Umana, troppo umana: la Resistenza banale

«Mamma mia!» un milite esclamò. Egli credeva di essersi messo col piú forte, e ora aveva questo. «Mamma mia! O mamma!» esclamò. Anche un figlio di puttana può dire “mamma”.
C'è dell'umano nel male, e anche un repubblichino ha una madre.
Si tratta di una riflessione audace, questa; ancor di più se tratta dal primo romanzo sul tema della Resistenza: Uomini e no di Elio Vittorini.


Uomini e no (1945), nell'edizione Mondadori più recente.

Ma nella Milano dell'inverno '44, la luce di un sole mite come non mai fodera le finestre dei ruderi e bagna le macerie; a quel tocco dolce come una promessa, molte idee nuove e prepotenti fioriscono anche su un suolo così aspro.

Si è portati a credere che ci sia qualcosa di immediato per cui combattere.
Qualcosa di grave come il coraggio e dolce come la felicità.
Qualcosa di semplice e chiaro.
Quel qualcosa, per il partigiano Enne 2, è l'amata Berta, infelice moglie di un altro.
L’uomo che si era fermato a guardare i libri guardò l’aria, il cielo, vide il sole sui tranvai, vide un tranvai 27 che ripartiva dalla fermata della Porta, e nella folla di cui era pieno vide, contro i vetri, il gomito e la spalla di una donna. Un grande suono allora irruppe in lui; e spinse correndo la bicicletta, attraversò i binari, raggiunse la piazza. Il tranvai era già lontano, percoteva di squilli il suo binario già oltre la fermata successiva, ma egli montò sulla bicicletta e lo rincorse. Un pezzo corse, e mai rivide, nel nero della folla chiusa dentro il tranvai, il gomito e la spalla di una donna per i quali correva. Pure sapeva di non essersi sbagliato, perdurava in lui il grande suono, e da ogni giornata che era stata, settembre e ottobre, novembre e dicembre, uno splendore veniva a lui, e si univa a quello ch’era ora. In piazza della Scala, la donna scese.
«Lo sapevo» le disse «ch’eri tu».
Lei si appoggiò alla sua bicicletta.
«Era» egli le disse «come tu sei stata».
Lei gli prese e baciò la mano, lasciò che parlasse.
«Correvo, ed era come sei stata. Correva il tram, ed era come sei stata».
Questo in piazza della Scala.
Ma lui non sapeva che cosa intendesse dire. Le indicò le case, il sole, il teatro in macerie, e le disse:
«Hai mai veduto un inverno simile? È come tu sei stata».
La tolse dalla folla, e la condusse fino al marciapiede
di via Manzoni: non dalla parte del caffè Cova, dall’altra.
«È l’inverno piú splendido che abbiamo avuto da un mucchio d’anni» le disse.
«E sai da quando?» soggiunse. «Sai da quando?»
La fermò e di nuovo la guardò. «Dal 1908. Da quando tu sei nata».
Lei era pallida, ma non diceva niente.
«Scusami» le disse. «Ma io ero con te quando sei nata. Non ero con te?»
«Sí» lei rispose.
«Sono stato sempre con te» egli le disse. «Non sono stato sempre con te?»
«Sí» lei rispose.
Non è, la resistenza di ogni tempo e colore, una lotta per la felicità?
L'anziana partigiana Selva ha il coraggio di dirlo:
Guardava ardentemente uomo e donna.
«Non possiamo desiderare questo per un uomo che ci è caro? Un uomo è felice quando ha una compagna. Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Io desidero che tu sia felice».
«Grazie» disse Enne 2. «Grazie Selva. Ma…»
«Ma, un corno» la vecchia Selva disse. «Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Non è per questo che lavoriamo?»
«È per questo» disse Enne 2.
«Non è per questo?» Selva disse.
