Il castigo di chi sa

Egli aveva l'aspetto d'un uomo sulla settantina, poverissimo, ma sano alto robusto, certamente ancora valido al lavoro, benché d'indefinibile mestiere. Caso raro fra la gente di campagna di quella contrada, egli non portava copricapo. I suoi capelli erano grigi e assai corti, la barba di alcuni giorni, i piedi scalzi. Il suo vestito pareva pulito, ma consunto e rattoppato; più singolare era il fatto che, in contrasto col gran caldo della stagione, esso fosse di panno pesante. Da una spalla gli pendeva una bisaccia, da cui sporgevano un filoncino di pane bianco e un paio di scarpe. 
Incontra una contadina.
- Oh - disse rivolto alla donna - e la selva? -  
- Non lo sapevate? - rispose la donna.  
L'uomo scosse ripetutamente la testa. La montagna si ergeva davanti a lui con la sua grossa gobba nuda e nera. Solo qua e là, spuntava qualche misero arbusto incolore.  
- Bruciata? - domandò l'uomo con un'espressione di pena e orrore. - La guerra? - 
- No - disse la donna - nessuno sa come. Forse la maledizione di Dio.
Un mistero e un sottile influsso demoniaco: questa è la trama sottesa a Il segreto di Luca, romanzo di Ignazio Silone.
Il segreto di Luca (1956), nell'edizione Mondadori più recente.

Scagionato dall'accusa di rapina e omicidio, Luca Sabatini torna al paese natio, Cisterna dei Marsi, dopo quarant'anni di carcere.

Tempismo perfetto, quello di Luca: il paese è in fermento per l'imminente visita di Andrea Cipriani, neo-eletto deputato comunista, da cui spera di ottenere raccomandazioni e favori; non c'è tempo né voglia di badare a quel vecchio dimenticato, che sembra interrogare in silenzio la coscienza dei molti che tacquero, pur avendo forti indizi della sua innocenza.

L'unico che sembra disposto a ospitare l'ex galeotto è l'anziano don Serafino, un altro relitto dei tempi che furono, un vecchio prete che, nelle parole del cinico sindaco
non solo predica la fede in Dio alle donne e ai bambini, come la sua professione richiede, ma egli stesso ci crede [...] crede ancora nell'esistenza di Dio, ah ah ah.
Certo due soggetti indigesti per un paese semidistrutto da terremoto e guerra, rivestito di un silenzio tenace e impenetrabile come un incantesimo:
I nostri vecchi, sapete, non sono loquaci. È così difficile interpretare il loro silenzio. Delle volte essi fanno l'impressione di meditare pensieri terribili, ma forse non pensano a niente. Come saperlo?
Peccato, però, che il compagno Cipriani sia particolarmente ansioso di incontrare proprio i due vecchi.

Luca e il suo misterioso passato, in particolare, sono per Andrea il simbolo dell'età adulta, un mito fondativo; poterlo conoscere è un traguardo:
quest'incontro, adesso, mi fa l'impressione di un avvenimento atteso tutta la vita. Sai, è una storia che porto dentro di me dall'adolescenza...
le lettere che scriveva al carcerato per conto dell'anziana madre Teresa, sono state per lui un rito di passaggio,
uno dei grandi avvenimenti della mia vita. Forse, senza esagerare, il decisivo. Fu, per me, la rottura precoce con l'infanzia; il primo incontro con i dolori dell'esistenza [...] a ciò si aggiungeva l'orgasmo del segreto.
la perdita dell'innocenza e la scintilla da cui è scaturito il suo impegno politico:
- Se Luca è innocente - domandai a Teresa - perché l'hanno condannato?  - Non gli è riuscito di sfuggire al suo destino - ella mi rispose. Quella parola di destino dava all'ingiustizia un senso tremendo: essa diventava in un certo senso naturale. [...] cominciai a pensare che l'ingiustizia potesse non dipendere affatto dalle buone o cattive disposizioni degli uomini. La crudeltà era come il cattivo tempo. Perché dunque pareva un disonore andare in carcere? Anche l'onore dipendeva dal destino? Il mio piccolo cervello lavorava in uno sforzo disordinato e penoso. 
Non era questione di fiducia o di bontà, se questi sentimenti non impedivano agli innocenti di andare all'ergastolo.
Ed è in una duplice ottica, personale e politica, che Andrea si prefigge di indagare: perché Luca fu condannato, malgrado fosse con tutta evidenza innocente? Perché nessuno vuole riabilitarlo, perché tutti ne hanno paura, dopo tanti anni?

