Un bad boy del Rinascimento

Questa mia Vita travagliata io scrivo
per ringraziar lo Dio della natura
che mi diè l'alma e poi ne ha 'uto cura,
alte diverse 'mprese ho fatte e vivo.
Quel mio crudel Destin, d'offes'ha privo
vita, or, gloria e virtú piú che misura,
grazia, valor, beltà, cotal figura
che molti io passo, e chi mi passa arrivo.
Sol mi duol grandemente or ch'io cognosco
quel caro tempo in vanità perduto:
nostri fragil pensier sen porta 'l vento.
Poi che 'l pentir non val, starò contento
salendo qual'io scesi il Benvenuto
nel fior di questo degno terren tosco.

Che è questo?
Il proemio di un poema epico, una formula magica, la celebrazione di sé di un esaltato?
Tutto questo e qualcosa di più.

Così si apre la Vita, autobiografia di Benvenuto Cellini, celebre orafo e scultore fiorentino del Cinquecento.
Personaggio complesso, contraddittorio e sanguigno, che mi ha ricordato da vicino i protagonisti dei romance e dei romanzi fantasy divorati da milioni di lettori odierni.
Non credete possibile trovare un bad boy fra pagine grondanti prosa antiquata?
Raccolgo la sfida.


Benvenuto Cellini (1500-71). Potete trovare la sua Vita QUI.

Già dall'infanzia Benvenuto, stando almeno alle sue parole - se c'è un archetipo dell'unreliable narrator, eccovelo servito - dimostra doti straordinarie:
Ancora viveva Andrea Cellini mio avo, che io avevo già l'età di tre anni incirca, e lui passava li cento anni. Avevano un giorno mutato un certo cannone d'uno acquaio, e del detto n'era uscito un grande scarpione, il quali loro non l'avevano veduto, ed era dello acquaio sceso in terra, e itosene sotto una panca: io lo vidi, e, corso allui, gli missi le mani a dosso. Il detto era sí grande, che avendolo innella picciola mano, da uno degli lati avanzava fuori la coda, e da l'altro avanzava tutt'a dua le bocche. Dicono, che con gran festa io corsi al mio avo, dicendo; - Vedi, nonno mio, il mio bel granchiolino! - Conosciuto il ditto, che gli era uno scarpione, per il grande spavento e per la gelosia di me, fu per cader morto; e me lo chiedeva con gran carezze: io tanto piú lo strignevo piagnendo, ché non lo volevo dare a persona. Mio padre, che ancora egli era in casa, corse a cotai grida, e stupefatto non sapeva trovare rimedio, che quel velenoso animale non mi uccidessi. In questo gli venne veduto un paro di forbicine: cosí, lusingandomi, gli tagliò la coda e le bocche. Di poi che lui fu sicuro del gran male, lo prese per buono aurio.
Roba che Eracle e il suo serpente - o Harry Potter e la sua cicatrice - gli fa un baffo.

Figlio a lungo atteso di un mastro muratore melomane, che lo vuole avviare alla carriera di musicista, Benvenuto è da subito molto chiaro quando si tratta della sua vocazione, vocazione frustrata, come tanti eroi dei romanzi moderni... e non è il maledetto sonare:
Dicendomi queste parole, io lo pregavo che mi lasciassi disegnare tante ore del giorno, e tutto il resto io mi metterei a sonare, solo per contentarlo. A questo mi diceva: - Addunque tu non hai piacere di sonare? - Al quale io dicevo che no, perché mi pareva arte troppa vile a quello che io avevo in animo. Il mio buon padre, disperato di tal cosa, mi mise a bottega col padre del cavalieri Bandinello, il quale si domandava Michelagnolo, orefice da Pinzi di Monte, ed era molto valente in tale arte; non aveva lume di nissuna casata, ma era figliuolo d'un carbonaio: questo non è da biasimare il Bandinello, il quali ha dato principio alla casa sua, se da buona causa la fussi venuta. Quali lo sia, non mi occorre dir nulla di lui. Stato che io fui là alquanti giorni, mio padre mi levò dal ditto Michelognolo, come quello che non poteva vivere sanza vedermi di continuo. Cosí malcontento mi stetti a sonare insino alla età de' quindici anni. Se io volessi descrivere le gran cose che mi venne fatto insino a questa età, e in gran pericoli della propria vita, farei maravigliare chi tal cosa leggessi, ma per non essere tanto lungo e per avere da dire assai, le lascierò indietro. Giunto all'età de' quindici anni, contro al volere di mio padre mi missi abbottega all'orefice con uno che si chiamò Antonio di Sandro orafo.
Ma Benvenuto non è l'unico a dar grattacapi a papà Cellini:
In questo tempo, avendo il mio fratello carnale minore di me dua anni, molto ardito e fierissimo, qual divenne dappoi de' gran soldati che avessi la scuola del maraviglioso signor Giovannino de' Medici, padre del duca Cosimo: questo fanciullo aveva quattordici anni in circa, e io dua piú di lui. Era una domenica in su le 22 ore in fra la porta a San Gallo e la porta a Pinti, e quivi si era disfidato con un garzone di venti anni in circa con le spade in mano: tanto valorosamente lo serrava, che avendolo malamente ferito, seguiva piú oltre. Alla presenza era moltissime persone, infra le quali v'era assai sua parenti uomini; e veduto la cosa andare per la mala via, messono mano a molte frombole e una di quelle colse nel capo del povero giovinetto mio fratello: subito cadde in terra svenuto come morto. Io che a caso mi ero trovato quivi e senza amici e senza arme, quanto io potevo sgridavo il mio fratello che si ritirassi, che quello che gli aveva fatto bastava; intanto che il caso occorse che lui a quel modo cadde come morto. Io subito corsi e presi la sua spada, e dinanzi a lui mi missi, e contra parecchi spade e molti sassi, mai mi scostai dal mio fratello, insino a che da la porta a San Gallo venne alquanti valorosi soldati e mi scamporno da quella gran furia, molto maravigliandosi che in tanta giovinezza fussi tanto gran valore. Cosí portai il mio fratello insino a casa come morto, e giunto a casa si risentí con gran fatica. Guarito, gli Otto che di già avevano condennati li nostri avversari, e confinatigli per anni, ancora noi confinorno per se' mesi fuori delle dieci miglia. Io dissi al mio fratello: - Vienne meco - e cosi ci partimmo dal povero padre, e in cambio di darci qualche somma di dinari, perché non n'aveva, ci dette la sua benedizione. Io me n'andai a Siena a trovare un certo galante uomo che si domandava maestro Francesco Castoro; e perché un'altra volta io, essendomi fuggito da mio padre, me n'andai da questo uomo dabbene e stetti seco certi giorni, insino che mio padre rimandò per me, pure lavorando dell'arte dell'orefice; il ditto Francesco, giunto a lui, subito mi ricognobbe e mi misse in opera.
Il clamore si spegne sulla rissa e si accende sul talento di orefice del giovane Benvenuto, che rientrato a Firenze ottiene un goloso ingaggio:
Ora torniamo a Piero Torrigiani, che con quel mio disegno in mano disse cosí: - Questo Buonaarroti e io andavamo a 'mparare da fanciulletti innella chiesa del Carmine, dalla cappella di Masaccio: e perché il Buonaarroti aveva per usanza di ucellare tutti quelli che disegnavano, un giorno in fra gli altri dandomi noia il detto, mi venne assai piú stizza che 'l solito, e stretto la mana gli detti sí grande il pugno in sul naso, che io mi senti' fiaccare sotto il pugno quell'osso e tenerume del naso, come se fosse stato un cialdone: e cosí segnato da me ne resterà insin che vive -. Queste parole generorono in me tanto odio, perché vedevo continuamente i fatti del divino Michelagnolo, che non tanto ch'a me venissi voglia di andarmene seco in Inchilterra, ma non potevo patire di vederlo.
Tipico comportamento da eroe degli YA: il leale fanciullo tutto tollera, meno che gli si metta in discussione la sua man crush.
E da buon post adolescente tutto sangue caldo, di lì a poco il nostro Cellini si rimette nei guai, questa volta più seriamente:
Trova'gli a tavola, e quel giovane Gherardo, che era stato capo della quistione, mi si gettò a dosso: al cui io menai una pugnalata al petto, che il saio, il colletto insino alla camicia a banda a banda io li passai, non gli avendo tocco la carne o fattogli un male al mondo. Parendo a me, per l'entrar della mana e quello rumor de' panni, aver fatto grandissimo male, e lui per ispavento caduto a terra, dissi: - O traditori, oggi è quel dí che io tutti vi ammazzo -. Credendo il padre, la madre e le sorelle che quel fusse il dí del Giudizio, subito gettatisi inginocchione per terra, misericordia ad alta voce con le bigoncie chiamavano: e veduto non fare alcuna difesa contro di me, e quello disteso in terra come morto, troppo vil cosa mi parve a toccargli; ma furioso corsi giú per la scala: e giunto alla strada, trovai tutto il resto della casata, li quali erano piú di dodici; chi di loro aveva una pala di ferro, alcuni un grosso canale di ferro, altri martella, ancudine, altri bastoni. Giunto fra loro, sí come un toro invelenito, quattro o cinque ne gittai in terra, e con loro insieme caddi, sempre menando il pugnale ora a questo ora a quello. Quelli che in piedi restati erano, quanto egli potevano sollecitavano, dando a me a dua mane con martella, con bastoni e con ancudine: e perché Idio alcune volte piatoso si intermette, fece che né loro a me e né io a loro non ci facemmo un male al mondo. Solo vi restò la mia berretta, la quale assicuratisi e' mia avversari che discosto a quella si eron fuggiti, ugniuno di loro la percosse con le sua arme: di poi riguardato infra di loro de e' feriti e morti, nessuno v'era che avessi male.
Per lasciarsi alle spalle questi e altri casini, Benvenuto parte alla volta di Roma, non prima di aver incassato le lodi dei magistrati della città, che pure avrebbero dovuto giudicarlo severamente, trovandolo giovane molto virtuoso, e mantiene la povera casa sua con le fatiche sua, molto abundante; e volessi Idio che la città nostra di questa sorta ne avessi abundanzia, sí come la n'ha mancamento.