E sempre guardava uomo e donna.
«Perdio!» disse. «Bisogna che gli uomini siano felici.
Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici? Parla tu, ragazza. Avrebbe un senso il nostro lavoro?»
«Non so» rispose Berta.
Ed era come se non avesse risposto, era seria; e alzò un momento la faccia, ma era come se non l’avesse alzata.
«Avrebbe un senso tutto il nostro lavoro?»
«No, Selva. Non lo credo».
«Niente al mondo avrebbe un senso. Vero, ragazza?»
«Non so» rispose di nuovo Berta. 
«O qualcosa avrebbe lo stesso un senso?»
«No» rispose Enne 2. «Non lo credo».
«Avrebbero un senso i nostri giornaletti clandestini? Avrebbero un senso le nostre cospirazioni?»
«Non lo credo».
«E i nostri che vengono fucilati! Avrebbero un senso?
Non avrebbero un senso».
«No. Non avrebbero un senso».
«C’è qualcosa al mondo che avrebbe un senso? Avrebbero un senso le bombe che fabbrichiamo?»
«Credo che niente avrebbe un senso».
«Niente avrebbe un senso. O avrebbero un senso i nemici che sopprimiamo?»
«Neanche loro. Non lo credo».
«No. No. Bisogna che gli uomini possano essere felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici. Non è solo per questo che le cose hanno un senso?»
«È per questo».
Ma al di là del dorato sole di gennaio, la realtà è molto avara di promesse; di dure decisioni e atroci inquietudini, carica:
«Mi domando» disse Enne 2 «che cosa penserei se fossi uno di loro».
«Se fossi uno di chi? Dei tedeschi? Dei fascisti?»
«Se fossi uno dei quaranta che domattina saranno fucilati».
I tre uomini si guardarono, e poi lo guardarono.
«Noi non abbiamo il diritto di domandarcelo».
«Ma se io fossi uno di loro? Se fossi uno dei quaranta che saranno fucilati domattina? Che me ne sembrerebbe di dover essere fucilato con altri trentanove per quattro canaglie che i patrioti hanno tolto di mezzo?»
Baffi Grigi si alzò in piedi.
«Vuoi dire» disse «che non vale la pena sacrificare dieci dei nostri per ogni colpo che diamo al nemico?»
Dall’angolo dove stava in disparte, la vecchia conoscenza di Enne 2 si avvicinò al tavolo. «Non ti ricordi» disse a Enne 2 «quando non avevamo niente per colpire? Ognuno di noi avrebbe dato la propria vita per poter distruggere la millesima parte di un fascista. Pensavamo che valesse la pena versare il sangue di mille di noi perché un cane fascista vi affogasse dentro. Volevamo la lotta. Ora è la lotta che abbiamo».
«E ci costa» disse Occhi di Gatto «dieci a uno. Non mille a uno».
«Sono» disse Enne 2 «da una parte dieci uomini e dall’altra un cane. Dobbiamo fare di piú».  
«Era questo che volevi dire?» Baffi Grigi disse. «Fare di piú?»
«Colpire di piú» disse Enne 2. «Colpire fino a stordirli. Non lasciar loro il tempo di eseguire le rappresaglie. Perché accettare che quaranta uomini siano fucilati domattina?»
«Nessuno accetta questo» disse l’uomo dalla testa rasa.
«Perché non impedire» Enne 2 continuò «che il tribunale si riunisca stanotte?»
Di nuovo i tre uomini si guardarono.
«Siamo qui per vedere come possiamo impedirlo» disse Baffi Grigi.
«E pensavamo di sopprimere il nuovo presidente» disse Testa Rasa. «Che ne pensi tu?» gli chiese.
«Sí» disse Enne 2. «Va bene».
Sempre sul crinale dell'orrore da incassare e infliggere, ribellione che porta ad accettare l'inaccettabile, a parlare di vite umane come pallottole dell'abaco che segna vincitori e vinti.


La locandina del film tratto dal romanzo nel 1980.

