colpo, la conclusione si imponeva nella sua evidenza. La lettera, la Direzione gliela aveva mandata in quanto considerava Mazzola punibile. Ossia, colpevole.Si appoggiò col petto al tavolino, le mani schiacciate sul viso. Quindici anni di coerenza, di fedeltà, e oggi un ribelle. [...] Rimediare. E poi, cavarselo persino dalla memoria. [...] Ferranini camminava e ragionava, grigio e scontento, camminava e s'inquisiva, sotto la pioggerella che gli intrideva fredda fra i capelli. Sii sincero, Ferranini [...] non ci hai più pensato alla storia di Mazzola, te ne sei dimenticato per stare tranquillo, sapevi che lo avevano condannato e ti dava fastidio doverci mettere la firma anche tu. [...] Diciamo la verità, è che le idee di Mazzola assomigliano molto alle tue idee. Ma molto. E allora, delle due l'una. O tu lo riconosci e ti metti con lui e rispondi "mi dispiace ma anche Ferranini dovete punire". Oppure se mandi la lettera, quella lettera che non è per niente una formalità come vorresti credere, se la firmi e la mandi fai una porcheria. Adesso scegli. D'un tratto la questione gli si chiariva luminosamente. Come, compagno Mazzola? parli di disciplina e vai contro la disciplina? Coerenza ci vuole. Tu, Mazzola, diventi personalista col tuo anti-personalismo, diventi individualista per combattere l'individualismo. Ma se è proprio in nome dei tuoi princìpi che bisogna darti torto.
Tanta acquiescenza gli vale in premio un viaggio in Terrasanta, in terra di Russia.
Un amaro calice.
Intanto Ferranini si era accostato e Amoruso lo presentò: 
- È pure italiano. Figlio di un macchinista delle ferrovie, di un tuo collega. Adesso spiegami. Perché hai fatto un confronto con gli Stati Uniti?  
- Unione Sovietica e Stati Uniti sono le due più grandi nazioni industriali.  
- Però, socialmente, politicamente, sono due mondi opposti. 
L'uomo rifletté un momento. 
- Qui e là, - disse - quelli che portano le stesse macchine fanno la stessa vita. 
- E che vita è - seguitò Amoruso. 
- Bene, in cabina abbiamo le poltrone di gommapiuma e l'aria condizionata. Per la gente di macchina non c'è più il caldo e il freddo. E se voglio sgranchirmi i muscoli, a casa mi faccio la ginnastica.  
- Un bel progresso, insomma.  
- Ma quando sono alla guida, le settecento tonnellate del treno è come se pesassero tutte sul mio petto. 
- La tensione nervosa. Quante ore hai fatto stamattina? 
- Quattro. 
- Sei stanco? 
- Mi sento leggermente ubriaco, faccio un po' fatica a capire le cose che tu mi dici. Aveva piegato la bocca in una smorfia. 
Ferranini prese Amoruso per il braccio: 
- Lascialo in pace.  
Le stesse parole («sono ubriaco!») da ragazzo le sentiva dire a suo padre quando smontava dal suo turno in macchina.
Leningrado (S. Pietroburgo) nel 1958.

Doppia parabola: fra URSS e USA, fra passato e presente... nulla cambia mai davvero.
Il lavoro, la pena, il sudore sono ergastoli.

Ed è così che, su invito di Moravia - una delle tante figure reali che con grazia mai fine a se stessa si insinuano nella finzione (così vera!) del Morselli, Ferranini pubblica su Nuovi Argomenti un articolo, Il lavoro, il mondo fisico, l'alienazione, in cui la bestemmia finale contro la chiesa del PCI viene pronunciata:
Lavorare [...] è soltanto una necessità, che non dà tregua. Difatti è la necessità di sopravvivere [...] Il lavoro con la sua penosità è dunque una condizione universale e insopprimibile. Senza riscatto. 
Ecco violato il tacito comandamento che Walter stesso riconosceva con cinismo: il socialismo è una cosa difficile. Da una parte è meglio che tanti non lo sappiano.

Che sia un ultimatum, come le scappatelle che tanti lanciano alla moglie o al marito come provocazione?
Un tribunale presto approntato gli dà appena un buffetto, negandogli persino la soddisfazione di essere ribelle:
Che cosa? che a offenderlo era proprio l'indulgenza degli esaminatori? Sì. Questo. Dov'era l'autocritica, la vocazione dell'autocritica? Si era battuto per le sue idee, non aveva mollato di un palmo. In ultimo, si era accorto che pretendeva, meritava, oppositori più seri, un'opposizione intransigente e la condanna finale. Si sentiva eretico. In un dato senso, si, aveva aspettato fulmini e scomunica. Due giorni prima si sarebbe  augurato quell'epilogo, adesso ci si ribellava. Il suo pentimento, l'angoscia di quegli ultimi tempi, i propositi di subordinazione completa, d'un tratto oggi diventavano un vestito smesso.
Il momento di cambiare pelle sembra giunto; Walter arriva a confessarsi:
Sono stanco, voglio cambiare. Voglio vivere, vivere liberamente, è chiaro?
senonché, la fatale parabola torna a drizzarsi, facendo scivolare Ferranini nel suo vertice di fuoco, quello eluso da tredici anni.

L'America.
Nancy, che è in punto di morte.
E non si stupì che a Ciampino gli trovassero subito il posto per il volo delle venti e quarantacinque. Doveva partire. Il ciclo era chiuso, il richiamo di Nancy era venuto al momento giusto. Nancy, puntualmente la donna del destino, come il titolo del film che aveva veduto al cinema. Lei aveva segnato l'ora della partenza, segnava quella del ritorno.  
Non era finita per lui, doveva ancora vivere e per questo occorreva che Nancy ci fosse, Nancy e il resto.
Ma a quale resto andrà incontro Ferranini?
Riusciranno la fede (fede e basta, senza oggetto, sfrontata e timida come un muscolo neonato), il sentimento, tutto quanto c'è di personale e umano in lui a riscattarlo dall'aspra sentenza delle scienze positive?
Ogni vita, dicono i biologi, ha l'habitat che si merita con la sua evoluzione. Il suo era un mondo ferroviario, mutevole e sospeso, qualche ignoto peccato evolutivo lo condannava a questo.
Se pure la parabola fosse sempre la medesima, è follia sperare di essere cambiati mentre la ripercorriamo dopo tanti anni?

Commenti

  1. Ciao piacere di conoscerti!😊 Non conoscevo questo romanzo, grazie per avermelo fatto scoprire! Molto interessante il tuo blog, mi iscrivo come tua lettrice fissa su Blogger. Se vuoi farmi visita o ricambiare ➡ http://gattaracinefila.blogspot.it/

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  2. Comunque bel blog, bellissime rubriche, complimenti! Di certo un bell'obiettivo!

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