A Roma, Benvenuto fa presto faville per il suo talento di orefice e intagliatore di gemme. Il padre ne è orgoglioso, ma lo tampina
pregandomi per l'amor di Dio che io sonassi qualche volta, acciò che io non perdessi quella bella virtú, che lui con tante fatiche mi aveva insegnato. La lettera era piena delle piú amorevol parole paterne che mai sentir si possa; in modo tale che le mi mossono a pietose lacrime, desiderando prima che lui morissi di contentarlo in buona parte, quanto al sonare, sí come Idio ci compiace tutte le lecite grazie che noi fedelmente gli domandiamo.
e il saggio consiglio dà l'abbrivo alla carriera romana del figlio... come artista plastico:
Occorse in questo tempo che un certo Gianiacomo piffero da Cesena, che stava col Papa, molto mirabil sonatore, mi fece intendere per Lorenzo tronbone lucchese, il quale è oggi al servizio del nostro Duca, se io volevo aiutar loro per il Ferragosto del Papa, sonar di sobrano col mio cornetto quel giorno parecchi mottetti, che loro bellissimi scelti avevano. Con tutto che io fussi nel grandissimo desiderio di finire quel mio bel vaso cominciato, per essere la musica cosa mirabile in sé e per sattisfare in parte al mio vecchio padre, fui contento far loro tal compagnia: e otto giorni innanzi al Ferragosto, ogni dí dua ore facemmo insieme conserto, in modo che il giorno d'agosto andammo in Belvedere, e in mentre che papa Clemente desinava, sonammo quelli disciplinati mottetti in modo, che il Papa ebbe a dire non aver mai sentito musica piú suavemente e meglio unita sonare. Chiamato a sé quello Gianiacomo, lo domandò di che luogo e in che modo lui aveva fatto a avere cosí buon cornetto per sobrano, e lo domandò minutamente chi io ero. Gianiacomo ditto gli disse a punto il nome mio. A questo il Papa disse: - Adunque questo è il figliuolo di maestro Giovanni? - Cosí disse che io ero. Il Papa disse che mi voleva al suo servizio in fra gli altri musici. Gian Iacomo rispose: - Beatissimo Padre, di questo io non mi vanto che voi lo abbiate, perché la sua professione, a che lui attende continuamente, si è l'arte della oreficeria, e in quella opera maravigliosamente, e tirane molto miglior guadagno che lui non farebbe al sonare -. A questo il Papa disse: - Tanto meglio li voglio, essendo cotesta virtú di piú in lui, che io non aspettavo. Fagli acconciare la medesima provvisione che a voi altri; e da mia parte digli che mi serva e che alla giornata ancora innell'altra professione ampliamente gli darò da fare.
Il favore papale è un bel colpo per Benvenuto, che, come certi sportivi strapagati o star dei reality di oggi, si abbandona alle risse - come già a Firenze -, al sesso promiscuo (con strascichi venerei) e a lieti festini:
Avvenga che l'ora si cominciava a pressare di appresentarsi alla virtuosa compagnia ciascuno con la sua cornacchia, e io mi trovavo senza e pur troppo mi pareva fare errore mancare di una sí pazza cosa; e quel che piú mi teneva si era che io non volevo menarvi sotto il mio lume, in fra quelle virtú tali, qualche spennacchiata cornacchiuccia; pensai a una piacevolezza per acrescere alla lietitudine maggiore risa. Cosí risolutomi, chiamai un giovinetto de età di sedici anni, il quale stava accanto a me: era figliuolo di uno ottonaio spagnuolo. Questo giovine attendeva alle lettere latine ed era molto istudioso. Avea nome Diego: era bello di persona, maraviglioso di color di carne: lo intaglio della testa sua era assai piú bello che quello antico di Antino e molte volte lo avevo ritratto; di che ne aveva aùto molto onore nelle opere mie. Questo non praticava con persona, di modo che non era cognusciuto: vestiva molto male e accaso: solo era innamorato dei suoi maravigliosi studi. Chiamato in casa mia, lo pregai che mi si lasciassi addobbare di quelle veste femminile che ivi erano apparecchiare. Lui fu facile e presto si vestí, e io con bellissimi modi di acconciature presto accresce' gran bellezze al suo bello viso: messigli dua anelletti agli orecchi, dentrovi dua grosse e belle perle - li detti anelli erano rotti; solo istrignevano gli orecchi, li quali parevano che bucati fussino -; da poi li messi al collo collane d'oro bellissime e ricchi gioielli: cosí acconciai le belle mane di anella. Da poi piacevolmente presolo per un orecchio, lo tirai davanti a un mio grande specchio. Il qual giovine vedutosi, con tanta baldanza disse: - Oimè, è quel, Diego? - Allora io dissi: - Quello è Diego, il quale io non domandai mai di sorte alcuna piacere: solo ora priego quel Diego, che mi compiaccia di uno onesto piacere: e questo si è, che in quel proprio abito - io volevo che venissi a cena con quella virtuosa compagnia, che piú volte io gli avevo ragionato. Il giovane onesto, virtuoso e savio, levato da sé quella baldanza, volto gli occhi a terra, stette cosí alquanto senza dir nulla: di poi in un tratto alzato il viso, disse: - Con Benvenuto vengo; ora andiamo. [...] Subito le due donne, che in mezzo l'avevano, mossosi a pietà di Pomona, mettendogli le mane al corpo, trovorno che l'era mastio. Tirando presto le mani a loro con ingiuriose parole, quali si usano dire ai belli giovanetti, levatosi da tavola subito le grida spartesi e con gran risa e con gran maraviglia, il fiero Michelagnolo chiese licenzia da tutti di poter darmi una penitenzia a suo modo. Avuto il sí, con grandissime gride mi levò di peso, dicendo: - Viva il Signore: viva il Signore - e disse, che quella era la condannagione che io meritavo, aver fatto un cosí bel tratto. Cosí finí la piacevolissima cena e la giornata; e ugniun di noi ritornò alle case sue.
Il talento di stylist di Benvenuto non doveva essere poca cosa.

C'è anche il graphic novel!

Ma le amicizie non sono tutte rose e fiori. Si guasta con un amico, Luigi Pulci, arrivando a dirgli che 
s'era dato in preda a brutti vizii i quali gli arien fatto rompere il collo.
Quello per tutta risposta gli sottrae la cortigiana Pantasilea, scatenando le ire del nostro:
Quando io viddi questo,considerato che io non sapevo per qual via mi fuggire, m'attendevo a ficcare in quella siepe; e perché quelle pungente marmerucole mi facevano male, e mi aissavo come si fa il toro, quasi risolutomi di fare un salto e fuggire; in questo, Luigi aveva il braccio al collo alla ditta Pantassilea, dicendo: - Io ti bacerò pure un tratto, al dispregio di quel traditore di Benvenuto -. A questo, essendo molestato dalle ditte marmerucole e sforzato dalle ditte parole del giovine, saltato fuora, alzai la spada, e con gran voce dissi: - Tutti siate morti -. In questo il colpo della spada cadde in su la spalla al detto Luigi: e perché questo povero giovine que' satiracci l'avevano tutto inferrucciato di giachi e d'altre cose tali, il colpo fu grandissimo; e voltasi la spada, dette in sul naso e in su la bocca alla ditta Pantassilea. Caduti tutti a dua in terra, il Bachiacca con le calze a mezza gamba gridava e fuggiva. Vòltomi agli altri arditamente con la spada, quelli valorosi uomini, per sentire un gran romore che aveva mosso l'osteria, pensando che quivi fossi l'esercito di cento persone, se bene valorosamente avevano messo mano alle spade, due cavalletti infra gli altri ispaventati gli missono in tanto disordine, che gittando dua di quei migliori sottosopra, gli altri si missono in fuga: e io veduto uscirne a bene, con velocissimo corso e onore usci' di tale impresa, non volendo tentare piú la fortuna che il dovere.
Ad accrescere la sua soddisfazione, si compie la sua macabra profezia:
Un giorno in fra gli altri, essendo piovegginato, e lui atteggiava il cavallo a punto in su la porta di Pantassilea, isdrucciolando cadde, e il cavallo addòssogli; rottosi la gamba dritta in tronco, in casa la ditta Pantassilea ivi a pochi giorni morí, e adempié il giuro che di cuore lui a Dio aveva fatto. Cosí si vede che Idio tien conto de' buoni e de' tristi, e a ciascun dà il suo merito.
Giunge il 1527, e con lui i lanzichenecchi capitanati dal duca di Borbone. 
Benvenuto è in prima linea nella difesa della città, e di lì a poco compie una straordinaria impresa: 
Vòltomi subito a Lessandro e a Cechino, dissi loro che sparassino i loro archibusi, e insegnai loro il modo, acciocché e' non toccassino una archibusata da que' di fuora. Cosí fatto dua volte per uno, io mi affacciai alle mura destramente, e veduto in fra di loro un tumulto istrasordinario, fu che da questi nostri colpi si ammazzò Borbone; e fu quel primo che io vedevo rilevato da gli altri, per quanto da poi s'intese. 
Eroico... non tanto l'uccisione del duca, ma il fatto che non si attribuisca tutto il merito del cimento!
Non è l'unico tentennamento del nostro Benvenuto in questo gran pericolo, dove pure si distingue come splendido artigliere:
Io, non pensando piú là, detti in mezzo al sole, come io avevo promesso a punto. Cascò la botte, come io dissi, la qual dette a punto in mezzo in fra il cardinal Farnese e misser Iacopo Salviati, che bene gli arebbe stiacciati tutti a dui: che di questo fu causa che il ditto cardinal Farnese a punto aveva rimproverato, che il ditto misser Iacopo era causa del sacco di Roma; dove dicendosi ingiuria l'un l'altro, per dar campo alle ingiuriose parole, fu la causa che la mia botte non gli stiacciò tutt'a dua.
Terminato il sacco, continua a lavorare per il Papa, ora sbalordendolo con le sue meravigliose opere, ora esasperandolo con richieste di tempo e denari; d'altronde, cosa potrebbe mai rimproverare a il maggiore uomo che nascessi mai della sua professione?