E perché tutto questo? 
Se lo chiede il Gracco, che con Coriolano, Metastasio, Orazio e tanti altri è fra gli eroi di questa fiaba tragica, cavalieri in cerca di un'investitura che tutto ti prende e poco ti dà - o forse troppo, più di quanto tu possa sopportare:
Coriolano era un uomo semplice: aveva una faccia aperta e buona, e spesso diceva: «Io non so». Ma anche Mambrino aveva una faccia buona, l’aveva tonda e buona. E Barca Tartaro l’aveva ferma e buona. Pico Studente l’aveva acuta e buona. Tutti questi uomini erano semplici, erano pacifici, semplici, e i due giovani delle macchine, Metastasio e Orazio, erano come loro. Essi avevano, ognuno, una famiglia: un materasso su cui volevano dormire, piatti e posate in cui volevano mangiare, una donna con cui volevano stare; e i loro interessi non andavano molto piú in là di questo, erano come i loro discorsi. Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano? Gracco era curioso degli uomini: voleva conoscere il perché delle loro cose.
«È la prima volta» domandò al giovane Orazio «che prendi parte a un’azione?»
«La prima volta? Non è la prima volta».
«Non è la prima volta?»
«È la quinta volta».
«Ma guarda!» il Gracco esclamò. «Sei vecchio, allora». 
«Sono uno dei piú vecchi del nostro gruppo».
«Quando ci sei entrato?»
«Quando c’era il capitano che è morto. Quando il gruppo si è costituito».
«Anche Metastasio?» il Gracco chiese.
«Anche lui. Siamo stati sempre insieme».
«Lo avete deciso insieme di entrarci?»  
«Sí. Lo abbiamo deciso insieme. Metastasio lo ha detto, e subito lo abbiamo deciso. Lo abbiamo deciso insieme».
«Ma perché?» il Gracco chiese.
Nella macchina al buio Orazio fece un movimento.
«Come perché?»
«Perché lo avete deciso? Per quale motivo?»
«Mah!» Orazio disse.
«Vi ci ha spinto qualcuno?»
«No» Orazio rispose. «Nessuno...»
«Dunque lo avete scelto voi».
«Di metterci in questo gruppo? Noi lo abbiamo scelto».
«Ma perché lo avete scelto?»
«E dài!» disse Orazio.
Di nuovo fece un movimento nella macchina. «Tu non lo sai perché tu lo hai scelto?»
«Io lo so» il Gracco disse. «Io ho il mio motivo».
«E lo stesso motivo abbiamo noi».
Perché? 
Essi avevano la voce tranquilla e buona, e questi erano i discorsi loro, come i bravi soldati li fanno prima della battaglia. [...] Ma i bravi soldati vanno a una battaglia dove la morte è a somiglianza di loro, brava come loro, ed essi invece andavano a una battaglia dove la morte non era affatto brava. I bravi soldati hanno davanti altri bravi soldati. Combattono contro uomini che sono anch’essi uomini, anch’essi pacifici e semplici. Possono darsi prigionieri. Possono sorridere se sono catturati. E poi, i bravi soldati hanno dietro tutto il loro paese, con tutta la gente e tutte le cose, le città, le ferrovie, i fiumi le montagne, il foraggio tagliato e il foraggio da tagliare; e se essi non tornano indietro, se vanno avanti, se uccidono, se si lasciano uccidere, è il loro paese che li costringe a farlo, non sono proprio essi a farlo, lo fa il loro paese, e a loro è possibile, molto naturalmente, senza sforzo, restare semplici e pacifici anche durante una battaglia, e prima della battaglia parlare di bachi da seta e cinematografo. [...] Questi uomini non avevano dietro niente che li costringesse, niente che prendesse su di sé quello che loro facevano. Restava dentro a loro quello che loro facevano. Come accadeva che fossero semplici e pacifici anche loro? Che non fossero terribili? Il Gracco era curioso, e se lo domandava. Perché, se non erano terribili, uccidevano? Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza aver niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano? [...] Egli era curioso degli uomini, domandava sempre, ma mai trovava l’ultimo perché delle loro cose.
