Mondi (Im)Possibili


Titolo
Mondi (Im)Possibili

Autore
Andrea Torti

Pagine
100

Data di pubblicazione
06/12/2017

formato Kindle € 2,99

Trama
Sei racconti, a prima vista slegati fra loro, ma che ben presto si rivelano come tessere di un unico mosaico futuristico e inquietante: dalle reazioni delle varie società all'avvento di tecnologie sempre più sofisticate, nascono nuovi totalitarismi, terrorismi, oppure utopiche fughe dalla realtà - tutte scelte destinate a scontrarsi con un epilogo inarrestabile e terrificante. 

Indice

Newford
I Separati
Le dodici tribù
Una giornata perfetta
Galileo
La Donna dell'Isola

Recensione
La sfida principale che, secondo me, l'autore di una raccolta deve affrontare è la ricerca di una cornice, di un filo conduttore che dia senso a tutti e ciascun racconto.
M'infastidisce la giustapposizione casuale degli scritti, alcuni dei quali magari composta di fretta, per far numero... e questo è il principale motivo che mi porta a preferire i romanzi.
Devo ammettere che Andrea è riuscito, in sei racconti e appena cento pagine, a immaginare e raccontarci un mondo futuro completo e articolato, fin troppo possibile da prevedere e impossibile da sopportare, strozzato fra arrogante progressismo, feroce radicalismo e disimpegno rivoluzionario, tremendamente plausibile nonostante o forse grazie al ricorso a situazioni estreme e personaggi fuori dal comune, agghiaccianti nella loro coerenza e determinazione a dare un senso alla realtà che li circonda, alla propria vita - e, talvolta, a imporlo al resto del mondo. 
Vite che l'autore ritrae con immediatezza, ricorrendo spesso alla narrazione in prima persona che gli è più congeniale - ad esempio nel primo e nell'ultimo racconto, non a caso, secondo me, i migliori. 
Un'assenza di filtri che gli permette, in incisi fulminanti che bucano una prosa piana, a volte quasi cronachistica, di divertirsi e divertirci smascherando e manipolando stereotipi razziali, politici o di genere, senza ripensamenti o pegni da pagare al politicamente corretto.

È donna, millennial e asiatica Maria Chen, la dittatrice di Newford che impone ai sudditi ridicoli flash mob mattutini, in bilico fra i sabati fascisti e le prodezze ginniche imposte dalla Megaditta fantozziana, prima di avviarli al duro lavoro in nome di un'utopia ambientalista e tecnocratica, con la sola ricompensa di pillole proteiche e teen drama didattici:

In perfetto silenzio, prendiamo posto secondo lo schema prestabilito, e restiamo lì, dritti come fusi, ciascuno al proprio posto.
Ottomila piccoli pedoni, disposti su una scacchiera immensa.
A est, sulla pedana riservata alle autorità, LEI è già pronta all'azione.
Non guarda nessuno, ma tutti le puntiamo gli occhi addosso – è la regola. 
Per un attimo, restiamo immersi nel silenzio, come insetti nell'ambra.
All'improvviso, lo strillo di un fischietto squarcia l'illusione di eternità, seguito dal grido che ormai conosciamo:

FLAAAAAASH MOB!

Scattiamo sull'attenti, e subito la coreografia prende forma, sotto le SUE parole:

Se il Progresso 
vuoi agevolare,
Il tuo contributo
devi sempre dare!

(Ci muoviamo rigidi, come macachi addormentati.)
YEAH!
“Yeah, yeah”, LE fanno eco tutti.
“...Yeah”, dico anch'io, quasi in un sussurro.
Maria Chen, Coordinatore Plenario incaricato dall'Amministrazione, ci osserva soddisfatta.
Probabilmente è contenta che anche oggi il flash mob si sia svolto come di prammatica, “in perfetto equilibrio fra passione e organizzazione”, come ama ripetere.