Medaglia con Leda e il cigno (c. 1528-30)

Come fulmin a ciel sereno, il fratello Gianfrancesco cade assassinato.

Benvenuto è preso dalla sete di vendetta:
Attendevo con grandissima sollecitudine a finire quell'opera d'oro a papa Clemente, la quale il ditto Papa grandemente desiderava, e mi faceva chiamare dua e tre volte la settimana, volendo vedere detta opera, e sempre gli cresceva di piacere: e piú volte mi riprese quasi sgridandomi della gran mestizia che io portavo di questo mio fratello; e una volta in fra l'altre, vedutomi sbattuto e squallido piú che 'l dovere, mi disse: - Benvenuto, oh! i' non sapevo che tu fussi pazzo; non hai tu saputo prima che ora, che alla morte non è rimedio? Tu vai cercando di andargli drieto -. Partitomi dal Papa seguitava l'opera e i ferri della zecca, e per mia innamorata mi avevo preso il vagheggiare quello archibusieri, che aveva dato al mio fratello. Questo tale era già stato soldato cavalleggieri, di poi s'era messo per archibusieri nel numero de' caporali col bargello; e quello che piú mi fece crescere la stizza, fu che lui s'era vantato in questo modo, dicendo: - Se non ero io, che ammazzai quel bravo giovane, ogni poco che si tardava, che egli solo con nostro gran danno tutti ci metteva in fuga -. Cognoscendo io che quella passione di vederlo tanto ispesso mi toglieva il sonno e il cibo e mi conduceva per il mal cammino, non mi curando di far cosí bassa impresa e non molto lodevole, una sera mi disposi a volere uscire di tanto travaglio.

Giunge finalmente l'occasione
Io con gran destrezza me gli acostai con un gran pugnal pistolese e girandogli un marrovescio, pensando levargli il collo di netto, voltosi anche egli prestissimo, il colpo giunse innella punta della spalla istanca; e fiaccato tutto l'osso, levatosi sú, lasciato la spada smarrito dal gran dolore, si messe a corsa; dove che seguitandolo, in quattro passi lo giunsi, e alzando il pugnale sopra la sua testa, lui abassando forte il capo, prese il pugnale apunto l'osso del collo e mezza la collottola, e innell'una e nell'altra parte entrò tanto dentro il pugnale, che io, se ben facevo gran forza di riaverlo, non possetti; perché della ditta casa de l'Antea saltò fuora quattro soldati con le spade inpugnate in mano, a tale che io fui forzato a metter mano per la mia spada per difendermi da loro.
Come a tutti i geni scavezzacollo, non ci sono conseguenze: le necessità dell'arte impongono il loro diritto:
Da poi mandatomi a chiamare per quel gentiluomo bolognese suo cameriere, che già dissi, questo con gran modestia mi accennò come il Papa sapeva ogni cosa, e che Sua Santità mi voleva un grandissimo bene, e che io attendessi a lavorare e stessi cheto. Giunto al Papa, guardatomi cosí coll'occhio del porco, con i soli sguardi mi fece una paventosa bravata; di poi atteso a l'opera, cominciatosi a rasserenare il viso, mi lodò oltra modo, dicendomi che io avevo fatto un gran lavorare in sí poco tempo; da poi guardatomi in viso, disse: - Or che tu se' guarito, Benvenuto, attendi a vivere - e io, che lo 'ntesi, dissi che cosí farei.
In tutto ciò, c'è anche tempo per un po' di paranormale misto romance: per conoscere le sorti di un suo amoretto con una cortigiana, Benvenuto non esita a ricorrere alle arti oscure.
Cominciato il negromante a fare quelle terrebilissime invocazioni, chiamato per nome una gran quantità di quei demonii capi di quelle legioni, e a quelli comandava per la virtú e potenzia di Dio increato, vivente ed eterno, in voce ebree, assai ancora greche e latine; in modo che in breve di spazio si empié tutto il Culiseo l'un cento piú di quello che avevan fatto quella prima volta. Vincenzio Romoli attendeva a fare fuoco insieme con quell'Agnolino detto, e molta quantità di profummi preziosi. Io per consiglio del negromante di nuovo domandai potere essere con Angelica. Voltosi il negromante a me, mi disse: - Senti che gli hanno detto? Che in ispazio di un mese tu sarai dove lei - e di nuovo aggiunse, che mi pregava che io gli tenessi il fermo, perché le legioni eran l'un mille piú di quel che lui aveva domandato, e che l'erano le piú pericolose; e poi che gli avevano istabilito quel che io avevo domandato, bisognava carezzargli, e pazientemente gli licenziare. Da l'altra banda il fanciullo, che era sotto il pintàculo, ispaventatissimo diceva che in quel luogo si era un milione di uomini bravissimi, e' quali tutti ci minacciavano: di piú disse, che gli era comparso quattro smisurati giganti, e' quali erano armati e facevan segno di voler entrar da noi. In questo il negromante, che tremava di paura, attendeva con dolce e suave modo el meglio che poteva a licenziarli. Vincenzio Romoli, che tremava a verga a verga, attendeva ai profummi. Io, che avevo tanta paura quant'e loro, mi ingegnavo di dimostrarla manco, e a tutti davo maravigliosissimo animo; ma certo io m'ero fatto morto, per la paura che io vedevo nel negromante. Il fanciullo s'era fitto il capo in fra le ginocchia, dicendo: - Io voglio morire a questo modo, ché morti siàno -. Di nuovo io dissi al fanciullo: - Queste creature son tutte sotto a di noi, e ciò che tu vedi si è fummo e ombra; sí che alza gli occhi -. Alzato che gli ebbe gli occhi, di nuovo disse: - Tutto il Culiseo arde, e 'l fuoco viene adosso a noi - e missosi le mane al viso, di nuovo disse che era morto, e che non voleva piú vedere. Il negromante mi si raccomandò, pregandomi che io gli tenessi il fermo, e che io facessi fare profummi di zaffetica: cosí, voltomi a Vincenzio Romoli, dissi che presto profumassi di zaffetica. In mentre che io cosí diceva, guardando Agnolino Gaddi, il quale si era tanto ispaventato che le luce degli occhi aveva fuor del punto, ed era piú che mezzo morto, al quale io dissi: - Agnolo, in questi luoghi non bisogna aver paura, ma bisogna darsi da fare e aiutarsi; sí che mettete sú presto di quella zaffetica -. Il ditto Agnolo, in quello che lui si volse muovere, fece una strombazzata di coreggie con tanta abundanzia di merda, la qual potette piú che la zaffetica. Il fanciullo, a quel gran puzzo e quel romore alzato un poco il viso, sentendomi ridere alquanto, assicurato un poco la paura, disse che se ne cominciavano a 'ndare a gran furia. Cosí soprastemmo in fino a tanto che e' cominciò a sonare i mattutini. Di nuovo ci disse il fanciullo che ve n'era restati pochi, e discosto. Fatto che ebbe il negromante tutto il resto delle sue cerimonie, spogliatosi e riposto un gran fardel di libri, che gli aveva portati, tutti d'accordo seco ci uscimmo del circulo, ficcandosi l'un sotto l'altro; massimo il fanciullo, che s'era messo in mezzo, e aveva preso il negromante per la veste e me per la cappa; e continuamente, in mentre che noi andavamo inverso le case nostre in Banchi, lui ci diceva che dua di quelli, che gli aveva visti nel Culiseo, ci andavano saltabeccando innanzi, or correndo su pe' tetti e or per terra. Il negromante diceva, che di tante volte quante lui era entrato innelli circuli, non mai gli era intervenuto una cosí gran cosa [...]. Con questi ragionamenti noi arrivammo alle case nostre, e ciascun di noi tutta quella notte sognammo diavoli.
Non sente l'urgenza di chiedere agli spiriti nient'altro, tanto è sicuro del suo talento e della sua lappa. E i fatti sembrano dargli ragione, per un po'.