Ma ci sono perché ancora più crudeli, ed è quello che viene dai morti.
L'assalto al tribunale da parte di Enne 2 e compagni non è rimasto invendicato: 
Il Gracco vide, dove lui era, Orazio e Metastasio. Con chi aveva parlato, nella vigilia dell’automobile, di loro due? Con l’uno o l’altro, egli aveva parlato tutta la sera, sempre conversava con chi si incontrava, e ora lo stesso parlava, conversava, come tra un uomo e un uomo si fa, o come un uomo fa da solo, di cose che sappiamo e a cui pur cerchiamo una risposta nuova, una risposta strana, una svolta di parole che cambi il corso, in un modo o in un altro, della nostra consapevolezza. Li guardò, dal lato suo dell’angolo che passava attraverso i morti, e una piccola ruga venne, rivolta a loro insieme allo sguardo, in mezzo alle labbra di quella sua faccia dalle tempie bianche. Orazio e Metastasio gli risposero quasi nello stesso modo. Come se lui avesse chiesto: E perché loro? Mossero nello stesso modo la faccia, e gli rimandarono la domanda: E perché loro?
Ma c’era anche la bambina. Piú giú, tra i quattro del corso, dagli undici o dodici anni che aveva, mostrava anche lei la faccia adulta, non di morta bambina, come se nel breve tempo che l’avevano presa e messa al muro avesse di colpo fatta la strada che la separava dall’essere adulta. La sua testa era piegata verso l’uomo morto al suo fianco, quasi recisa nel collo dalla scarica dei mitragliatori e i suoi capelli stavano nel sangue raggrumati, la sua faccia guardava seria la seria faccia dell’uomo che pendeva un poco dalla parte di lei. Perché lei anche? [...] Perché? la bambina esclamò. Come perché? Perché sí! Tu lo sai e tutti lo sapete. Tutti lo sappiamo. E tu lo domandi? Essa parlò con l’uomo morto che gli era accanto. Lo domandano, gli disse. Non lo sanno? Sí, sí, l’uomo rispose. Io lo so. Noi lo sappiamo. Ed essi no? La bambina disse. Essi pure lo sanno. Vero, disse il Gracco. Egli lo sapeva, e i morti glielo dicevano. Chi aveva colpito non poteva colpire di piú nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna. questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era piú debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era piú uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all’uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura. Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura. Aveva paura il Gracco? O Figlio-di-Dio? Scipione? Barca Tartaro? Non potevano averne. O poteva averne Enne 2? Non poteva averne. Allo stesso modo ogni uomo ch’era nella folla non aveva paura. Ognuno, appena veduti i morti, era come loro, e comprendeva ogni cosa come loro, non aveva paura come non ne avevano loro. Avrebbe anche potuto essere stato con loro, la sera prima. Poteva anche conversare col Gracco. Il Gracco conversava, infatti, con ognuno.
Risuonano, questi perché e queste risposte, in ogni angolo; impregnano tutto, dai vivi ai morti.
