Uno sdraiato del secolo scorso

Si trovava sempre a disagio: ed era come una cosa che non riesciva a spiegarsi. Non si affidava agli amici, e ne sentiva la mancanza. Si annoiava di tutto; e la cupola di Santa Maria del Fiore, velata quasi sempre di nebbia in fondo a Via dei Servi, che egli vedeva prima di rientrare a scuola, quando andava a prendere cinque minuti di sole in Piazza dell'Annunziata, gli dava uno scoraggiamento languido, che ingrandiva se qualche campana suonava. […] Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi.
Sembra il ritratto di un millennial, di quei giovani che la generazione sessantottina chiama, fra il polemico e l'autocompiaciuto, "sdraiati".

Inerte, inconcludente, apatico, sta bene solo ad occhi chiusi.
E non per niente il brano d'apertura è tratto da Con gli occhi chiusi, autobiografia romanzata pubblicata dal giovane Federigo Tozzi all'inizio del...
...Ventesimo secolo!

Sì, il romanzo non è l'ennesimo Bildungsroman nelle intenzioni autopubblicato da un ventenne di oggi, ma risale al 1919 - e sì, quel "riesciva" non è un refuso... insieme a "doventare" è un prezioso arcaismo (se volete) della prosa tozziana.


La raffinata edizione Garzanti - I grandi libri

Pietro - il protagonista-alter ego dell'autore - è un adolescente pigro e svogliato, unico figlio superstite di Francesco Rosi, ricco e sanguigno trattore e fattore senese

Restato contadino, benché avesse presto mutato mestiere, era capace di pigliare a pugni uno che non avesse avuto fede alla sua sincerità. E credeva che Dio, quasi per accontentarlo, avesse pensato, insieme con lui, alla sua fortuna. Del resto, sentiva la necessità di arricchire di più; per paura delle invidie. Quanti avrebbero fatto di tutto per rivederlo senza un soldo!

e della debole e pia Anna
Accanto a Domenico, siccome desideravano un erede, i figli morti doventavano anche per lei simili soltanto a tentativi astratti e dovuti abbandonare, certo a fine di bene; se il destino aveva voluto così. Perciò ella amava Pietro con un affetto superstizioso. Ma era incapace, per indole, di mostrargli una grande tenerezza; sebbene le piacesse d'averlo sempre vicino. Quando le si addormentava sopra una spalla, non si sarebbe mai decisa a farlo portare a letto da Rebecca; che era stata la sua balia e ora faceva da serva e da cantiniera. 

Ella non gli sapeva parlare; capiva ch'egli cresceva senza che riuscisse a farselo proprio suo, a dirgli almeno una di quelle parole che avrebbero dovuto consolarla. Anche quando l'aveva vicino, restavano come due che avessero l'impossibilità d'intendersi. Pietro evitava sempre di farle sentire che le voleva bene, per paura di doventare troppo obbediente; ed ella si disperava troppo e senza ragione di qualche sua scappata. E perciò Pietro temeva quando gli aveva tante cure. Mentre ella, non avendogliele potute fare, cercava un'altra volta d'imporgliele. - Tu non rispetti la mamma! Egli, allora, si esasperava; svignandosela senza né meno ascoltarla.

Nulla sembra appassionare il ragazzo, men che meno lo studio; è invece attratto dalla vita dura ma più libera dei contadini alle dipendenze del padre, e in particolare da Ghìsola, Lolita campagnola dai passatempi crudeli:
Ma avendo preso, su un pioppo dove s'era arrampicata da sé, un nido con cinque passerotti, se lo mise su le ginocchia; e cominciò a riempire di briciole le loro bocche spalancate. Li voleva far crescere; ma invece le venne voglia di ucciderli, eccitata dal suo terrore. Qualcuno chiudeva gli occhi; un altro all'improvviso alzava le ali, e invece ricadeva; sotto, uno pigolava sempre di seguito. Allora, schiacciò con le dita la testa a tutti; e li cosse dentro il padellino del soffritto...

e non tanto più tenero è il trattamento che riserva a Pietro, con il quale intreccia un gioco di sguardi e piccole confidenze più in virtù del suo superiore status sociale che per vera attrazione: infatti gli preferisce altri ragazzi, più rudi e robusti.

