Il deserto degli àscari

Tornai verso la donna e trassi di tasca la rivoltella. La pallottola era già a posto e non avrei dovuto fare nessun rumore sospetto. Non pensavo a nulla, ma soltanto a mirare giusto. Mi impensieriva il rumore del colpo, che forse dal villaggio avrebbero sentito, allora raccattai la veste di lei e l'avvolsi attorno alla mano che teneva la rivoltella, sperando che il rumore ne uscisse soffocato. Strinsi forte la stoffa. In quel momento ebbi un dubbio, che la donna, attraverso il turbante, potesse vedere ciò che stavo facendo. Ma no, forse s'era assopita.
E quel lungo lamento che le stava sfuggendo era soltanto uno dei primi gemiti della troppo lunga agonia che cominciava. Quando vidi che volgeva la testa sotto il turbante, sparai.
Siamo nell'Abissinia di recente conquista.
A rendere questa essenziale confessione è un giovane ufficiale italiano, che per un fatale errore ha ferito a morte la giovane indigena con cui ha trascorso un'imprevista notte d'amore nella foresta in cui si è smarrito.

Una foresta che, in Tempo di uccidere, Ennio Flaiano dipinge come surreale, pregna delle suggestioni dell'uomo civilizzato, in cui gli alberi sono veri fondi di magazzino dell'Universo, e ai camaleonti si offrono sigarette.
Una foresta dove l'unica cosa che abbia senso è l'apparizione di lei, turbante bianco su pelle nera, che si lava in una pozza:
Per lavarsi la donna aveva raccolto i capelli in una specie di turbante bianco. Ora che ci penso: quel turbante bianco affermava l'esistenza di lei, che altrimenti avrei considerato un aspetto del paesaggio, da guardare prima che il treno imbocchi la galleria. Quel fazzoletto di cotone definiva ogni cosa, e io non sapevo allora che avrebbe definito tutto. Non potevo saperlo e ammiravo l'istintiva grazia di quella donna che riusciva con un solo fazzoletto a restare vestita e a offrire un rapporto a me che l'osservavo. 
Il caso fa incontrare i due, ed è l'incontro di due dimensioni così lontane, da trascendere l'ostilità portata dalla guerra:
Vestita ancora come le donne romane arrivate laggiù, o alle soglie del Sudan, al seguito dei cacciatori di leoni e dei proconsoli. “Peccato”, dissi, “vivere in epoche così diverse!” Lei forse conosceva tutti i segreti che io avevo rifiutato senza nemmeno approfondire, come una misera eredità, per accontentarmi di verità noiose e conclamate. Io cercavo la sapienza nei libri e lei la possedeva negli occhi, che mi guardavano da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega per essere da noi percepita.
Tempo di uccidere (1947), nella più recente edizione BUR.

La brutale banalità interrompe l'idillio, che l'ufficiale, dopo il debito patema d'animo, seppellisce insieme ai resti della donna, con queste parole:
"Addio, donna" pensai. "Mi hai insegnato il valore di molte cose, in così breve tempo. Non potrò dimenticarle. Ed è forse perciò che cammino serenamente e mi sento diverso, più grande, di un peso più vivo, poiché tutte le esperienze arricchiscono."
E davvero non potrà dimenticarla.

Giunto al villaggio più vicino, tenta di lasciarsi alle spalle l'accaduto:
Bisognava bere [...] Tutto era molto più elementare, io seguitavo a vivere ed era umano (anzi, giusto), che seguitassi a desiderare ciò che prima avevo desiderato [...] Bevvi di proposito, perché detesto ubriacarmi e non speravo da quell'alcool nessun sollievo. Non gli avrei certo chiesto un sollievo che soltanto io ormai potevo darmi, raggiungendo la ragazza nel suo letto e convincendomi che una vale l'altra.
Pure, si sente inesorabilmente attratto al luogo del misfatto, 
Forse i defunti si divertono a perseguitarci quando siamo lontani dai loro luoghi ed è perciò necessario tornarvi, passeggiare a fronte alta tra le piante della boscaglia, guardare lo scoiattolo, offrire sigarette al camaleonte.
e incalzato dalla presenza di un vecchio misterioso e inquieto:
Nessuno sembrava essersi accorto della sua presenza. Il vecchio restava fermo sulla soglia e il suo sguardo si soffermava su tutti, uno alla volta, come chi cerca qualcuno e vuole accertarsi bene prima di desistere. Il suo volto esprimeva già la certezza dell'insuccesso, pure gli occhi scrutavano, sostando...
La locandina del film omonimo (1989).