Irrompono nelle fantasie d'infanzia consolatorie, quasi dissociative, di Enne 2:
Restiamo noi soli, Berta bambina sul cavallo.
«Perché» le dice lui di dieci anni «hai dato a intendere loro che sei cinese?»
«E tu perché» lei risponde «hai dato a intendere loro che siamo marito e moglie?»
«Tu hai sciupato tutto» dice lui.
«Io?» dice lei. «Tu sei stato!»
Il cavallo strappa erba dalla terra dura; è un’erba alta; e il cavallo, tra l’erba, muove qualche passo. Non vi è piú sole. Sulla tonda campagna è una luce bianca come già di sera. E nell’erba che il cavallo apre brucando, muovendo passi e brucando, vediamo la cassa della morta del collegio.
«Ci è venuta dietro» dice lei bambina.
«Chi credi che sia?» lui le dice.
Indica, nelle erbe che le nascondono, altre casse uguali.
«Sono i ragazzi biondi che abbiamo ucciso io e i miei fratelli» le dice. «Mica ci è piaciuto» anche le dice. «Loro sempre lo vogliono. Abbiamo dovuto ucciderli».
e intridono gli istinti dei cani dei Tedeschi: vittime come Greta, uccisa dal castagnaro Giulaj; carnefici come Gudrun, che vendica la collega; e indecisi, come Kaptän Blut:
Introdusse nella sua camera Kaptän Blut, e, in un piattino che aveva da parte, gli recò da mangiare, gli recò anche da bere.
«Uh!» diceva Blut.
«Uh!» Figlio-di-Dio gli diceva.
Gli tolse la museruola, e Blut gli toccò col muso la mano, si mise a mangiare, e un po’ mangiava, un po’ rialzava la testa e gli toccava la mano.
«Che te ne viene di quello che fai?» Figlio-di-Dio gli disse. «Chiuso in una camera, digiuni lunghi, e carne cruda ogni tanto. Ti piace questo? Quello che fai lo fai per questo. Io nei tuoi panni sarei già lontano».  
Rialzò la testa Blut. «Uh!» gli disse. E gli toccò la mano.
«Dove volevano portarti ora?» disse Figlio-di-Dio. «Non nasce piú erba dove loro portano. E sempre è gentaglia tra la quale vai. Sporca, voglio dire. Piace a te lo sporco? Meglio coi ladri di polli, Blut. Devi cambiare».
Di nuovo Blut gli toccò la mano, anche gliela leccò, e leccò l’acqua, tirò su un boccone. «Bau, bau» disse.
«Bau» disse Figlio-di-Dio. «Come no? Bau, bau. Non senti la puzza che fanno? E non puoi nemmeno dire di che sia. Quella di jena, puoi dirla. È di jena. Lo stesso quella di avvoltoio. È di avvoltoio. Ma la loro? E anche tu la farai se resti con loro. Come il capitano Clemm e come Cane Nero. Come Cane Nero vuoi puzzare?»
«Vau» disse Blut.
«Sí, caro» Figlio-di-Dio continuò. «Vau, vau. Meglio per te farcirti il pelo di letame e lasciarti crescere i cardi sulla schiena. Meglio diventare un giardino pensile».
«Uhu!» disse Blut.
«Anch’io lo dico. Uhu! Bisogna che tu cambi».
«Uhu! Bau, bau!»
«Cosí proprio! Uhu! Perché è brutto quello che fai».
«Bau, bau!»
«Lo sai quello che fai? Bau, bau. Loro ti dicono di cercare e tu cerchi. Ti dicono di trovare e tu trovi. Piglialo, ti dicono, e tu pigli. Lo sai che cosa pigli? Bau, bau».
«Bau, bau».
«Pigli uno come me. Bau, bau».
«Uhu!» disse Blut.
«Ti sembra onesto?» disse Figlio-di-Dio. «Bau. Bau. Pigli uno come me, e lo dai a loro. Ti sembra onorato?»
Figlio-di-Dio parlava stando in terra con le mani, e Blut gli leccò la faccia. «Non verresti con me?» Figlio-di-Dio gli chiese.
«Uh!» Blut rispose.
«Ti do tempo fino a domani» Figlio-di-Dio continuò. «Pensaci e ne riparleremo». 
Persino i cani sono chiamati a schierarsi, in quest'inverno del '44.