Pietro si dibatte nella sua fragilità fisica e psicologica, ma senza troppa volontà di cambiare:
Quale umiliazione provava quando gli altri non rispettavano i suoi sentimenti e obbligavano la sua anima a disfarsi! Gli altri facevano di lui quello che volevano, e a lui si stringeva la gola dall'emozione. Arrossiva, si sgomentava; sentivasi perso. E nessuna cosa era adatta per lui: le strade troppo faticose, il sole troppo caldo, gli abiti tagliati male, le mani troppo grosse; affannandosi a non riflettere a ciò, di convincersi del contrario; stordendosi; mentre gli orecchi gli rombavano, e credeva di dover cadere da un momento all'altro. Gli sembrava che la sua faccia non fosse capace a nascondere la lealtà troppo aperta e ostinata; provandone una violenza che gli dava il malessere. Si sentiva debole sotto il suo spirito affannato, che egli stesso voleva cambiare. 
Una specie di struggimento a lui noto assalì il suo cervello come una polla diaccia, che non gli permetteva mai di fare qualche cosa. Anche gli sembrava strano d'esistere; perciò ebbe paura di se stesso, e cercò di dimenticarsi, fissando lungamente le palme delle mani finché riuscì a non scorgerle più. Allora percepì un dolore dietro la scapola sinistra; al quale gli parve ridotto tutto il suo essere.

Questa incapacità di tollerare il mondo esterno, questo ripiegamento che potremmo quasi definire - con mille cautele - "autistico", non gli permette di vivere che solo di sguincio, e in modo egoriferito, persino un evento terribile come la morte improvvisa della madre:
Pietro, senza provar niente, all'infuori di una vaga inquietudine, si appoggiò aiguanciali e cercò di piangere: dentro di sé chiedevasi se anche gli altri sentissero così poco e provò una consolazione indefinibile quando il padre fu allontanato in modo ch'egli non vide e non udì il suo dolore; che gli era antipatico come le sue collere. Rebecca gli disse: - Povera mamma, voleva tanto bene a te! A lui gliene importava poco, anzi s'ebbe a male di queste parole; e si allontanò per distrarsi, vergognandosi. La mattina dell'esequie s'era dimenticato di tutto, quando intravide dall'uscio mezzo aperto il padre che gli si avvicinava. Ebbe, senza spiegarsi il perché, paura d'esser percosso a sangue. Domenico gli disse: - Vestiti; tra poco porteranno via la tua povera mamma. Pietro si sforzò d'obbedire. Piuttosto, era ora spaventato di qualche sciagura che dovesse capitare a lui! Discese dal letto; e, fingendo a se stesso, si vestì cercando d'imitare i gesti di dolore che aveva veduti. In tal modo finì con il sentire una ilarità muta, mista a terrore. Ma, quando gli fecero baciare la mamma, prima che la mettessero dentro la cassa, pensò: «Perché non c'entro anch'io? Metteteci me». Poi l'assalì uno sgomento inaudito. «Credete che sia morta? Fingete tutti. Anche questa è una finzione. Lo sapevo che m'avreste dato qualche dispiacere violento; e non lo merito.» Singhiozzò, invaso da una cupa disperazione. Perché non gli avevano detto prima ch'era morta? Restò tra le persone che mettevano il cadavere dentro la cassa; ma non avrebbe toccato né meno il lembo della veste. E si meravigliò che gli altri facessero tutto come se si trattasse di una faccenda qualsiasi, con le lacrime e con quei segni di affetto che non sembravano mai finiti: raddrizzare la testa sopra il cuscino scelto con le cifre ricamate, accostare i piedi insieme, accomodare sui capelli un fiore scivolato tra una spalla e la cassa. Egli avrebbe voluto che nessuno fosse stato lì; e gli facevano male tutte quelle mani, che si muovevano in fretta. Quelle mani, quelle mani! Voleva gridare: «Portatela via presto! Perché non l'avete portata via? Non ce la voglio più in casa». E si meravigliò del padre, che non s'impazientiva, un poco calmato da tutte quelle attenzioni.