Rientrato al campo, apprende di una rivolta accesasi nel villaggio da cui la sua vittima proveniva, e della seguente rappresaglia da parte dei coloni.

Ecco un ottimo motivo per sgravarsi, almeno un po', di quel peso che non vuole scivolargli dalle spalle!
Bisognava tornarci. La cosa mi ripugnava profondamente, e non è dunque sempre vero che gli assassini sono attratti a tornare sul luogo del loro delitto. Forse questa mia ripugnanza voleva significare che era troppo parlare di delitto? Bene, ecco un lieve motivo di consolazione. Procedendo verso il fiume, mentre i soldati cantavano, sentii che ogni timore stava svanendo e che anzi vi si sostituiva una pacata curiosità, la curiosità che il lettore diligente pone nel visitare i luoghi descritti nel suo romanzo preferito.
La mia colpa era quasi svanita. L'avrebbero uccisa egualmente, pensavo. E uccisa come! Avevo preceduto di pochi giorni il suo feroce destino, evitandole una fine molto più dolorosa. [...] E giunsi persino a compiacermi di averla uccisa.
Al villaggio, i due superstiti, parenti della giovane Mariam - così si chiama l'assassinata - sono il vecchio misterioso, l'àscari Johannes, e il piccolo Elias, che subito si aggrega all'accampamento italiano come un piccolo genio maligno.
La presenza dei due comunica all'ufficiale la sensazione di un cupo disegno di vendetta, che presto si tinge di paranoia
Sentivo il suo respiro dolce attraverso la tela, e io non riuscivo a dormire. Pensavo che il giorno dopo l'avrei fatto cacciare dal campo e rinviato al villaggio, ma era possibile? Le cose non s'erano forse messe in modo ch'io non potevo più dirigerle e controllarle? Non era già un miracolo che il vecchio non venisse anche lui a dormire fuori delle tenda, e anche i due adolescenti con la corda al collo e addirittura tutto il villaggio? E anche Mariam, giacché ci siamo, perché no? Via, tutti qui intorno alla tenda!
Ecco, mi infastidiva il bimbo, e mi infastidiva Johannes, lo sentivo non ostile, ma irraggiungibile, deciso a vegliare i suoi morti, deciso a non perdonarmi; e c'era qualcosa che mi sfuggiva, qualche lampo dei suoi occhi opachi, ingialliti, che andavano oltre.
mentre la ragione non gli suggerisce che una debole discolpa:
Seppellito il cadavere, avevo fatto il mio dovere verso gli altri, e ora dovevo seguitare a farlo, tacendo. Non contava la donna, ma soltanto la mia colpa verso gli altri. Anch'essa era sfumata, dal momento che non la palesavo.
Potevo anche convincermi di non aver commesso nulla che esorbitasse dalle leggi di questa natura, forse col tempo riterrei persino di non averla uccisa e già mi riusciva difficile rammentare la scena, o la rivedevo come attraverso un racconto altrui.
Ai tormenti dell'animo si aggiungono quelli del corpo:
Ero poi angustiato dal mio malessere, che non accennava a scomparire. Anzi, negli ultimi giorni s'era aggravato. Ora, intorno al ventre e sulle braccia, erano comparse piccole macchie grigie e rosa e io le osservavo spesso, non decidendomi a consultare il medico per timore di una risposta che non volevo nemmeno immaginare.
Ed è qui che la temuta vendetta cala spietata.


Un paesaggio dell'Eritrea.

Una sera, con un commilitone, l'ufficiale s'incapriccia di due giovani locali; vorrebbe trascorrere con loro la notte. Avvicinandole, con orrore si accorge che le loro mani sono