Milano dopo i bombardamenti del '43

Ma questa necessità non è sempre chiara neppure agli uomini:
Di sopra, il gruppetto di militi che parlava di lui, si era portato nel primo cortile. C’era, all'aperto, il sole; vi faceva meno freddo che negli interni non riscaldati.
«Pensare» uno disse. «Eravate quasi amici e ora siete uno contro l’altro».
«Perché siamo» disse Manera «uno contro l’altro?»
«Non siete uno contro l’altro? Tu sei di qua, e lui è di là».
«Io sono di qua, e lui di là?»
«Non sei nella milizia tu? Tu sei nella milizia e lui è contro la milizia».
«Oggi» disse un terzo «anche due fratelli possono trovarsi uno contro l’altro».
«Ma noi non siamo due fratelli» Manera disse.
«Pure è un esempio» disse il terzo «che questa è una guerra civile».
Andarono avanti a parlare il primo milite e il terzo. Perché si chiamava civile una guerra in cui due fratelli potevano trovarsi uno contro l’altro? Non si sarebbe dovuto chiamarla, anzi, incivile?
Disse un quarto milite: «Si chiama civile perché non è militare».
«Come non è militare!» disse il terzo. «Non siamo militari noi? Noi siamo militari».
«Ma quelli che sono contro di noi» disse il quarto «non sono militari. Per questo noi li fuciliamo. Perché non sono militari».
Manera ascoltava, fuori ormai dal discorso. Aveva castagne in tasca, e ne prendeva in mano una, la sgusciava, la masticava. «Non so» diceva ogni tanto. A lui non pareva che lui e quel Giulaj fossero l’uno contro l’altro. Era contro di lui Giulaj? Ed era contro Giulaj lui? Come? In qual modo. A lui pareva soltanto che lui riceveva uno stipendio, e Giulaj non lo riceveva.
Confusione, confusione tremenda fra gli uomini e dentro ognuno di loro.
Riflette Vittorini:
L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione? Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. Il Gap anche? Perdio se lo è! Il Gap anche, come qui da noi si chiama ora, e comunque altrove si è chiamato. Il Gap anche. Qualunque cosa lo è anche, che venga su dal mondo offeso e combatta per l’uomo. Anch’essa è l’uomo. Ma l’offesa in se stessa? È fatta dall’uomo? È fuori dall’uomo? Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo? Abbiamo Gudrun, la cagna. Che cos’è questa cagna? Abbiamo il cane Kaptän Blut. Che cosa sono questi due cani? E il capitano Clemm, che cos’è? E il colonnello Giuseppe-e-Maria? E il prefetto Pipino? E Manera Milite? E i militi? Noi li vediamo. Sappiamo che cosa possono dire e che cosa possono fare. Ma che cosa sono? Non dell’uomo? Non appartengono all’uomo?   
L'ambiguità sembra uno scotto da pagare per il solo fatto di vivere e resistere, come dimostra il reduce di Spagna e falso diplomatico El Paso, collega di Enne 2:
Ma per dire di El Paso non potrei prendere da me stesso. Sarei io, ora, intorno al tavolo coi tedeschi? Niente al mondo potrebbe farmi essere, in questo momento, coi tedeschi. E anche il Gracco. Niente al mondo potrebbe far essere il Gracco, stasera, coi tedeschi. El Paso invece è con loro. Partecipa al loro festino, brinda con loro. [...] Egli sta con loro, gioca con loro, e noi dobbiamo dire che un uomo nostro è come loro. Forse potrebbe dare uno di loro ai nostri cani. Potrebbe? Forse potrebbe.
Ma c'è davvero distinzione fra uomini e no?
E noi possiamo anche adoperare le armi loro. Non essere semplici, voglio dire. Combattere quello che loro sono, senza piú essere quello che noi siamo. Non essere uomini? Non essere nell’uomo?
Questo è il punto in cui sbagliamo.  
Noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. Avere Iddio disperato dentro, in noi uno spettro, e un vestito appeso dietro la porta. Anche avere dentro Iddio felice. Essere uomo e donna. Essere madre e figli. Tutto questo lo sappiamo, e possiamo dire che è in noi. Ogni cosa che è piangere la sappiamo: diciamo che è in noi. Lo stesso ogni cosa che è ridere: diciamo che è in noi. E ogni cosa che e il furore, dopo il capo chino e il piangere. Diciamo che è il gigante in noi.
Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo. Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?
Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! o uomo! Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime?
Ecco l’uomo.
E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna. Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro.
Forse la resistenza è una faccenda interiore quanto (più che?) esteriore, un agone fra il bene e il male - cosiddetti - che si disputa dentro di noi.
La lotta di Enne 2 e compagni contro i nazifascisti è un assaggio di quella banalità del male - e del bene - di cui la Arendt scriverà di lì a vent'anni.


Piazza S. Fedele a Milano, 1944.

Potremmo dire che il perché per cui si combatte, per cui tanti sono morti, è l'essere uomini e no, il farci tanto grandi da accogliere in noi luci e ombre, eroismo e meschinità, e, soprattutto, il peso della scelta?