Nel 1534, infatti, Papa Clemente muore, e per sfogare il dispiacere Benvenuto si rifà su un tale Pompeo, milanese suo nemico - con i Lombardi ce l'avrà sempre, il nostro... peggio della rivalità fra vampiri e licantropi.
Intanto li nimici mia, di Banchi a lento passo s'erano avviati inverso la Chiavica, luogo detto cosí, e arrivati in su una crociata di strade le quali vanno in diversi luoghi; maquella dove era la casa del mio nimico Pompeo, era quella strada che diritta porta a Campo di Fiore; e per alcune occasione de il detto Pompeo, era entrato in quello ispeziale che stava in sul canto della Chiavica, e soprastato con ditto speziale alquanto per alcune sue faccende; benché a me fu ditto che lui si era millantato di quella bravata che allui pareva aver fattami: ma in tutti i modi la fu pur sua cattiva fortuna; perché arrivato che io fui a quel canto, apunto lui usciva dallo speziale, e quei sua bravi si erano aperti, e l'avevano di già ricevuto in mezzo. Messi mano a un picol pungente pugnaletto, e sforzato la fila de' sua bravi, li messi le mane al petto con tanta prestezza e sicurtà d'animo, che nessuno delli detti rimediar non possettono. Tiratogli per dare al viso, lo spavento che lui ebbe li fece volger la faccia, dove io lo punsi apunto sotto l'orecchio; e quivi raffermai dua colpi soli, che al sicondo mi cadde morto di mano, qual non fu mai mia intenzione; ma, sí come si dice, li colpi non si danno a patti. Ripreso il pugnale con la mano istanca, e con la ritta tirato fuora la spada per la difesa della vita mia, dove tutti quei bravi corsono al morto corpo, e contro a me non feceno atto nessuno, cosí soletto mi ritirai per strada Iulia, pensando dove io mi potessi salvare. 

Ops.

Per far calmare le acque - mentre il nuovo Papa, Paolo, gli prepara un salvacondotto affinché torni a Roma senza noie - va a Venezia; sulla strada del ritorno, si abbandona a vandalismi degni di una rockstar:
L'oste volse essere pagato a suo modo innanzi che noi andassimo a dormire; e dicendogli che innegli altri luoghi si usava di pagare la mattina, ci disse: - Io voglio esser pagato la sera, e a mio modo -. [...] Avemmo di buono bellissimi letti, nuovi ogni cosa e veramente puliti: con tutto questo io non dormi' mai, pensando tutta quella notte in che modo io avevo da fare a vendicarmi. Una volta mi veniva in pensiero di ficcargli fuogo in casa; un'altra di scannargli quattro cavagli buoni, che gli aveva nella stalla; tutto vedevo che m'era facile il farlo, ma non vedevo già l'esser facile il salvare me e il mio compagno. Presi per ultimo spediente di mettere le robe e' compagni innella barca, e cosí feci: e attaccato i cavalli all'alzana, che tiravano la barca, dissi che non movessino la barca in sino che io ritornassi, perché avevo lasciato un paro di mia pianelle nel luogo dove io avevo dormito. Cosí tornato ne l'osteria domandai l'oste; il qual mi rispose che non aveva che far di noi, e che noi andassimo al bordello. Quivi era un suo fanciullaccio ragazzo di stalla, tutto sonnachioso, il quale mi disse: - L'oste non si moverebbe per il Papa, perché e' dorme seco una certa poltroncella che lui ha bramato assai - e chiesemi la bene andata; onde io li detti parecchi di quelle piccole monete veniziane, e li dissi che trattenessi un poco quello che tirava l'alzana, insinché io cercassi delle mie pianelle e ivi tornassi. Andatomene su, presi un coltelletto che radeva, e quattro letti che v'era, tutti gli tritai con quel coltello; in modo che io cognobbi aver fatto un danno di piú di cinquanta scudi. E tornato alla barca con certi pezzuoli di quelle sarge nella mia saccoccia, con fretta dissi al guidatore dell'alzana che prestamente parassi via.
Torna a Roma e cade ammalato.
Imperò stando cosí in cervello, mi veniva a trovare alletto un vecchio terribile, il quale mi voleva istrascicare per forza drento in una sua barca grandissima; per la qual cosa io chiamavo quel mio Felice, che si accostassi a me, e che cacciassi via quel vecchio ribaldo. Quel Felice, che mi era amorevolissimo, correva piagnendo e diceva: - Tira via, vecchio traditore, che mi vuoi rubare ogni mio bene -. Messer Giovanni Gaddi allora, ch'era quivi alla presenza, diceva; - Il poverino farnetica, e ce n'è per poche ore -. Quell'altro Mattio Franzesi diceva: - Gli ha letto Dante, e in questa grande infermità gli è venuto quella vagillazione – e diceva cosí ridendo: - Tira via, vecchio ribaldo, e non dare noia al nostro Benvenuto -. Vedutomi schernire, io mi volsi a messer Giovanni Gaddi e allui dissi: - Caro mio padrone, sappiate che io non farnetico, e che gli è il vero di questo vecchio, che mi dà questa gran noia. Ma voi faresti bene il meglio a levarmi dinanzi cotesto isciagurato di Mattio, che si ride del mio male. 
In mentre che io gnene disegnavo con le parole bene, questo vecchio mi pigliava per un braccio, e per forza mi tirava a sé; per la qual cosa io gridavo che mi aiutassino, perché mi voleva gittar sotto coverta in quella sua spaventata barca. Ditto quest'ultima parola, mi venne uno sfinimento grandissimo, e a me parve che mi gettassi in quella barca. Dicono che allora in questo svenire, che io mi scagliavo e che io dissi di male parole a messer Giovanni Gaddi, sí che veniva per rubarmi e non per carità nessuna; e molte altre bruttissime parole, le quale fecion vergognare il ditto messer Giovanni. Di poi dissono che io mi fermai come morto; e soprastati piú d'un'ora, parendo loro che io mi freddassi, per morto mi lasciorono. 
In un tratto io mi risenti', e chiamai Felice, che presto presto cacciassi via quel vecchio che mi dava noia. Il quale Felice volse mandare per maestro Francesco, e io dissi che non mandassi e che venissi quivi da me, perché quel vecchio subito si partiva e aveva paura di lui. Accostatosi Felice a me, io lo toccavo e mi pareva che quel vecchio infuriato si scostassi; però lo pregavo che stessi sempre da me. Comparso maestro Francesco, disse che mi voleva campare a ogni modo, e che non aveva mai veduto maggior virtú in un giovane, a' sua dí, di quella; e dato mano allo scrivere, mi fece profumi, lavande, unzioni, impiastri e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenti' con piú di venti mignatte al culo, forato, legato e tutto macinato. 
Il cardinal Cornaro, inteso il mio miglioramento, mi fece portare a un suo luogo che gli aveva in Monte Cavallo: la sera medesima io fui portato con gran diligenza in sur una sedia ben coperto e saldo. Giunto che io fui, cominciai a vomitare; innel qual vomito mi uscí dello stomaco un verme piloso, grande un quarto di braccio: e' peli erano grandi e il verme era bruttissimo, macchiato di diversi colori, verdi, neri e rossi: serbossi al medico; il quale disse non aver mai veduto una tal cosa.
Anche un episodio nient'affatto speciale - soprattutto nella putrida Roma del Cinquecento - diventa memorabile nelle parole del Cellini: abbiamo il paranormale-mistico-religioso (con suggestioni dantesche: la Vita ne è zeppa); un tocco di bromance; morte e resurrezione; comicità da cinepanettone e una malattia aliena: altro che fantasy d'oggi!

Si riprende e continua a lavorare per il nuovo Papa, il cui figlio bastardo, duca Farnese, da lui risparmiato al tempo del sacco di Roma, colmo di gratitudine lo fa rinchiudere in Castel Sant'Angelo con l'accusa di aver sottratto dei beni papali in quei giorni di tregenda.


Castel Sant'Angelo, carcere di Benvenuto.