Il rapporto col padre precipita in un baratro d'indifferenza, venato di latente violenza, e credo che i sentimenti di Domenico nei confronti di Pietro si potrebbero ritrovare in tantissime famiglie di oggi:
Domenico, dopo averla seguita con gli occhi, chiese al figliolo: - A che pensi? Pietro sorrise, e disse: - Io? A niente. - Non me ne accorgo, lo sai? - Così tu sei brutto, mentre io ti avrei messo al mondo simpatico. E a scuola perché ci vuoi tornare? Non ti sei fatto mandar via? Domenico gli parlava della scuola con risentimento e in quei momenti creduti da lui più opportuni a influire sul suo animo. Il giovinetto tacque, sentendosi come svenire: il padre non si sarebbe mai dimenticato di fargli questo rinfaccio, per valersene! […] E, come faceva ad ogni occasione, trasse dal taschino del panciotto una piccola corona nera, cheteneva lì con alcune sterline d'oro; e disse la solita frase, dopo avergli quasi toccato la fronte con la croce: - Vedi? Questo è il ricordo della mia povera mamma Gigella. Io la porto sempre con me. Non mi dette altro, quando la lasciai per venire a Siena. E tu che cos'hai che ti ricordi la tua mamma? Ma, accortosi che ora, a sua volta, Pietro non lo ascoltava né meno, s'inquietò; gli pareva impossibile che un figliolo facesse così! E dire che aveva avuto intenzione perfino di mettergli il suo nome, tanto doveva assomigliargli, appartenergli! Quasi l'avrebbe preso con le mani, per stroncarlo come un fuscello! Proprio il figlio sfuggiva alla sua volontà? Non doveva obbedire più degli altri, invece? Ad un tratto, come un'insinuazione a tradimento, capì che anche egli era come un'altra persona qualunque. E, allora, sarebbe stato meglio che non gli fosse nato. Perché gli era nato? Meglio non parlargli più, sopportando che camminasse accanto, in silenzio, magari a testa bassa, fino a batterla sul lastrico. 
Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a Domenico un senso d'avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque! Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce; e Pietro abbassava gli occhi, credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che sfuggiva alla sua violenza, irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo. [...] Pietro stava zitto e dimesso; ma non gli obbediva. Si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa; e, quando per la scuola aveva bisogno di soldi, aspettava che ci fosse qualche avventore di quelli più ragguardevoli; dinanzi al quale Domenico non diceva di no. Aveva trovato modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare. E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto, per star lontano dalla trattoria. Trovando negli occhi del padre un'ostilità ironica, non si provava né meno a chiedergli un poco d'affetto. Ma come avrebbe potuto sottrarsi a lui? Bastava uno sguardo meno impaurito, perché gli mettesse un pugno su la faccia, un pugno capace d'alzare un barile. E siccome alcune volte Pietro sorrideva tremando e diceva: - Ma io sarò forte quanto te! - Domenico gli gridava con una voce, che nessun altro aveva: - Tu? Pietro, piegando la testa, allontanava pian piano quel pugno, con ribrezzo ed ammirazione. Da ragazzo quella voce lo spaventava, gli faceva male; e allora si rincantucciava, senza piangere, per essere lasciato solo. Ora ne provava una scontentezza esasperante. E, convinto che non avrebbe dovuto soffrire a quel modo, si esaltò sempre più nelle parole di riscatto e di giustizia; come trovava scritto in certi opuscoli di propaganda prestatigli dal suo barbiere. Entrò nel partito socialista, e fondò perfino un circolo giovanile.

In questo vuoto da #mainagioia, ecco che Pietro ricomincia a coltivare il piccolo idillio campestre con Ghìsola, che nel frattempo era stata allontanata dal podere di famiglia. 


La bella campagna senese.

Non si tratta però di un grande amore romantico: al malcelato interesse materiale della ragazza, Pietro oppone la voglia di rivalsa contro il padre e un vago afflato egalitario, ispiratogli dalle sue simpatie socialiste:

Domenico, che parecchie volte fingeva appunto di non udire e di non vedere per conoscere meglio i suoi sottoposti, rientrò dicendo: - Ghìsola ha avvezzato male anche te! Pietro, impaurito e sorpreso, domandò: - Perché? Tutti gli si volsero, con allegra curiosità. Come la incolpava? Qualcuno certo gli aveva fatto bevere cose non vere! Ecco perché l'aveva rimandata a Radda! Ma egli n'ebbe invece simpatia; contro l'ingiustizia con la quale la dileggiavano; e desiderò di rivederla. Ma perché tutti lo guardavano con malizia, ridendo e divertendocisi? E perché suo padre era così convinto di quel che aveva detto? Rimase con i diti appuntellati sul tavolino, afflitto. 
E, tutto a un tratto, si accorse che era innamorato di Ghìsola; e non ci trovò niente distrano né di spiacevole. Anzi, se ne fosse stato più sicuro, l'avrebbe detto subito a Masa. Facendole capire che, sopra a tutto, si trattava di una riparazione sociale, per il cui cómpito offriva se stesso volentieri. Perché anche lei non doveva esser ricca? 