Ogni istinto è soffocato e piegato in nome del tessuto sociale e della sua preservazione; al concetto di benessere psicofisico della persona si sostituisce quello di riprogrammazione della stessa in termini di produttività e consumi sostenibili per il sistema:

Sto per aprire un nuovo sacco da riempire quando, alla mia sinistra, più distanti, noto altre tre persone intente al proprio lavoro – ma soltanto una (un mio vicino di unità abitativa, fra l'altro) sta raccogliendo le foglie.
I due piantati ai suoi fianchi non fanno parte del nostro gruppo, e non sono lì per queste incombenze da poco.
Quei due sono della Squadra per la Prevenzione delle Condotte Anticonservative.
Due settimane fa, infatti, quel poveretto è arrivato al limite della sopportazione – e ha fatto quello che non pochi hanno già tentato di fare.
Lamette, acqua calda – insomma, era chiaro.
Per sua fortuna (ma è stata davvero fortuna?), l'anomalo uso di risorse idriche è stato subito rilevato dai sensori installati nel suo cubicolo, e nel giro di cinque minuti dieci membri delle Squadre di Sicurezza l'hanno riacciuffato per i capelli, portandolo dritto all'Unità di Salute Pubblica più vicina.
Le ferite si sono rimarginate in fretta, ma ora il ragazzo è un “soggetto sotto sorveglianza sanitaria speciale” - in pratica, ovunque vada, dev'essere accompagnato dai suoi nuovi angeli custodi, il cui compito è quello di vigilare su di lui e di aiutarlo a ritrovare la retta via.
Un filo di vento porta fino a me le loro parole:
“Perché non rinuncio alla vita?”, chiede il primo, in tono didattico.
“Non rinuncio alla vita perché l'esistenza è meravigliosa”, ripete il secondo, altrettanto compìto.
“E perché l'esistenza è meravigliosa?”, riattacca l'altro.
“L'esistenza è meravigliosa perché organizzata razionalmente e ricca di occasioni per vivere in armonia con la Natura...”, ribatte il collega.
Il botta e risposta continua monotono, diffondendosi come spruzzi di gas velenoso nella calda luce del pomeriggio.
Nel mezzo, il mio sventurato vicino non sembra affatto persuaso del valore della vita – o almeno di una vita come la sua.
Come dargli torto.
Il suo volto, ancora fresco pochi mesi fa, è già solcato da rughe profonde; e ormai non è il solo ad avere quell'espressione sempre vacua, ovunque vada, qualunque cosa faccia.
Se davvero esiste un interruttore in grado di spegnere un essere umano, quelli della Giunta sembrano diventati bravissimi nel premerlo.
Con un sospiro, mi rimetto al lavoro.

Una società, quella di Newford, che annienta l'uomo per farne una macchina priva di entusiasmo e di voglie: roba pericolosissima, che ha trovato ultimo albergo fra pochi ribelli, arroccati su un'isola e capeggiati da un'energica matriarca, la Donna dell'Isola.
Ed è proprio l'ultima Donna dell'Isola, Magistra, la protagonista del racconto conclusivo. Un monologo crudo nei temi, a dispetto o forse proprio a causa della compostezza con cui è rievocata la fine dell'ultimo, disperato tentativo di costruire una comunità di hippies, egoisticamente distanti dal mondo in guerra e infine intossicati e corrosi da esso, mentre le bombe sganciate per ordine di Maria Chen IV di Newford solcano il cielo incandescente che piange lacrime di stronzio:

Presto, però, ci siamo resi conti di tanti strani, sinistri cambiamenti: le piogge sempre più irregolari e dal colore insolito (una volta, cinque anni fa, viola; oppure, un paio di volte, giallo acido), l'orto sempre più sterile.
E poi, i nostri animali!
Rabbrividisco ancora adesso nel ricordare ciò che ho visto, le stesse madri fuggire inorridite davanti ai mostri che avevano partorito.
Il più delle volte, per fortuna, quei piccoli aborti venivano al mondo già morti, oppure smettevano di respirare; ma tante altre (troppe, secondo me), siamo stati costretti a dare una mano alla natura – per il loro bene, ci siamo sempre detti...
...ma anche per quello dei nostri nervi.

Per farla breve, il clima diventava sempre più instabile, il cibo iniziava a scarseggiare, e molti di noi (eravamo circa cinquecento) presero a star male: vomito, diarrea, strane piaghe... tutti sintomi che avremmo presto imparato a riconoscere.

