Memoria e sortilegio

E adesso, dove mi porti? Forse, El Almendral non esiste. È uno dei raggiri che tu inventi per cacciarmi su piste false, dopo avermi già ingannato bambino, Ora ti sei dileguata come una ladra...
Dicono che capir tutto è perdonare tutto.

Ma è possibile capire sempre? E cosa, chi dovremmo perdonare?

Non lo sa Manuele, la voce narrante di Aracoeli (1982), ultimo romanzo di Elsa Morante.


Aracoeli, pubblicato da Einaudi.

Quarantenne sbandato, senza affetti né carriera, lapidario afferma che
nella direzione del mio futuro, io non vedo altro che un binario storto, lungo il quale il solito me stesso, sempre solo e sempre più vecchio, séguita a portarmi su e giù, come un pendolare ubriaco.  

Il tormentoso conforto della sua esistenza è il ricordo della madre, l'Aracoeli del titolo, piccola andalusa trapiantata a Roma per amore del marito, un giovane ufficiale della Regia Marina.
Una figura fiabesca, primitiva e ingenua: simile alla Sirenetta disneyana si pettina con una forchetta; diventa quindi un'affascinante esotica signora bene, che brillerà per una breve stagione prima che una catastrofe misteriosa porti l'intera famiglia alla rovina.

A distanza di oltre trent'anni, è ancora così forte il sortilegio che Aracoeli esercita sul figlio!
Manuele lo riconosce, fra strazio, filosofia e vittimismo, adulto e bambino:
E diamoci qua stasera, la malanotte. Malanotte a te Aracoeli, che hai ricevuto il seme di me come una grazia, e l'hai covato nel tuo calduccio ventre come un tesoro, e poi ti sei sgravata di me con gioia per consegnarmi, nudo, ai tuoi sicari. Dalla concezione al parto all'allattamento alla piccola scuola dei passi e dell'alfabeto, tu non facesti altro che tendere e incrociare su di me - tendere e incrociare - i fili della tua macchinazione criminosa. Era meglio se tu mi abortivi, o mi soffocavi con le tue mani alla nascita, piuttosto che nutrirmi e crescermi col tuo amore infido, come una bestiola allevata per il macello. In realtà, mentre mi sorridevi coi tuoi occhi innamorati, tu ammiccavi ai tuoi mandanti. E intanto il filtro stregato che tu impastavi giorno e notte nella mia carne, era proprio questo: il tuo falso eccessivo amore, a cui mi rendesti assuefatto, come a un vizio incurabile. 
Certo sei tu che, cresciuto, mi vietavi le ragazze, gelosa di loro perché fresche e belle, mentre tu eri ridotta a un livido spettro. E mi penetravi della tua invidia e lussuria, fino a fare di me il tuo guitto. Mi condannavi a mimare la tua parte di madre, gettandomi alla rincorsa dei narcisi imberbi, dietro al solito miraggio di quel tuo figlietto tradito, che ero stato io. Così, mi sorprendevo inebetito a bamboleggiare, a imitazione di te (non ero stato la tua bambola?) e , intossicato per sempre dal tuo latte, mi umiliavo in implorazioni maniache mi prostravo gemevo.  
Forse, mentre mi si pretendeva bandita, chi sa quante volte, invece, Aracoeli mi si è presentata in incognito, innominata o camuffata, sotto diversi titoli, sessi, età. Perfino i miei più effimeri incontri serali, di quando a Milano battevo a caccia le strade, potevano essere incarnazione di Aracoeli. Forse, anzi, mai nessun incontro, nella mia vita, è stato un caso. Tutti erano preordinati e recitati da una sola donna. Era sempre Aracoeli travestita, che li eseguiva. 
Io sono un pupazzo borghese disarmato e sfasciato, una sagoma da tiro a segno. Possiamo riderne insieme, Aracoeli!  
Ma tu, mamita, aiutami. Come fanno le gatte coi loro piccoli nati male, tu rimàngiami. Accogli la mia deformità nella tua voragine pietosa.
Soggiogato da Aracoeli - madre, sorella, madonna e demone - Manuele decide di visitare la terra natia della madre, il villaggio di El Almendral, nella pallida speranza di guarire da lei:
Come un'area fatata, difesa dai guardiani aerei contro il passaggio successivo dei casi e delle sorti, essa deve contenere ancora, per me, i passi e i respiri di un'Aracoeli bambina. Tutti i momenti di quell'infanzia, vivi e incolumi nella loro fioritura, ne fanno un giardino di là dai sensi esterni, non meno ricco e colorato degli orti di Shiraz e dell'Alhambra. Più piccola e meno piccola, qua traballante sulle gambe e là brava saltatrice della corda, dovunque vi si muove Aracoeli: subito riconoscibile dalle tante stelline che le spuntano dagli occhi [...] sarà pronta a riconoscermi all'arrivo. Il corpo di cui mi vergogno mi cascherà di dosso come un travestimento da commedia, e in me, ridendo, lei riconosce l'infante di Totetaco. Uguali lei e io, tornati coetanei. Bambino? bambina? Certi dati, là, non hanno corso. Maschio o femmina non significa niente. Là, non si cresce.
Ed è anche questa uscita dal magma del rapporto madre-figlio, imposta dalla crescita e dalle aspettative della famiglia paterna e della società, che in Manuele grida vendetta, trasformandosi in incubi, visioni e memorie altre: ora di sé bambino, ora di Aracoeli, ora di Manuel, lo zio materno anarchico caduto per mano dei franchisti
Pure nella lentezza deliberata delle sue mosse, in lui si riconosceva – fino dal primo istante dell'apparizione – uno di quegli esseri "portati dal vento" e incamminati sempre all'addio. E la futilità delle sue distrazioni altro non pareva che lo sfogo fanciullesco di una virilità severa e tragica: data istintivamente all'azione, e anche all'azione estrema.