Da comunista, egli deve scontrarsi con tutto quanto gli ripugna della terra natia: 

- l'aristocratico disprezzo dell'anziano giudice, a cui si deve la condanna di Luca; disprezzo per un cafone, per un villano, che tradisce una motivazione più intima e meschina, a cui sacrificare ogni senso di giustizia:
- Infine - egli esclamò - perché lei ce l'ha tanto contro quel pover'uomo? -
- Egli è un capitolo della mia autobiografia – rispose senza scomporsi il vecchio giudice – un capitolo, vi assicuro, che sono disposto a difendere con le unghie e i morsi. 
- l'omertà e la superstizione del paese, incarnata dalla coppia di vecchi mugnai, Ludovico e Agnese, che pur avendo incontrato Luca, in quella fatidica notte, a grande distanza dal luogo del delitto, non vollero o non seppero difenderlo:
- Ma voi? - insisté Andrea. - Perché non diceste subito quello che sapevate a suo favore? La vostra sola testimonianza sarebbe bastata a salvarlo. - 
- Luca si oppose - scattò Agnese. - Questa è la verità. - 
- Perché? - ripeté Andrea. 
- Non so - rispose Ludovico. 
- Lo credi pazzo? - 
- No. - 
- Dev'esserci dunque un motivo. Che ne pensi? - 
- T'ho raccontato quello che mi riguarda - rispose il vecchio. - Il resto non m'interessa. Non puoi chiedere all'asino la fatica del bue. - 
- Vuoi sapere tutto? - interloquì bruscamente Agnese. - Vuoi che ti dica proprio tutto? A un certo momento nessuno, in quella storia, parola mia, nessuno ci si raccapezzò più. Essa divenne, palesemente, una questione privata tra Dio e il diavolo. - 
- Come al solito - mormorò Ludovico - prevalse il diavolo. -
- dalla rassegnazione cristiana, predicata da don Serafino e fatta propria da Teresa, malgrado l'angoscia per le sorti del figlio.
- Non era tuo dovere proteggerlo, salvarlo, anche contro la sua volontà? Per salvare la vita a un suicida, gli si chiede la sua opinione? - 
- Non ti rendi conto - disse don Serafino parlando a fatica a causa dell'affanno crescente - non ti rendi conto che il tuo ragionamento colpisce anzitutto la madre? Se la povera Teresa rispettò la volontà del figlio, non credi che forse lei ne conosceva la ragione e, nella sua coscienza, la condivideva? -
- La madre era una buona cristiana - disse Andrea. - Era una donna di chiesa. Non fosti tu a indurla a quella rassegnazione inumana? -
Pur nella loro diversità, tutte le testimonianze concordano su un punto cruciale: Luca stesso rinunciò a farsi scagionare, rifiutandosi di rivelare dove fosse al momento del delitto.

A Cipriani non basta essere persuaso dell'innocenza del suo mentore, quell'innocenza in cui il suo cuore di bambino credeva in modo inspiegabile e intimo: vuole capire perché Luca non abbia lottato per scagionarsi. E anche qualcos'altro, che disturba la sua coscienza morale e politica:
- Ma non ti basta quello che hai già saputo da Ludovico? Non ti basta essere certo dell'innocenza di Luca? - 
- Dell'innocenza di Luca ero convinto fin dall'età di otto anni. Quello che non capisco è questa contrada. -  
È il tuo paese, ci sei nato e cresciuto. - 
- Non lo capisco. Dietro ogni segreto ce n'è un altro. Strappato un velo, se ne trova uno più fitto. Non ho pace, credimi pure, se non lo capisco. -
Decide di proseguire l'inseguimento della verità nel villaggio vicino, dove vive Gelsomina, un'anziana "compagna" la cui sorella Lauretta era promessa sposa di Luca.
Proprio lo strano contegno tenuto dal giovane a casa della fidanzata, la sera prima del delitto, è stato cruciale per la sua condanna.

La visita di Andrea a Gelsomina è colma di suggestioni spettrali; spettri a cui la vecchia signora non riesce a sottrarsi, benché non si possa lottare per l'emancipazione del lavoro... e credere ancora alle streghe.
Tutto è avvolto in un gelido sentore di tragedia, a cominciare dal ritratto della defunta Lauretta:
Era l’ingrandimento fotografico di una fanciulla vestita all’antica, con un visino pallido emaciato, due grandi occhi impauriti e una voluminosa crocchia di capelli sull’alto dell’occipite […] l’immagine aveva qualcosa d’allucinante e fantomatico.
Il fidanzamento di Lauretta e Luca, spiega Gelsomina, era stato combinato da Ortensia, moglie di don Silvio Ascia, notabile del paese: pure, proprio questa generosa patrona sembrava propagare una nefasta influenza sulla giovane coppia, e soprattutto su Luca, che vieta persino alla giovane fidanzata di indossare i gioielli regalatile dalla signora:
Uno strano splendore essi avevano. Perfino nel buio rilucevano come se fossero vivi... ogni volta ne rimanevamo turbate e inquiete.
La sera prima del delitto, prosegue Gelsomina, Luca prorompe in farneticazioni, si dichiara pronto a rompere il fidanzamento perché indegno di Lauretta.
Si tratta forse di questioni economiche?
La somma sottratta al povero assassinato... non corrispondeva forse alla cifra promessa da Luca per le nozze?
- La somma corrispondeva. Di coincidenze diaboliche non ve ne furono poche in quell'occasione. - Gelsomina tacque e si coprì la faccia con le mani...
Nemmeno Lauretta riesce a testimoniare a favore di Luca, e affranta dalla disgrazia, si spegne. La superstiziosa compagna ha una sua teoria sulla morte della sorella:
Contravvenendo alla proibizione di Luca, una notte, mentre tutti in casa dormivano, lei si era vestita a festa, ornandosi con gli orecchini, la collana, gli anelli stregati, e si era guardata allo specchio. Si era trovata bellissima. Mentre lei, sempre davanti allo specchio, si ammirava, si faceva delle riverenze, si diceva delle paroline dolci, all’improvviso aveva visto dietro di sé la signora Ortensia, tutta vestita di rosso. Credette di morire di spavento, ma ebbe la forza di farsi subito un segno di croce. La visione sparì, e lei si illuse di essere salva. Il maleficio però si era già impossessato di lei.
Con buona pace della razionalità comunista.