L'epidemia si diffonde e colpisce anche il giovane Jeff, amante di Magistra. L'atmosfera è degna del racconto di Stephen King Risacca notturna:

Per un po', ammetto di aver pensato che le cose potessero continuare così, lui, io e questo posto non ancora del tutto inospitale.
Sei settimane fa, però, appena svegli, Jeff mi ha mostrato la prima ferita, sul fianco destro.
“Fa male”, ha mormorato.
Ci siamo guardati a lungo negli occhi.
Non c'era speranza, questo è stato subito chiaro a entrambi.
Tuttavia, sperando almeno di aiutarlo a combattere il più a lungo possibile, ho fatto tutto ciò che ho potuto: acqua filtrata e rifiltrata, decine di barattoli di brodo in polvere a lunga conservazione aperti e scaldati soltanto per vederglieli rigettare nel giro di un minuto, unguenti di fortuna ricavati da vecchie pomate trovate in un armadio...
Tutto inutile, ovviamente.
Non solo le mie cure non hanno rallentato di un giorno l'esito del male, ma a ripensarci temo perfino di avergli inflitto ulteriore sofferenza, con le mie medicazioni di fortuna; una volta, verso la fine, lo stesso Jeff mi ha urlato contro qualcosa del genere...
“Smettila di torturarmi!”, strillava. “Se proprio vuoi aiutarmi, mettimi un cuscino sulla faccia e sieditici sopra!”
Io non ho fatto altro che osservarlo, sconvolta – pur essendo d'accordo con lui, pur sapendo che avrei pensato la stessa identica cosa, al suo posto, sono stata troppo vile per dargli ciò di cui aveva bisogno, per rendergli subito la libertà.
Sono rimasta lì impalata, come una cretina, mentre lui si contorceva.
Quel giorno, il termometro sulla porta di casa ha segnato per la prima volta cinquantadue gradi.
Finalmente, dopo qualche giorno di agonia, è arrivato il coma – da cui Jeff si è svegliato soltanto per quell'ultimo urlo disumano, prima di dissolversi.
Sono rimasta a vegliarlo per due notti, dopo la sua morte.
Poi, volente o nolente – e con cinquanta gradi all'ombra, non è che avessi molta scelta, mi sono dovuta arrangiare per dargli una degna sepoltura.
Scavando pian piano, fermandomi spesso a riposare all'ombra della soglia di casa, sono riuscita ad ingrandire la piccola fossa in cui avevo pensato di provare a piantare i pochi tuberi sani che ci erano rimasti.
Poi, con prudenza, ho avvolto il corpo di Jeff in un lenzuolo, e l'ho trascinato fin lì.
Mi è servita un'altra oretta per coprirlo con abbastanza terra e sabbia, e per trovare un paio di pietre con cui segnalare la sua presenza – in fin dei conti, gli altri le avevano, quindi perché non lui?
Alla fine, sono stata abbastanza soddisfatta del risultato, sempre che ci possa sentire così per qualcosa del genere.

Ma questa precaria anestesia dell'animo verrà messa in discussione dal colpo di coda di una Natura infetta, che pur in via di decomposizione non rinuncia a conservarsi.
Un orrendo, tenace imprevisto che ci fa concludere, insieme a Magistra, che 

se esiste un Dio, deve davvero possedere un gran senso dell'umorismo (oltre che un infinito pozzo di cattiveria).

Il primo e l'ultimo racconto raccolti in Mondi (Im)Possibili sono, secondo me, i pilastri su cui poggia l'intera opera; le antitesi (i "giusti" contro i "liberi") il cui rapporto descrive l'arco discendente di un mondo che si affaccia sull'ennesima chimera massificatrice per affogare nel caos in mille atomi impazziti, in lotta con gli altri per non affrontare il proprio vuoto individuale.
Una discesa agli inferi che si riflette sullo stile dell'autore, che da satirico e teso all'assurdo si fa via via più meditativo e malinconico, fino alla tragica ironia che chiude la raccolta.

Chiave di volta di questo passaggio è il quarto dei sei racconti, Una giornata perfetta, in cui la routine di una liceale del 2020, Cecy, viene sviscerata con sguardo sornione, parafrasando i più frusti clichés del genere Young adult, dalle disavventure scolastiche, alle ansie per il proprio aspetto, agli amori fra studentesse e professori:

Ora, a Cecy Storia non è mai piaciuta, con tutte quelle date e quelle persone dai nomi assurdi morte secoli fa.
Però, i primi due anni, con quella santa donna della Paciaroni, le cose sono filate abbastanza tranquille: lei ha sempre fatto mostra di metterci un po' d'impegno, e il suo sei, anche sette non le è mai stato fatto mancare.
Quest'altra, invece, è il Male.
Non solo pretende che gli allievi sappiano tutte le date citate sul libro, ma già che c'è è sempre pronta ad aggiungerne di sue, da annotare a margine dei vari paragrafi: trattati preliminari semi-sconosciuti, fidanzamenti dinastici, scaramucce di confine, e quant'altro.
Cecy ricorda ancora la scena da neuro che ha fatto la Innocenzi quando per due date dimenticate si è vista mettere soltanto nove sul libretto – le urla devono essere state captate persino da qualche Stazione orbitante.
Per non parlare del discorsetto che la Becchi, dopo aver mandato la secchiona “a ricomporsi”, ha pensato bene di intavolare con loro: tutta una storia fuori dal mondo su un ragazzo cinese che si è suicidato per aver preso mezzo punto in meno del compagno di banco.
“Questo è il tipo di impegno che voglio da tutti voi”, ha dichiarato, lo sguardo scintillante da psicopatica dietro quei due fondi di bottiglia che si tiene addosso.
Poi per un attimo ha guardato proprio verso di lei, forse sperando di averla spronata; o magari di indurla presto al suicidio, chissà.
Non che corra alcun pericolo, comunque.
Se Cecy in Storia è una capra, infatti, non è che Ile e Tati abbiano fatto faville, finora – be', in effetti Mel la settimana scorsa è riuscita a strappare un sei meno-meno, ma è stata un'impresa eroica, e per un fine superiore: per nulla al mondo avrebbe lasciato che un'insufficienza infrangesse il suo sogno di vedere dal vivo i Barking Boys... e senza un voto decente, col cavolo che i suoi le avrebbero dato i soldi per il treno, la notte in hotel e tutto quel che serve per arrivare all'altro capo del Paese.

Un gioco letterario abile, ma estraneo all'argomento distopico che ispira la raccolta... almeno finché sopraggiungono le prime inquietudini, disturbanti come mosche su una parete bianca:

Passi lenti e stanchi si dirigono verso la cucina – un suono quasi sinistro, come di cattivo auspicio; a Cecy non piace per niente.
Un lento fruscio di abiti, l'asettico accendersi delle luci, al piano di sotto.
Mentre nella sua stanza tutto si colora di viola e di buio, Cecy, la testa fra le mani, resta come in ascolto, anche se non saprebbe dire di che cosa.
Le auto iniziano a passare sempre più numerose per la strada, e, da qualche parte, l'ululato di un cane le giunge come un altro cattivo presagio. 

Senza sapere bene il perché, Cecy spegne il computer, va in bagno a prepararsi per la notte, e si mette a letto come se l'indomani l'aspettasse la condanna a morte.
Perché quest'ansia, questo presentimento di tragedia?
Non riesce a spiegarselo, eppure è sempre lì, non vuole saperne di andar via.
E dire che la giornata sembrava iniziata così bene...
Con un sospiro, Cecy spegne le luci.

Finché il loro ronzio non infrange il muro del rassicurante interno familiare, rivelandone la vera natura di ossessione da ricomporre, di feticcio a cui aggrapparsi con ogni risorsa della tecnologia e dell'animo, al di là dello spazio e del tempo sconvolto da un atto terroristico; e qui riecheggia un sentore di dolorosa separazione e struggimento non dissimili da quelli che troviamo ne Il Cardellino di Donna Tartt - autrice che Andrea, a quanto ci dicono, apprezza molto.

Ideologie totalitarie, terrorismo, guerre batteriologiche... sono le inquietudini di oggi che Andrea medita e rielabora nella sua produzione, affidandone un succinto ma convincente inquadramento storico nei tre racconti I Separati, Le dodici tribù e Galileo, che, se scontano il loro ruolo didascalico risultando, a mio avviso, i meno ficcanti della raccolta, nel loro complesso indicano le maggiori paure dell'autore per il futuro: l'isolamento, la separazione e i muri materiali e morali; la seduzione del pensiero binario e del clan chiuso e depersonalizzante; il Leviatano della tecnologia che a fronte di servizi e intrattenimento esige il prezzo più alto: la propria identità e la propria anima.
Angosce che, lungi dall'essere una sterile e polemica profezia, Andrea intravede già nel qui ed ora, e delle quali vuole che siamo consapevoli, affinché un'ombra di salutare dubbio increspi, anche solo per un attimo, il troppo pronto sorriso con cui accogliamo, come per riflesso condizionato, anche la più banale novità.

Se volete preoccuparvi per il futuro con (auto)ironia, questo è il libro per voi.

Commenti