divorate da piaghe orrende. Quelle le ragioni del loro rifiuto. [...] Il sottotenente guardò le mani, anch'io le guardavo, e mi si volse, con un sorriso che certo voleva mascherare il suo turbamento: "Lebbra" disse a bassa voce.
E, in un crescendo di orrore:
"Sono intoccabili. [...] Hanno un segno che tutti conoscono, e allora nessuno si avvicina troppo. Eccetto la speranza [...] È lo stesso segno dei preti, una specie di turbante bianco."
Il fatale turbante bianco che aveva attirato l'attenzione dell'ufficiale su Mariam! 
Cercavo di ricordare e sempre più lo sconforto mi assaliva. Ricordai la lotta sostenuta da Mariam, una lotta cortese alla quale lei stessa non aveva creduto, la sua subitanea rassegnazione, il furore del suo corpo che sapeva già di essere solo e mi aveva chiesto ciò che non avrebbe più avuto. Poi, quelle mani che stringevano e certo volevano dirmi l'orrore della sua solitudine, la tentazione di trascinarvi anche me. E poi, l'essersi rifiutata di accompagnarmi al ponte, l'aver voluto che dormissi nella boscaglia, lontano da chi avrebbe potuto avvisarmi. E infine, quel fazzoletto bianco. E io gliel'avevo acconciato sul volto perché non vedesse che volevo ucciderla. M'ero stretta la sua immonda veste attorno alla mano ferita, perché il colpo della rivoltella fosse attutito. Avevo avuto rimorsi. "Ah, Mariam, hai vinto tu," dicevo "io ti ho liberato di un peso e tu l'hai messo sulle mie spalle. è talmente uno scherzo riuscito che non vale arrabbiarsi. Accettiamolo sino in fondo."
Medita il suicidio, l'ufficiale; senonché
E allora, al limite della disperazione, venne ciò che temevo: la speranza. Giudicavo senza troppi elementi. La donna aveva, sì, il turbante, ma stava lavandosi, se l'era acconciato per non bagnarsi i capelli. Non le avevo visto piaghe sul corpo. La sua ambigua resistenza? Voleva essere vinta, ecco tutto, per sentirsi meno colpevole. Ricordavo il suo riso, quando la notte le aveva tolto ogni rimorso. Inoltre, dovevo prima consultare un medico, informarmi. [...] C'era anche la probabilità che non fosse niente di grave e dovevo pur considerarla, quell'unica, lontana, luminosa probabilità. Avevo appena finito questi ragionamenti che la disperazione mi ripigliava daccapo, e daccapo dovevo soffocare le urla nel cuscino.
Ma è un dono avvelenato, questa speranza: il motore coatto che spinge il nostro protagonista a scontrarsi sempre con gli stessi elementi presaghi, con gli stessi individui: il vecchio, il bambino, i commilitoni, sparsi come radi segnali in un vuoto immenso e senza tempo liquido come gli orologi di Dalí, fatto di specchi muti che riflettono l'angoscia e la colpa.

Come una mosca intrappolata fra due vetri roventi, l'ufficiale si dibatte fra rimorsi e giustificazioni, con la sua sola, animalesca paranoia come pungolo e bussola.  
Brama la patria lontana, una felice cura, e pur di raggiungerla tenta ancora di uccidere, in due occasioni distinte, con lucidità, perché
"Quando si comincia, si continua, e forse non si tratta di nuovi capitoli, ma di perfezionare il primo."
Tutto è ineluttabile e necessario, già scritto prima del contagio, prima dell'incontro con Mariam, prima della guerra.

Il bilancio delle colpe non ha più valore; la miglior vendetta è continuare a vivere:
Voglio cadere a pezzi, rispondevo, ma vivere sino all'ultimo momento. Non posso lasciare il cielo, anche se è un cielo di piombo come questo, non posso lasciare nulla, nemmeno questo cespuglio, nemmeno i giorni più mediocri e le notti più cupe, o le persone che odio: nulla. […] Allora ridiscesi verso la pianura, ed ero felice, perché avevo deciso di vivere.
Ma è altrettanto necessario che questa vita, apparentemente senza via d'uscita, cerchi giudizio al villaggio dove ancora vive l'àscari Johannes, implacabile e silenzioso.
L'istinto di sopravvivenza non è valso a cancellare la colpa opprimente:
Pensai che quella era la solitudine che mi attendeva. Era quella la vuota e implacabile solitudine, la notte che avrei dovuto affrontare, poiché avevo deciso di non interromperla. Non mi faceva spavento. Mi faceva spavento di più la speranza che stava sorgendo, dapprima timida, ogni giorno più insolente, perché era il segno che avrei maggiormente sofferto, una volta fuori di quella valle, dove il mio male passava inosservato. Mi faceva spavento pensare che volevo sopravvivere a ogni costo...
Ero un assassino, un ladro, un malato, un uomo colpito dalla collera divina. E ancora inseguivo le vanità. Ero anche un fuggiasco e, per Johannes, un nemico.
Ed è laggiù che la macchina infernale dei sospetti e delle ossessioni si romperà, sconvolgendo sia l'ufficiale, sia il lettore che nella mente malata di lui ormai è rinchiuso - e non ha motivo di dubitare delle sue parole - con il taglio logico e misericordioso del nodo gordiano di cui sono entrambi avvinti.

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