Dal romanzo è stato tratto uno sceneggiato RAI nel 1959.

A questo punto - e non c'è certo bisogno delle fini doti investigative di Andrea, a cui bastano poche insistenze per sgretolare segreti vecchi di quarant'anni (d'altronde, questo non è un thriller) - persino noi immaginiamo che qualcosa vi fosse fra Luca e la signora Ortensia.


La protratta inquisizione da parte di Andrea spinge don Serafino a una lunga ramanzina, in cui si delineano alla perfezione quelle che Banfield avrebbe chiamato, di lì a pochi anni, basi morali di una società arretrata:
- Siete degli onestissimi rompiscatole. Nessuna canaglia ha mai provocato in questa contrada delle sventure paragonabili a quelle che porta sulla coscienza quell'innocente di Luca. Se, in ogni generazione, avessimo qui un paio d'innocenti come lui, o come te, nelle nostre famiglie non vi sarebbe più ordine né pace. -
Ma da quel buon diavolo che è, cede e si sbottona:
- Apparentemente, bada, lui non pretendeva nulla da lei. Non fece alcuno scandalo quando lei andò sposa. Non immaginava neppure che lei potesse una volta sola venire meno ai suoi doveri di donna sposata. Ma non si rendeva conto che un sentimento vivo e tenace come il suo, in un ambiente così ristretto e chiuso come Cisterna, creava una situazione alla lunga insostenibile. -
Un amore puro e casto, ecco il peccato irredimibile di Luca.
- Potevate lasciarlo in pace, dato che non faceva del male a nessuno. - 
Da che pulpito! Un segugio che consiglia indifferenza. 
- Parli come se tu fossi nato nella nella luna. Questo non è un paese, dovresti saperlo, ma una grossa tribù. […] qui non esistono affari privati. […] Tuo padre, che gli voleva bene, ci si arrabbiava. Vacci a letto, gli diceva, così sarà presto finita. Perché non ci vai a letto? gli ripeteva. Così vedrai che è una femmina come le altre, e sarà finita. - 
- Non era un angelo e nemmeno un anormale. Insolita era però la sua passione: un amore impossibile.-
A questo punto, riusciamo a intravedere cosa ne fu di Luca in quella terribile notte che doveva, per una serie di diaboliche circostanze, portarlo alla rovina... 

Al di là di motivazioni, se vogliamo, da feuilleton (il sacrificio totale per il vero amore), è davvero scomodo e politicamente scorretto l'interrogativo che Silone ci piazza davanti: la verità è sempre consigliabile? C'è più libertà nella scelta esercitata entro le pastoie di una prigionia ben nota, o nell'imperativo della certezza?

Chi può arrogarsi il diritto di scardinare un sistema di valori, e per quale motivo (il progresso? La superiorità morale? L'odio per la poesia?) quando anche i dissidenti hanno accettato di vivere e amare a dispetto di esso?

Cosa è più crudele, distruggere il sistema o cavalcarlo? 
Andrea e Luca incarnano questi due modi di affrontare il mondo, e certo devono essere tremendi entrambi, se don Serafino, lapidario, accusa Luca:
Sei un incosciente – disse il prete fingendo disgusto. - A rifletterci bene, tutto il tuo comportamento è stato di un'impertinenza diabolica. La tua finta rinunzia ti diede la povera Ortensia. Perfino Andrea, senza neppure conoscerti, subì in tenerà età la tua stravagante influenza. C'è di peggio – aggiunse don Serafino sempre sullo stesso tono. - Tu hai esautorato la punizione più terribile rimasta al nostro codice dopo l'abolizione della pena di morte. Sopprimi la paura dell'ergastolo, e in questo paese non si potrà più vivere.
e categorico definisce Andrea
di una crudeltà speciale, una crudeltà, che qui non conoscevamo.  
Una crudeltà connaturata al vivere, che ha il sapore di un castigo (si chiama scelta), che può a volte, strizzando bene gli occhi e restringendo il nostro campo visivo, regalarci qualche consolazione.

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