I giustiziati di Largo Augusto che abbiamo incontrato poco fa sembrano di questo avviso, quando l'impetuosa e borghese Berta li interroga:
Il grande suono percuote i boschi, rompe le valli, ed entra. Riempie un uomo come una campana che si riempia del suono di se stessa.
Berta?
Vedo Berta con ogni cosa che le accada. 
Dinanzi a questi morti, e dinanzi agli altri; e se dagli uni va agli altri non corro e l’interrompo, solo la seguo.
Anche per me? Berta chiede loro.
Chiede se sono morti anche per lei. Lo chiede ai cinque del marciapiede al sole, lo chiede ai quattro coi due ragazzi sotto una coperta, l’ha chiesto alla bambina e ai suoi. 
Anche per me? ha chiesto alla bambina.
Dice la bambina: Vuol sapere se siamo morti anche per lei. Lo dice all’uomo cui si rivolge da quando è morta. E tu, l’uomo le risponde, diglielo.  
Non glielo diciamo? dice la bambina. Non siamo qui da un pezzo a dirglielo?
Quindi, come irritata, parla a Berta. 
Si capisce, le dice. Anche per te. Vuoi non avere la nostra morte anche su di te? Anche per te siamo morti.  
I cinque al sole rispondono con un cenno del capo. Non è molto semplice? È molto semplice. Nemmeno occorre dirlo. E quelli dei ragazzi lo dicono e non lo dicono.
Anche per te, rispondono. È naturale.
Tuttavia Berta continua a chiederlo.
È dinanzi ai sette col vecchio, ai piedi del monumento, e vuole saperlo anche da loro. Saperlo, e tornare a saperlo. Come se non possa convincersi che sia cosí. È dinanzi a loro con tutta la sua vita: quello che le sembrava serio, e che ha voluto credere bontà, dovere verso il mondo, virtú, purezza. Dieci anni è stata ferma in questo, tenendo fermo un uomo al suo fianco, e ora non ne è fiera, anzi ne ha vergogna dinanzi ai morti. Che cos’è questo dinanzi a loro? Potrebbe riderne, da come loro sono. Che cos’è? Paura di non esser buona, paura di aver coraggio, e ostinazione nella paura, ostinazione a restar legata, e restar rassegnata, a non lottare. E la verità era quello che non ha voluto; idem la bontà, quello che non ha voluto; idem il dovere verso il mondo, quello che non ha voluto; idem la purezza, soltanto quello che non ha voluto. Lo vede dinanzi a loro, morti per una vita che sia piú seria. Niente di quello per cui lei è vissuta è in quello per cui loro sono morti. Eppure dicono che sono morti anche per lei. Perché anche per lei? Questo l’esalta e le dà sgomento. Non può sopportare lo sguardo loro. Come può avere anche su di sé la loro morte? Che cosa può fare per essere anche lei una per cui loro sono morti?
Io vedo in Berta questo che le accade.
Quasi vorrebbe che le dicessero di no.
Anche per me? torna a chiedere.
Ma loro rispondono sempre com’è naturale. Anche per lei, rispondono.
Come? domanda. Ora Berta va oltre la soglia di quello che sono loro morti, e alla consapevolezza nuova che ha da loro, esce in lei dal segreto una consapevolezza uguale che le si è formata dentro nei dieci anni della sua cosa negata con Enne 2. È la consapevolezza che ha da loro, e può averla da se stessa. Può apprendere da loro e da sé insieme come sia liberarsi.
Un modo diverso per ognuno?
È, le dice il vecchio, una parola sola.
Dilla, dice Berta. Che sciolga tutti i legami?
Che sciolga tutti i legami. 
Il vecchio parla con gli altri morti. Pensano, dice loro, che occorra una parola. Non occorre che ci sia? dice Berta. È una parola, chiede, che non occorre dire? E Berta su questo è ferma, nessuno piú le risponde, si volta e cerca tra la folla dove sia Enne 2.
Una parola che Berta non saprà, però, pronunciare.