Benvenuto non è tipo da piegarsi alla prigionia, e progetta una spettacolare fuga:

Resolutomi questa sera di festa a fuggirmi a ogni modo, in prima divotissimamente a Dio feci orazione, pregando Sua divina Maestà, che mi dovessi difendere e aiutare in quella tanta pericolosa inpresa; di poi messi mano a tutte le cose che io volevo operare, e lavorai tutta quella notte. Come io fu' a dua ore innanzi il giorno, io cavai quelle bandelle con grandissima fatica, perché il battente del legno della porta, e anche il chiavistello facevano un contrasto, il perché io non potevo aprire: ebbi a smozzicare il legno; pure alla fine io apersi, e messomi adosso quelle fascie, quale io avevo avvolte a modo di fusi di accia in su dua legnetti, uscito fuora, me ne andai dalli destri del mastio; e scoperto per di drento dua tegoli del tetto, subito facilmente vi saltai sopra. Io mi trovavo in giubbone bianco e un paio di calze bianche e simile un paio di borzachini, inne' quali avevo misso quel mio pugnalotto già ditto. Di poi presi un capo di quelle mie fascie e l'accomandai a un pezzo di tegola antica ch'era murata innel ditto mastio: a caso questa usciva fuori a pena quattro dita. Era la fascia acconcia a modo d'una staffa. Appiccata che io l'ebbi a quel pezzo della tegola, voltomi a Dio, dissi: - Signore Idio, aiuta la mia ragione, perché io l'ho, come tu sai, e perché io mi aiuto -. Lasciatomi andare pian piano, sostenendomi per forzadi braccia, arrivai in sino in terra. Non era lume di luna, ma era un bel chiarore. Quando io fui in terra, guardai la grande altezza che io avevo isceso cosí animosamente, e lieto me ne andai via, pensando d'essere isciolto. Per la qual cosa non fu vero, perché il Castellano da quella banda aveva fatto fare dua muri assai bene alti, e se ne serviva per istalla e per pollaio: questo luogo era chiuso con grossi chiavistelli per di fuora. Veduto che io non potevo uscir di quivi, mi dava grandissimo dispiacere. In mentre che io andavo innanzi e indietro pensando ai fatti mia, detti dei piedi in una gran pertica, la quale era coperta dalla paglia. Questa con gran difficultà dirizzai a quel muro; di poi a forza di braccia la salsi insino in cima del muro. E perché quel muro era tagliente, io non potevo aver forza da tirar sú la ditta pertica; però mi risolsi a 'piccare un pezzo di quelle fascie, che era l'altro fuso, perché uno de' dua fusi io l'avevo lasciato attaccato al mastio del Castello: cosí presi un pezzo di quest'altra fascia, come ho detto, e legatala a quel corrente, iscesi questo muro, il qual mi dette grandissima fatica e mi aveva molto istracco, e di piú avevo iscorticato le mane per di drento, che sanguinavano; per la qual cosa io m'ero messo a riposare, e mi avevo bagnato le mane con la mia orina medesima. Stando cosí, quando e' mi parve che le mie forze fussino ritornate, salsi all'ultimo procinto delle mura, che guarda in verso Prati; e avendo posato quel mio fuso di fascie, col quale io volevo abbracciare un merlo, e in quel modo che io avevo fatto innella maggior altezza, fare in questa minore; avendo, come io dico, posato la mia fascia, mi si scoperse adosso una di quelle sentinelle che facevano la guardia. Veduto impedito il mio disegno, e vedutomi in pericolo della vita, mi disposi di affrontare quella guardia; la quale, veduto l'animo mio diliberato e che andavo alla volta sua con armata mano, sollecitava il passo, mostrando di scansarmi. Alquanto iscostatomi dalle mie fascie, prestissimo mi rivolsi indietro; e se bene io viddi un'altra guardia, tal volta quella non volse veder me. Giunto alle mie fascie, legatole al merlo, mi lasciai andare; per la qual cosa, o sí veramente parendomi essere presso a terra, avendo aperto le mane per saltare, o pure erano le mane istracche, non possendo resistere a quella fatica, io caddi, e in questo cader mio percossi la memoria e stetti isvenuto piú d'un'ora e mezzo, per quanto io posso giudicare. Di poi, volendosi far chiaro il giorno, quel poco del fresco che viene un'ora innanzi al sole, quello mi fece risentire; ma sí bene stavo ancora fuor della memoria, perché mi pareva che mi fussi stato tagliato il capo, emi pareva d'essere innel purgatorio. Stando cosí, a poco a poco mi ritornorno le virtú innell'esser loro, e m'avviddi che io ero fuora del Castello, e subito mi ricordai di tutto quello che io avevo fatto. E perché la percossa della memoria io la senti' prima che io m'avvedessi della rottura della gamba, mettendomi le mane al capo ne le levai tutte sanguinose: di poi cercatomi bene, cognobbi e giudicai di non aver male che d'importanza fussi; però, volendomi rizzare di terra, mi trovai tronca la mia gamba ritta sopra il tallone tre dita. Né anche questo mi sbigottí: cavai il mio pugnalotto insieme con la guaina; che per avere questo un puntale con una pallottola assai grossa in cima del puntale, questo era stato la causa dell'avermi rotto la gamba; perché contrastando l'ossa con quella grossezza di quella pallottola, non possendo l'ossa piegarsi, fu causa che in quel luogo si roppe: di modo che io gittai via il fodero del pugnale, e con il pugnale tagliai un pezzo di quella fascia che m'era avanzata, e il meglio che io possetti rimissi la gamba insieme, di poi carpone con il detto pugnale in mano andavo inverso la porta. Per la qual cosa giunto alla porta, io la trovai chiusa; e veduto una certa pietra sotto la porta a punto, la quale, giudicando che la non fussi molto forte, mi provai a scalzarla; di poi vi messi le mane, e sentendola dimenare, quella facilmente mi ubbidí, e trassila fuora; e per quivi entrai.

Azzoppato, lacero e pisciato: però libero.
Oltretutto, come non manca di osservare, s'era levato un romore grandissimo in Roma: che di già s'era vedute le fascie attaccate al gran torrione del mastio di Castello, e tutta Roma correva a vedere questa inistimabil cosa.

Dura poco: viene riacciuffato e sottoposto ad ancor più stretta sorveglianza, perché i suoi carcerieri sanno che 
Questo è uno animo troppo afferato e troppo sicuro. Quando gli ammazzò Pompeo, gli dette dua pugnalate innella gola in mezzo a dieci uomini che lo guardavano, e poi si salvò, con biasimo non piccolo di coloro, li quali eran pure uomini da bene e di conto.
Ma anche i duri, a volte, si chiedono se è il caso.
Benvenuto medita il suicidio; ma affinché tanto talento non vada perso, giunge l'intervento divino:
subito mi saltava addosso tutti i miei dispiaceri e davanmi tanto travaglio, che piú volte io m'ero resoluto in qualche modo di spegnermi da me medesimo; ma perché e' non mi tenevono coltello, io avevo male il modo a poter far tal cosa. Però una volta infra l'altre avevo acconcio un grosso legno che vi era e puntellato in modo d'una stiaccia; e volevo farlo iscoccare sopra il mio capo; il quale me lo arebbe istiacciato al primo: di modo che, acconcio che io ebbi tutto questo edifizio, movendomi risoluto per iscoccarlo, quando io volsi dar drento colla mana, io fui preso da cosa invisibile e gittato quattro braccia lontano da quel luogo, e tanto ispaventato, che io restai tramortito: e cosí mi stetti da l'alba del giorno insino alle dicianove ore che e' mi portorno il mio desinare. 
Di poi la notte mi apparve in sogno una maravigliosa criatura in forma d'un bellissimo giovane, e a modo di sgridarmi diceva: - Sa' tu chi è quello che t'ha prestato quel corpo, che tu volevi guastare innanzi al tempo suo? - Mi pareva rispondergli che il tutto riconoscevo dallo Idio della natura. - Addunche - mi disse - tu dispregi l'opere sue, volendole guastare? Làsciati guidare a lui e non perdere la speranza della virtú sua - con molte altre parole tanto mirabile, che io non mi ricordo della millesima parte.
Seguono visioni mirifiche, altri plagi danteschi più o meno scoperti se vogliamo, con il Sole, Gesù Cristo e la Madonna che gli infondono fortezza e fede.

Ma la sua liberazione dopo quattordici mesi di prigionia (dicembre 1539) è da imputare a un ben più terreno espediente:
Cosí passando pochi giorni innanzi, comparse a Roma il cardinale di Ferrara; il quale, andando a fare reverenzia al Papa, il Papa lo trattenne tanto, che venne l'ora della cena. E perché il Papa era valentissimo uomo, volse avere assai agio a ragionare col Cardinale di quelle francioserie. E perché innel pasteggiare vien detto di quelle cose, che fuora di tale atto tal volta non si dirieno; per modo che, essendo quel gran re Francesco in ogni cosa sua liberalissimo, e il Cardinale, che sapeva bene il gusto del Re, ancora lui a pieno compiacque al Papa molto piú di quello che il Papa non si immaginava; di modo che il Papa era venuto in tanta letizia, sí per questo e ancora perché gli usava una volta la settimana di fare una crapula assai gagliarda, perché dappoi la gomitava. Quando il Cardinale vidde la disposizione del Papa, atta a compiacer grazie, mi chiese da parte del Re con grande istanzia, mostrando che il Re aveva gran desiderio di tal cosa. Allora il Papa, sentendosi appressare all'ora del suo vomito, e perché la troppa abbundanzia del vino ancora faceva l'uffizio suo, disse al Cardinale con gran risa: - Ora ora voglio che ve lo meniate a casa - e date le ispresse commessione, si levò da tavola; e il Cardinale subito mandò per me, prima che il signior Pierluigi lo sapessi, perché non m'arebbe lasciato in modo alcuno uscire di prigione. Venne il mandato del Papa insieme con dua gran gentiluomini del ditto cardinale di Ferrara, e alle quattro ore di notte passate mi cavorno del ditto carcere e mi menorno dinanzi al Cardinale; il quale mi fece innistimabile accoglienze; e quivi bene alloggiato mi restai a godere.
Si chiude così il primo libro della Vita e si apre il secondo in terra di Francia.