Un percorso faticoso e confuso - anche da seguire nella lettura 
Allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono - si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Se stesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza.
che si riassume in una disperata preghiera:
Quest'ibrido è il mio stesso corpo, è il tuo: sei tu, sono io. E forse, il nostro corpo intero, straziato dalle nostre proprie forbici, all'ultimo ci si farà incontro dalla croce spaziale, carnivoro balzano e sconosciuto.

Aracoeli e Manuele, un non-finito.

Una giustificazione, una spiegazione al non-finito che è la sua esistenza.
E forse un paio di forbici: ecco cosa si aspetta Manuele in quel novembre del '75, nella Spagna che cauta attende l'ultimo rantolo del Generalissimo - spauracchio e nemico infantile, assassino dello zio-alter ego Manuel.

Ma si giunge infine al villaggio, dove nulla parla più di Aracoeli.
Mi vedo qui, a correre su una pista tracciata in un deserto, fra miraggi assurdi, segnali falsi e scenari vuoti; e ancora una volta mi ripeto che le chiamate di Aracoeli sono state, esse pure, un falso segnale: e il mio povero, ultimo romanzo andaluso una fabbrica d'ombre equivoche per trastullo dei miei giorni vani. Dal mondo, in cui pretendo d'incontrare Aracoeli, a me sale la consueta, unica risposta: 'Che cosa cerchi, e chi?! non c'è nessuno. E tanto vale che tu ti tolga gli occhiali. Da vedere non c'è niente.'

Non manca però un'allucinata e tristissima redenzione:
Troppi segni direbbero che lei pure mi va cercando, come io la cerco. «Aracoeli!» I nostri mezzi, certo, sono impari alla nostra distanza. Ma non importa. Se questa pietraia onirica è - come sembra - il luogo prescritto della cerimonia, io e lei, con le nostre volontà congiunte, possiamo agire sulla tensione fantastica delle coordinate. «Aracoeli!» E Aracoeli accorre a me dalle sue longitudini. Acquista la velocità della luce. Ha già sorpassato all'indietro il muro del suono. E non mi resta che inventare il nostro incontro. Essa ha preso forma. 
«Mama! mama!» 
«Sono io - mi vedi?» (In verità, scorgo - o pretendo scorgere - appena una sorta di minuscolo sacco d'ombra. La voce, strappata, mista di risa cortissime, somiglia a un rantolo futile di animale). 
«Sì. Mi hai sentito?» 
«Sì. Ma che fatica raggiungerti - raccattare quell'ultimo infimo residuo d'energia viva nella mia poca polvere - e produrla in questa forma senza forma - che poi dovrò pagarla - ogni forma è una merce che costa». 
«Pagherò io per te, mama». 
«Nada nada – e trasportarmi a questa distanza. Ma tu dove vai». 
«Manca molto, ancora, per El Almendral?» 
«Non capisco – però da questa parti devo esserci passata – in un'altra agonia». 
... 
«Volevo dirti che tutto mi fa paura». 
«E più di tutto, che?» 
«Aver peccato». 
«Tu! E dove hai peccato tu povero niño?!». 
«Dovunque, ho peccato. Nelle intenzioni e nei fini e negli atti ma peggio di tutto nell'intelligenza. 
L'intelligenza si dà per capire. E a me si è data, ma io non capisco niente. E non ho mai capito e non capirò mai niente». 
«Ma, niño mio chiquito, non c'è niente da capire». 
La sento che manda un riso, tenero. E questo è l'addio. Vedo il sacchetto d'ombra afflosciarsi e sciogliersi nel vuoto. Fino all'ultimo rimasuglio che sussisteva, di lei, si è consumato. Ormai non le serve più nido, né tana da ripararsi, a El Almendral.

Non è più il tempo delle illusioni.
E pur consapevole che l'intelligenza contamina i misteri: violentarli è un lavoro disgraziato, che si conclude nel guasto e nella degradazione, Manuele è pronto a far cadere l'ultima coltre di pietà e menzogna attorno ad Aracoeli e alla sua fine, un velo necessario a preservarne il ricordo:
A costo di calunniarti e maledirti e rinnegarti, io non ho MAI voluto riconoscere la denunciata impossibile miseria del tuo ultimo segreto.
È stata la tua misteriosa ambiguitàAracoeli, che ti ha resa immortale; e non per caso, forse, quel tetro agosto della mia «villeggiatura» – che preparava il mio passaggio all'età della ragione – è stato il punto scelto per la tua morte. La tua morte tempestiva, nell'amputarmi di te, ha sbarrato la mia crescita, affinché la mia-tua invenzione bambina si serbasse immune eternamente dalla ragione. Solo una morte prematura può escludere i corpi adorati dai sordidi sepolcreti della norma e salvare la verità dell'assurdo contro i falsi della logica. [...] E così ti ringrazio per il nostro intrigo puerile. La tua terribile ambiguità - la tua buiezza e imbroglio, tuo scandalo tuo splendore - mi accompagnerà, giocando, al traguardo del vuoto.

e capace, pur in mezzo a un'atroce banalità, di sospingerla, in eterno, in Paradiso, in
quella sostanza radiosa, incantata, che cresce col tempo intorno ai morti, lasciandoli per sempre incolumi e nutrendoli del suo splendore.

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