Ed è a questo punto che la lotta vira in tutt'altra direzione per Enne 2: da pulsione d'amore a pulsione di morte.
Ma durante l’assalto alla caserma di Cane Nero la faccia di Enne 2 era stata veduta; e il giornale pubblicò l’indomani nome e cognome di lui, con i suoi connotati, promettendo un premio di molte migliaia di lire a chi avesse fornito indicazioni per la sua cattura. Egli era nella sua camera steso sul suo letto, quando glielo dissero. Fumava, pensava alla sua cosa di dieci anni con Berta, e sapeva che Berta sarebbe tornata. Era sempre tornata, sempre ripartiva, poteva continuare cosí anche sempre, tornare, ripartire, e una volta poteva anche non ripartire piú. Tra un anno ancora? Forse già la prossima volta, o tra dieci anni ancora, egli lo sapeva, ma era come se non lo sapesse, o come se aspettare questo che sapeva fosse troppo complicato, e gli occorresse qualcosa di piú semplice. Lo stesso con gli uomini che si perdevano: avrebbero continuato a perdersi, poi avrebbero finito di esser perduti, vi sarebbe stata una liberazione, egli lo sapeva; ma era come se non lo sapesse, o come se resistere fino ad averla non fosse abbastanza semplice mentre a lui occorreva qualcosa di molto semplice, molto semplice, a tal punto semplice da poter risolvere, semplicità per semplicità, ogni sua voglia di perdersi insieme ad ognuno che si perdeva.  
Fu Lorena che venne, il giornale in mano.
«Ti sei lasciato riconoscere» gli disse.
«Eh?» disse Enne 2. 
[...]
«Non è semplice andar via da Milano?»
«Per me? Per me no. Per te sarebbe semplice avere quello che vuoi, ed è semplice lo stesso non poterlo avere. Anche restar seduta tutta la notte su una sedia per te è semplice».
«È semplicissimo».
«Ma per me non è semplice nemmeno aspettare».
«Perché no?»
«Non lo è, Lorena. Non posso piú aspettare».
«Non aspettare se non puoi».
«Non aspetto, infatti. Aspetto? Non aspetto. Ti sembra ch’io stia aspettando?»
«Non so» Lorena disse. «Avevi da aspettare?»
«Non si trattava che di aspettare. Non era semplice che aspettassi?»
«Era semplice».
«Era molto semplice. Lo stesso era resistere. Vedere un uomo perdersi, altri e altri perdersi, non poterli mai aiutare, e tuttavia non perdersi, resistere. Era semplice e l’ho fatto. Non l’ho fatto?»
«Non vi è altro da fare».
«Non vi è altro da fare? Non vi è qualcosa di piú semplice che si possa fare?»
«Per ora non vi è altro».
«E a te basta che non vi sia altro per continuare? Puoi continuare?»
«Posso continuare».
«Continuare anche sempre, e sempre resistere?»

Questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre, e non dovesse esservi mai altro che resistere. Sempre che uomini potessero perdersi, e sempre vederne perdersi, sempre non poter salvare, non potere aiutare, non potere che lottare o volersi perdere. E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione. Allora resistere poteva esser semplice. Resistere? Era per resistere. Era molto semplice.

E, rimasto solo, Enne 2 capí perfettamente come fosse semplice non andar via da Milano. Era come la voglia di perdersi, e non era perdersi; era anzi il contrario. Era che Berta sarebbe tornata, avesse o no letto il giornale, e che lui la stava aspettando. Poteva andar via da Milano prima che Berta tornasse? Non poteva. Oggi o domani o dopo, Berta sarebbe tornata; avrebbe saputo, avesse o no letto il giornale, quello che c’era; non sarebbe piú ripartita, e lui sarebbe andato via da Milano con lei. Questo era. Ed era molto semplice. Era come il sole dell’inverno, fuori dalle finestre, alto su Milano; la stessa cosa di Orazio che si sposava.
Semplice e chiara come la lama di un coltello, giunge la scelta finale di Enne 2:
C’era una voce. E lui, per quella voce, avrebbe dovuto lasciare la sua stanza, scappare sui tetti, andare altrove e ricominciare?
«Viene lui stesso» disse l’operaio. «È Cane Nero».
La voce gridava sopra la città.
«Venga lui stesso» disse Enne 2.
«Allora vuoi fare» disse l’operaio «quello che ho pensato».
«Che cosa hai pensato?»
«Tu lo sai, se vuoi farlo».
«E se non lo sapessi? Dillo».
«Ammazzare Cane Nero».
Non è però un cupio dissolvi sterile ed egoistico, il suo: egli spera, sa che dalle sue ultime parole un uomo in gamba - l'operaio, noi che leggiamo? - saprà rinunciare a quella puerile dicotomia fra bene e male e compiere una scelta da uomo.

Commenti