Benvenuto, ça va sans dire, subito ottiene il favore di Re Francesco:
Intanto che io ringraziavo Sua Maestà dell'avermi libero del carcere, dicendo che gli era ubrigato, ogni principe buono e unico al mondo, come era Sua Maestà, a liberare uomini buoni a qualcosa, e maggiormente innocenti come ero io; che quei benifizii eran prima iscritti in su' libri de Dio, che ogni altro che far si potessi al mondo; questo buon Re mi stette a 'scoltare finché io dissi, con tanta gratitudine e con qualche parola, sola degna di lui. Finito che io ebbi, prese il vaso e il bacino, e poi disse: - Veramente che tanto bel modo d'opera non credo mai che degli antichi se ne vedessi: perché ben mi sovviene di aver veduto tutte le miglior opere e dai miglior maestri fatte, di tutta la Italia; ma io non viddi mai cosa che mi movessi piú grandemente che questa -. Queste parole il ditto Re le parlava in franzese al cardinale di Ferrara, con molte altre maggior che queste. Di poi voltosi a me mi parlò in taliano, e disse: - Benvenuto, passatevi tempo lietamente qualche giorno, e confortatevi il cuore e attendete a far buona cera; e intanto noi penseremo di darvi buone comodità al poterci far qualche bell'opera.

Lavora per lui, fra l'altro, una famosa, bellissima saliera; bisticcia con la favorita del Re, madame d'Étampes; mangia bene e rimorchia meglio... d'altronde, Parigi è la città dell'amore.
E anche delle corna
Veduto venire l'uno e l'altro ispaventati e sopragiunti a me tutti scompigliati, non sapendo né quello che lor si dicevano, né, come istupidi, dove loro andavano, evidentemente si cognobbe il commesso lor peccato. Per la qual cosa sopra fatta la ragione dall'ira, messi mano alla spada, resolutomi per ammazzargli tutt'a dua. Uno si fuggí, l'altra si gittò in terra ginocchioni, e gridava tutte le misericordie del cielo. Io, che arei prima voluto dare al mastio, non lo potendo cosí giugnere al primo, quando da poi l'ebbi raggiunto intanto m'ero consigliato: il mio meglio si era di cacciargli via tutt'a dua; perché con tante altre cose fattesi vicine a questa, io con difficultà arei campato la vita. Però dissi a Pagolo: - Se gli occhi mia avessino veduto quello che tu, ribaldo, mi fai credere, io ti passerei dieci volte la trippa con questa spada: or lievamiti dinanzi, che se tu dicesti mai il Pater nostro, sappi che gli è quel di san Giuliano -. Di poi cacciai via la madre e la figliuola a colpi di pinte, calci e pugna. 

 e delle sfumature di grigio:
cognosco d'aver fatto errore a volermi vendicare tanto istranamente con Pagolo Miccieri. Benché, se io avessi pensato che lui fussi stato uomo di tanta debolezza, non mai mi sarie venuta in animo una tanto vituperosa vendetta, qual io feci; ché non tanto mi bastò l'avergli fatto pigliar per moglie una cosí iscellerata puttanella; che ancora di poi, per voler finire il restante della mia vendetta, la facevo chiamare, e la ritraevo: ognindí le davo trenta soldi; e faccendola stare ignuda, voleva la prima cosa che io li dessi li sua dinari innanzi; la siconda voleva molto bene da far colezione; la terza io per vendetta usavo seco, rimproverando allei e al marito le diverse corna che io gli facevo; la quarta si era che io la facevo stare con gran disagio parecchi e parecchi ore; e stando in questo disagio a lei veniva molto affastidio, tanto quanto a me dilettava, perché lei era di bellissima forma e mi faceva grandissimo onore. E perché e' non le pareva che io l'avessi quella discrezione che prima io avevo innanzi che lei fossi maritata, venendole grandemente a noia, cominciava a brontolare; e in quel modo suo francioso con parole bravava, allegando il suo marito, il quale era ito a stare col priore di Capua, fratello di Piero Strozzi. E sí come i' ho detto, la allegava questo suo marito; e come io sentivo parlar di lui, subito mi veniva una stizza inistimabile; pure me la sopportavo, mal volentieri, il meglio che io potevo, considerando che per l'arte mia io non potevo trovare cosa piú a proposito di costei; e da me dicevo: - Io fo qui dua diverse vendette: l'una per esser moglie: queste non son corna vane, come eran le sua quando lei era a me puttana; però se io fo questa vendetta sí rilevata inverso di lui e inverso di lei ancora tanta istranezza, faccendola stare qui con tanto disagio, il quale, oltra al piacere, mi resulta tanto onore e tanto utile, che poss'io piú desiderare? - In mentre che io facevo questo mio conto, questa ribalda moltipricava con quelle parole ingiuriose, parlando pure del suo marito; e tanto faceva e diceva, che lei mi cavava de' termini della ragione; e datomi in preda all'ira, la pigliavo pe' capegli e la strascicavo per la stanza, dandogli tanti calci e tante pugna insino che io ero stracco. E quivi non poteva entrare persona al suo soccorso. Avendola molto ben pesta, lei giurava di non mai piú voler tornar da me; per la qual cosa la prima volta mi parve molto aver mal fatto, perché mi pareva perdere una mirabile occasione al farmi onore. Ancora vedevo lei esser tutta lacerata, livida e enfiata, pensando che, se pure lei tornassi, essere di necessità di farla medicare per quindici giorni, innanzi che io me ne potessi servire. [...] Venuto il giorno seguente, questa ditta Caterina venne alla porta mia, e con gran furore picchiava la ditta porta, di modo che, per essere io abbasso, corsi a vedere se questo era pazzo o di casa. Aprendo la porta, questa bestia ridendo mi si gittò al collo, abbracciommi e baciommi, e mi dimandò se io era piú crucciato con essa. Io dissi che no. Lei disse: - Datemi ben d'asciolvere addunche -. Io le detti ben d'asciolvere, e con essa mangiai per segno di pace. Di poi mi messi a ritrarla, e in quel mezzo vi occorse le piacevolezze carnali, e di poi a quell'ora medesima del passato giorno, tanto lei mi stuzzicò, che io l'ebbi a dare le medesime busse; e cosí durammo parecchi giorni, faccendo ogni dí tutte queste medesime cose, come che a stampa: poco variava dal piú al manco.

Saliera di Francesco I (1540-3)

Nel 1545 però, le sempre maggiori preoccupazioni del Re di Francia per la guerra contro l'Imperatore, e certe magagne che a torto m'erano aposte non meglio specificate, il Cellini fa ritorno a Firenze, dove 

veggendomi il detto Duca, dipoi fattomi molte infinite carezze, e lui e la Duchessa midimandorno dell'opere che io avevo fatte al Re; alla qual cosa volentieri, e tutte per ordine, io raccontai. Udito che egli m'ebbe, disse che tanto aveva inteso che cosí era il vero; e da poi aggiunse in atto di compassione, e disse: - O poco premio a tante belle e gran fatiche! Benvenuto mio, se tu mi volessi fare qualche cosa a me, io ti pagherei bene altrimenti che non ha fatto quel tuo Re, di chi per tua buona natura tanto ti lodi -. A queste parole io aggiunsi li grandi obrighi che io avevo con Sua Maestà, avendomi tratto d'un cosí ingiusto carcere, di poi datomi l'occasione di fare le piú mirabile opere che ad altro artefice mio pari che nascessi mai. In mentre che io dicevo cosí il mio Duca si scontorceva e pareva che non mi potessi stare a udire. Da poi finito che io ebbi, mi disse: - Se tu vuoi far qualcosa per me, io ti farò carezze tali, che forse tu resterai maravigliato, purché l'opere tue mi piacciano; della qual cosa io punto non dubito -. Io poverello isventurato, desideroso di mostrare in questa mirabile Iscuola, che di poi che io ero fuor d'essa, m'ero affaticato in altra professione di quello che la ditta iscuola non istimava, risposi al mio Duca che volentieri, o di marmo o di bronzo, io gli farei una statua grande in su quella sua bella piazza. A questo mi rispose, che arebbe voluto da me, per una prima opera, solo un Perseo.

Seguono continue richieste di denari e materiali e scaramucce più o meno gravi con il beniamino dei Duchi, lo scultore Bandinelli.
Al culmine dell'ennesima lite, quest'ultimo si abbassa a una tremenda accusa:
Or, veduto quei visi ducali e gli altri, che con gli sguardi e con gli atti lo laceravano, egli si lasciò vincere troppo dalla sua insolenzia, e voltomisi con quel suo bruttissimo visaccio, a un tratto mi disse: - Oh sta' cheto, soddomitaccio -. Il Duca a quella parola serrò le ciglia malamente inverso di lui, e gli altri serrato le bocche e aggrottato gli occhi inverso di lui.

Insomma, un po' il sospetto ce l'avevamo anche noi... già ai tempi di Roma, diceva di un suo discepolo:
Questo fanciullo era di età di quattordici anni incirca; aveva nome Paulino ed era figliuolo di un cittadino romano, il quale viveva delle sue entrate. Era questo Paulino il meglio creato, il piú onesto e il piú bello figliuolo, che mai io vedessi alla vita mia; e per i sua onesti atti e costumi, e per la sua infinita bellezza, e per el grande amore che lui portava a me, avenne che per queste cause io gli posi tanto amore, quanto in un petto di uno uomo rinchiuder si possa. Questo sviscerato amore fu causa, che per vedere io piú sovente rasserenare quel maraviglioso viso, che per natura sua onesto e maninconico si dimostrava; pure, quando io pigliavo il mio cornetto, subito moveva un riso tanto onesto e tanto bello, che io non mi maraviglio punto di quelle pappolate che scrivono e' Greci degli dèi del cielo.
Ma Benvenuto non è tipo da scomporsi, e pronto ribatte: 
Io, che mi senti' cosí scelleratamente offendere, sforzato dal furore, e a un tratto, corsi al rimedio e dissi: - O pazzo, tu esci dei termini: ma Iddio 'l volessi che io sapessi fare una cosí nobile arte, perché e' si legge ch'e' l'usò Giove con Ganimede in paradiso, e qui in terra e' la usano i maggiori imperatori e i piú gran re del mondo. Io sono un basso e umile omicciattolo, il quale né potrei né saprei impacciarmi d'una cosí mirabil cosa -. A questo nessuno non potette esser tanto continente che 'l Duca e gli altri levorno un rumore delle maggior risa che immaginar si possa al mondo. E con tutto che io mi dimostrassi tanto piacevole, sappiate, benigni lettori, che dentro mi scoppiava 'l cuore, considerato che uno, 'l piú sporco scellerato che mai nascessi al mondo, fussi tanto ardito, in presenza di un cosí gran principe, a dirmi una tanta e tale ingiuria; ma sappiate che egli ingiuriò 'l Duca e non me; perché, se io fussi stato fuor di cosí gran presenza, io l'arei fatto cader morto.