Condurre Ghìsola - che intanto, all'insaputa del giovane studente, è diventata la mantenuta di un benestante signore - in seno alla propria famiglia non è semplice; ed egli è stretto fra il disprezzo paterno e lo sdegno dell'amata, offesa dalla sua debolezza:
Ma gli pareva d'essere inseguito da suo padre, pur sentendosi rasserenato dal campanile di Giotto, da Santa Maria del Fiore, da quelle strade che conosceva, già percorse in quella specie di perdizione sempre più accanita. Aveva voglia di riparlare con qualcuno dei suoi compagni, di spiegare a loro l'equivoco avuto, e come si fosse perso per una ragione che non sapeva dire; per quanto gli dispiacesse tenere segreti anche ora che sentiva la necessità squisita d'aver qualche cosa da nascondere; una cosa che forse era come la sua anima stessa.
Domenico, ch'era di buon umore, dopo averla guardata sorridendo, così irriconoscibile da quando stava a Poggio a' Meli, andò in cucina; e come se si fosse trattato di avventori, ordinò a voce alta da cena per Pietro e per lei. Ma disse anche per farsi intendere subito: - Questi non pagano! Ghìsola, disinvolta, si mise a ridere; e le dispiacque solo per orgoglio che Domenico la trattasse per quel che era; ma Pietro le fece rabbia. Non era punto furbo, e non contava proprio niente in casa sua!
 

Ma dov'è, davvero, Pietro?
Lontano, perso in fantasticherie autoassolutorie:
A Poggibonsi, un treno, allontanandosi, divenne a poco a poco più corto, finché non ne restò che l'ultimo vagone visto di dietro; e non si sapeva più se stesse fermo o se camminasse; come certe sue illusioni. I vagoni che andavano su e giù, trainati, con le ruote che giravano con movimento eguale l'una dopo l'altra su le medesime rotaie, e i vagoni di un treno merci verniciati di rosso, con le cifre in bianco, sigillati, pazienti, lo fecero quasi piangere. Tutti scuotevano la sua anima, la schiacciavano! Egli si sentì proprio solo e abbandonato e non si ricordò più di Ghìsola...
Aveva quelle indefinitezze profonde e persistenti, senza nome e senza mèta; che lasciano una traccia anche quando sono passate, come si vede se è passata l'acqua su la rena. 
Si confortava, sognando un'esistenza nuova e insolita. Ma quando? Talvolta, essa si riperdeva; ed egli non riesciva né meno a capire come l'avesse sognata.

Vede in Ghìsola il perno di un nuovo ordine di cose, dove entrambi possano essere davvero protagonisti:
Pietro pensava a tutte le cose famigliari che avrebbe voluto possedere per sé e per Ghìsola. Pensava al lume così quieto e sempre eguale, con la campana di latta. Pensava alla poltrona della mamma, sotto il cui guanciale era una specie di cassetto di legno, dov'ella aveva tenuto i gomitoli delle lane e i suoi due soli libri, due romanzi a dispense illustrate. Pensava ai quattro guanciali a cui ella s'appoggiava; i quali si erano deformati ciascuno in modo riconoscibile. Pensava all'odore dell'acqua di Colonia, alle boccette antisteriche, ad una crocettina d'oro consunto.Prima d'addormentarsi nel suo letto duro, ricordava tutte le cose più note; alle quali portava un'affezione intensa per quanto incosciente. Gli pareva di dover dare un'altra impronta e un altro significato a tali cose. Ghìsola sarebbe stata la rinnovatrice. Ed egli provava la stessa dolcezza che aveva provato stando insieme con lei.

Ma la sua mortale accidia, il suo rifuggire da ogni intensità e ogni colore, degno di uno che
prediligeva i fiori di campo, i fiori sbiaditi dagli odori incerti e quasi rassomiglianti. Non aveva mai pensato a quelli di giardino senza arrossire e sentirsi molto confuso. Per abitudine, se ne empiva le tasche: margherite bianche e rosse, pisciacani gialli, veccie sbiancate e rosee, rosolacci, ginestre, violette, rose di macchia, biancospini, fiori di pisello selvatico. Poi li biasciava.

gli impedirà tanto di vedere la squallida piccola fine che si profila all'orizzonte per i suoi pigri sogni, quanto di prenderne atto con un barlume di coraggio o, almeno, di ironia.

Commenti