Ne uccide più la lingua che la spada, ora che si avvia ai cinquant'anni... ma è sempre meglio guardarsi anche dalla seconda.

Comunque sia, non c'è tempo per simili battibecchi, perché sta per cominciare la sua più alta impresa, quella che, al confronto, la battaglia del monte Hakurei è semplice e veloce: la fusione del Perseo.
E cosí ripreso 'l vigore, con tutte le mie forze, e del corpo e della borsa, con tutto che pochi dinari e' mi fussi restati, cominciai a procacciarmi di parecchi cataste di legni di pino, le quali ebbi dalla pineta de' Seristori, vicino a Monte Lupo; e in mentre che io l'aspettavo, io vestivo il mio Perseo di quelle terre che io avevo acconce parecchi mesi in prima, acciò che l'avessino la loro stagione. E fatto che io ebbi la sua tonaca di terra, che tonaca si dimanda innell'arte, e benissimo armatola e ricinta con gran diligenzia di ferramenti, cominciai con lente fuoco a trarne la cera, la quali usciva per molti sfiatatoi che io avevo fatti, che quanti piú se ne fa, tanto meglio si empie le forme. E finito che io ebbi di cavar la cera, io feci una manica intorno al mio Perseo, cioè alla detta forma, di mattoni, tessendo l'uno sopra l'altro, e lasciavo di molti spazi, dove 'l fuoco potessi meglio esalare: dipoi vi cominciai a mettere delle legne cosí pianamente, e gli feci fuoco dua giorni e dua notte continuamente; tanto che, cavatone tutta la cera, e dappoi s'era benissimo cotta la detta forma, subito cominciai a votar la fossa per sotterrarvi la mia forma, con tutti quei bei modi che la bella arte ci comanda. Quand'io ebbi finito di votar la detta fossa, allora io presi la mia forma, e con virtú d'argani e di buoni canapi diligentemente la dirizzai; e sospesala un braccio sopra 'l piano della mia fornace, avendola benissimo dirizzata di sorte che la si spenzolava appunto nel mezzo della sua fossa, pian piano la feci discendere in sino nel fondo della fornace, e si posò con tutte quelle diligenzie che immaginar si possano al mondo. E fatto che io ebbi questa bella fatica, cominciai a incalzarla con la medesima terra che io ne avevo cavata; e di mano in mano che io vi alzavo la terra, vi mettevo i sua sfiatatoi, i quali erano cannoncini di terra cotta che si adoperano per gli acquai e altre simil cose. Come che io vidi d'averla benissimo ferma e che quel modo di incalzarla con el metter quei doccioni bene ai sua luoghi, e che quei mia lavoranti avevano bene inteso il modo mio, il quale si era molto diverso da tutti gli altri maestri di tal professione; assicuratomi che io mi potevo fidare di loro, io mi volsi alla mia fornace, la quale avevo fatta empiere di molti masselli di rame e altri pezzi di bronzi; e accomodatigli l'uno sopra l'altro in quel modo che l'arte ci mostra, cioè sollevati, faccendo la via alle fiamme del fuoco, perché piú presto il detto metallo piglia il suo calore e con quello si fonde e riducesi in bagno, cosí animosamente dissi che dessino fuoco alla detta fornace. E mettendo di quelle legne di pino, le quali per quella untuosità della ragia che fa 'l pino, e per essere tanto ben fatta la mia fornacetta, ella lavorava tanto bene, che io fui necessitato assoccorrere ora da una parte e ora da un'altra con tanta fatica, che la m'era insopportabile; e pure io mi sforzavo. E di piú mi sopragiunse ch' e' s'appiccò fuoco nella bottega, e avevamo paura che 'l tetto non ci cadessi addosso; dall'altra parte di verso l'orto il cielo mi spigneva tant'acqua e vento, che e' mi freddava la fornace. Cosí combattendo con questi perversi accidenti parecchi ore, sforzandomi la fatica tanto di piú che la mia forte valitudine di complessione non potette resistere, di sorte che e' mi saltò una febbre efimera addosso, la maggiore che immaginar si possa al mondo, per la qual cosa io fui sforzato andarmi a gittare nel letto. E cosí molto mal contento, bisognandomi per forza andare, mi volsi a tutti quegli che mi aiutavano, i quali erano in circa a dieci o piú, infra maestri di fonder bronzo e manovali e contadini e mia lavoranti particulari di bottega; infra e' quali si era un Bernardino Mannellini di Mugello, che io m'avevo allevato parecchi anni; e al detto dissi, dappoi che mi ero raccomandato a tutti: - Vedi, Bernardino mio caro, osserva l'ordine che io ti ho mostro, e fa presto quanto tu puoi, perché il metallo sarà presto in ordino: tu non puoi errare, e questi altri uomini dabbene faranno presto i canali, e sicuramente potrete con questi dua mandriani dare nelle due spine, e io son certo che la mia forma si empierà benissimo. Io mi sento 'l maggior male che io mi sentissi mai da poi che io venni al mondo, e credo certo che in poche ore questo gran male m'arà morto -. Cosí molto mal contento mi parti' da loro, e me n'andai alletto.

La furia degli elementi e la debolezza del corpo sono un serio ostacolo... ma volete mica che Benvenuto non debba essere, come sempre, l'unico e vero eroe?
Sorgono problemi con la fusione, perciò
Subito che io senti' le parole di quello sciagurato, messi un grido tanto smisurato, che si sarebbe sentito dal cielo del fuoco; e sollevatomi del letto presi li mia panni e mi cominciai a vestire; e le serve e 'l mio ragazzo e ognuno che mi si accostava per aiutarmi, attutti io davo o calci o pugna, e mi lamentavo dicendo: - Ahi traditori, invidiosi! Questo si è un tradimento fatto a arte; ma io giuro per Dio che benissimo i' lo conoscerò e innanzi che io muoia lascerò di me un tal saggio al mondo, che piú d'uno ne resterà maravigliato -. Essendomi finito di vestire, mi avviai con cattivo animo inverso bottega, dove io viddi tutte quelle gente, che con tanta baldanza avevo lasciate, tutti stavano attoniti e sbigottiti. Cominciai, e dissi: - Orsú intendetemi, e dappoi che voi non avete o saputo o voluto ubbidire al modo che io v'insegnai, ubbiditemi ora che io sono con voi alla presenza dell'opera mia; e non sia nessuno che mi si contraponga, perché questi cotai casi hanno bisogno di aiuto e non consiglio -. A queste mie parole e' mi rispose un certo maestro Alessandro Lastricati e disse: - Vedete, Benvenuto, voi vi volete mettere a fare una impresa, la quale mai nollo promette l'arte, né si può fare in modo nissuno -. A queste parole io mi volsi con tanto furore e resoluto al male, che ei e tutti gli altri, tutti a una voce dissono: - Sú, comandate, che tutti vi aiuteremo tanto quanto voi ci potrete comandare, in quanto si potrà resistere con la vita -. E queste amorevol parole io mi penso che ei le dicessino pensando che io dovessi poco soprastare a cascar morto. Subito andai a vedere la fornace, e viddi tutto rappreso il metallo, la qual cosa si domanda l'essersi fatto un migliaccio. Io dissi a dua manovali, che andassino al dirimpetto, in casa 'l Capretta beccaio, per una catasta di legne di quercioli giovani, che erano secchi di piú di uno anno, le quali legne madonna Ginevra, moglie del detto Capretta, me l'aveva offerte; e venute che furno le prime bracciate, cominciai a impiere la braciaiuola. E perché la quercia di quella sorte fa 'l piú vigoroso fuoco che tutte l'altre sorte di legne, avvenga che e' si adopera legne di ontano o di pino per fondere per l'artiglierie, perché è fuoco dolce; oh quando quel migliaccio cominciò a sentire quel terribil fuoco, ei si cominciò a schiarire, e lampeggiava. Dall'altra banda sollecitavo i canali, e altri avevo mandato sul tetto arriparare al fuoco, il quale per la maggior forza di quel fuoco si era maggiormente appiccato; e di verso l'orto avevo fatto rizzare certe tavole e altri tappeti e pannacci, che mi riparavano all'acqua. Di poi che io ebbi dato il rimedio attutti questi gran furori, con voce grandissima dicevo ora a questo e ora a quello: - Porta qua, leva là - di modo che, veduto che 'l detto migliaccio si cominciava a liquefare, tutta quella brigata con tanta voglia mi ubbidiva che ogniuno faceva per tre. Allora io feci pigliare un mezzo pane di stagno, il quale pesava in circa a 6o libbre, e lo gittai in sul migliaccio dentro alla fornace, il quale, cone gli altri aiuti e di legne e di stuzzicare or co' ferri e or cone stanghe, in poco spazio di tempo e' divenne liquido. Or veduto di avere risuscitato un morto, contro al credere di tutti quegli ignoranti, e' mi tornò tanto vigore che io non mi avvedevo se io avevo piú febbre o piú paura di morte. Innun tratto ei si sente un romore con un lampo di fuoco grandissimo, che parve propio che una saetta si fussi creata quivi alla presenza nostra; per la quale insolita spaventosa paura ogniuno s'era sbigottito, e io piú degli altri. Passato che fu quel grande romore e splendore, noi ci cominciammo a rivedere in viso l'un l'altro; e veduto che 'l coperchio della fornace si era scoppiato e si era sollevato di modo che 'l bronzo si versava, subito feci aprire le bocche della mia forma e nel medesimo tempo feci dare alle due spine. E veduto che 'l metallo non correva con quella prestezza ch'ei soleva fare, conosciuto che la causa forse era per essersi consumata la lega per virtú di quel terribil fuoco, io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in circa a dugento, e a uno a uno io gli mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare drento nella fornace; di modo che, veduto ogniuno che 'l mio bronzo s'era benissimo fatto liquido, e che la mia forma si empieva, tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or là comandavo, aiutavo e dicevo: - O Dio, che con le tue immense virtú risuscitasti da e' morti, e glorioso te ne salisti al cielo! - di modo che innun tratto e' s'empié la mia forma; per la qual cosa io m'inginochiai e con tutto 'l cuore ne ringraziai Iddio; dipoi mi volsi a un piatto d'insalata che era quivi in sur un banchettaccio, e con grande appetito mangiai e bevvi insieme con tutta quella brigata; dipoi me n'andai nel letto sano ellieto, perché gli era due ore innanzi il giorno; e come se mai io non avessi aùto un male al mondo, cosí dolcemente mi riposavo. Quella mia buona serva, senza che io le dicessi nulla, mi aveva provvisto d'un grasso capponcello; di modo che, quando io mi levai del letto, che era vicino all'ora del desinare, la mi si fece incontro lietamente, dicendo: - Oh, è questo uomo quello che si sentiva morire? Io credo che quelle pugna e calci che voi davi annoi stanotte passata, quando voi eri cosí infuriato, che con quel diabolico furore che voi mostravi d'avere, quella vostra tanto smisurata febbre, forse spaventata che voi non dessi ancora allei, si cacciò a fuggire -. E cosí tutta la mia povera famigliuola, rimossa da tanto spavento e da tante smisurate fatiche, innun tratto si mandò a ricomperare, in cambio di quei piatti e scodelle di stagno, tante stoviglie di terra, e tutti lietamente desinammo, che mai non mi ricordo in tempo di mia vita né desinare con maggior letizia né con migliore appetito.

Atmosfere da Pequod, da Torneo Tremaghi, da campo di battaglia. Tutto si conclude per il meglio solo grazie a Benvenuto... e all'immancabile aiuto divino:
E fu cosa maravigliosa, che e' non avanzò punto di bocca di getto, né manco non mancò nulla; che questo mi dette tanta maraviglia, che e' parve propio che la fussi cosa miracolosa, veramente guidata e maneggiata da Iddio.

Mentre si riposa da tanta impresa, gli giunge un tributo inaspettato: una lettera di lode da parte di Michelangelo, l'idolo di sempre,
la quale diceva cosí:“Benvenuto mio, io v'ho conosciuto tanti anni per il maggiore orefice che mai ci sia stato notizia; e ora vi conoscerò per scultore simile. Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo ritratto, di bronzo, e mi disse che l'era di vostra mano; io n'ebbi molto piacere; ma e' mi seppe molto male che l'era messa a cattivo lume, che se l'avessi il suo ragionevol lume, la si mostrerrebbe quella bella opera che l'è”. Questa lettera si era piena delle piú amorevol parole e delle piú favorevole inverso di me.

E di trionfo in trionfo, arriva il giorno della pubblica esposizione del Perseo:
Or come piacque al mio glorioso Signore e immortale Iddio, io la fini' del tutto, e ungiovedí mattina io la scopersi tutta. Subito, che e' nonnera ancora chiaro il giorno, vi si ragunò tanta infinita quantità di popoli, che e' saria impossibile il dirlo, ettutti a una voce facevano a gara a chi meglio ne diceva. Il Duca stava a una finestra bassa del Palazzo, la quale si è sopra la porta, e cosí, dentro alla finestra mezzo ascoso, sentiva tutto quello che di detta opera si diceva: e dappoi che gli ebbe sentito parecchi ore, ei si levò con tanta baldanza e tanto contento che voltosi al suo messer Sforza gli disse cosí: - Sforza, va, e truova Benvenuto e digli da mia parte che e' m'ha contento molto piú di quello che io mi aspettavo, e digli che io contenterò lui di modo, che io lo farò maravigliare; sí che digli che stia di buona voglia -. Cosí il detto messer Sforza mi fece la gloriosa imbasciata, la quale mi confortò, e quel giorno per questa buona nuova, e perché i popoli mi mostravano con il dito a questo e a quello, come cosa maravigliosa e nuova. Infra gli altri e' furno dua gentili uomini, i quali erano mandati dal Vecierè di Sicilia al nostro Duca per lor faccende. Ora questi dua piacevoli uomini mi affrontorno in piazza, ché io fui mostro loro cosí passando; di modo che con furia e' mi raggiunsono, e subito, colle lor berrette in mano, e' mi feciono una la piú cirimoniosa orazione, la quale saria stata troppa a un papa: io pure, quanto potevo, mi umiliavo; ma e' mi soprafacevano tanto, che io mi cominciai arraccomandare loro, che di grazia d'accordo ei s'uscissi di piazza, perché i popoli si fermavano a guardar me piú fiso, che e' non facevano al mio Perseo. E infra queste cirimonie eglino furno tanto arditi, che e' mi richiesono all'andare in Sicilia, e che mi farebbono un tal patto, che io mi contenterei; e mi dissono come frate Giovanagnolo de' Servi aveva fatto loro una fontana piena e addorna di molte figure, ma che le non erano di quella eccellenzia ch'ei vedevano in Perseo, e che e' l'avevano fatto ricco. Io non gli lasciai finir dire tutto quel che eglino arebbono voluto dite, che io dissi loro:- Molto mi maraviglio di voi, che voi mi ricerchiate che io lasci un tanto Signore, amatore delle virtute piú che altro principe che mai nascessi, e di piú trovandomi nella patria mia, scuola di tutte le maggior virtute. Oh! se io avessi appetito al gran guadagno, io mi potevo restare in Francia al servizio di quel gran re Francesco, il quale mi dava mille scudi d'oro per il mio piatto, e di piú mi pagava le fatture di tutte le mie opere, di sorte che ogni anno io mi avevo avanzato piú di quattro mila scudi d'oro l'anno; e avevo lasciato in Parigi le mie fatiche di quattro anni passati -. Con queste e altre parole io tagliai le cerimonie, e gli ringraziai delle gran lode che eglino mi avevano date, le quale si erano i maggiori premii che si potessi dare a chi si affaticava virtuosamente; e che eglino m'avevano tanto fatto crescere la volontà del far bene, che io speravo in brevi anni avvenire di mostrare un'altra opera, la quale io speravo di piacere all'ammirabile Scuola fiorentina molto piú di quella. Li dua gentili uomini arebbono voluto rappiccare il filo alle cerimonie; dove io con una sberrettata con gran reverenza dissi loro addio. 
Da poi che io ebbi lasciato passare dua giorni, e veduto che le gran lodi andavanosempre crescendo, allora io mi disposi d'andare a mostrarmi al mio signor Duca; il quale con gran piacevolezza mi disse: - Benvenuto mio, tu m'hai sattisfatto e contento; ma io ti prometto che io contenterò te di sorte che io ti farò maravigliare: e piú ti dico, che io non voglio che e' passi il giorno di domane -. A queste mirabil promesse, subito voltai tutte le mie maggior virtú e dell'anima e del corpo innun momento a Dio, ringraziandolo in verità: e nel medesimo stante m'accostai al mio Duca, e, cosí mezzo lacrimando d'allegrezza, gli baciai la vesta.

Il Perseo, in Piazza della Signoria a Firenze (1554)

Tutti lo chiedono, tutti lo vogliono, roba che neanche Figaro.
Ma per Benvenuto, ormai maturo, la soddisfazione di aver illustrato la patria sua supera qualsiasi altra cosa... se poi c'è modo di far rilevare i grandi favori e denari a cui rinuncia per tanta fedeltà, beh, tanto meglio.

Tenersi vicino un bad boy costa; ed è costato anche a me leggere pagine su pagine di minuziosi dettagli scritte in Fiorentino del Cinquecento... eppure sento che ne è valsa la pena, un po' come quei protagonisti dei romance che non si lasciano smontare da sbalzi d'umore, cinismi, freddezze e prepotenze da parte dell'amato bene.

E che nonostante le difficoltà, sanno che non sarebbe stato lo stesso senza quell'incontro.
                                                              

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