Fake news, ascensore sociale e idiozia ricompensata alla corte dei Longobardi

Rileggere non è una cosa che amo fare.
Ci sono tante storie là fuori: la curiosità cresce, il tempo a disposizione diminuisce; così, sono davvero pochi i libri che degno di una seconda lettura.

Eppure, riprendere in mano un'opera letta tanto tempo fa, con occhi più adulti, può rivelarsi un'occasione piacevole e persino sorprendente.

Ed è quello che mi è successo nel rileggere la popolare raccolta comica Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno - per esteso, Le sottilissime astutie di Bertoldo, Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino e Novella di Cacasenno, figliuolo del semplice Bertoldino (i primi due scritti da Giulio Cesare Croce; l'ultimo da Adriano Banchieri, entrambi bolognesi), pubblicata nel 1620.

La trama complessiva, riassumibile con il famoso adagio farne peggio di Bertoldo, è nota: astuzie e sentenze del villano di orrido aspetto e finissimo ingegno alla Corte di Re Alboino, a cui fanno da contraltare la dissennatezza del figlio e del nipote, malgrado l'influenza moderatrice della savia matriarca Marcolfa.

L'edizione illustrata Lucchi (1957), ereditata dai miei genitori

Al netto delle beffe di Bertoldo, dei suoi bisticci con il Re e la Regina, dell'ingegnosità con cui si trae d'impaccio e disarma il corruccio regale - che la memoria conservava piuttosto bene, malgrado i vent'anni trascorsi dalla prima lettura - c'è un episodio che, credo, potrebbe essere riletto sulla base di ciò che leggiamo e vediamo sui social media e in TV.

Seccato dall'elogio che Re Alboino fa delle donne, il misogino Bertoldo giura di fargli cambiare avviso:

Venuta la mattina, Bertoldo si levò dalla paglia e andò a trovare quella femina alla quale il Re aveva data la sentenza in favore e gli disse:
Bertoldo. Tu non sai quello che ha determinato il Re?
Aurelia. Io non so nulla se tu non me lo dici.
Bertoldo. Egli ha commesso che lo specchio sia spezzato, com'ei disse, e dato la metà a quell'altra perché ella si è appellata della sentenza; onde il Re, per non udire più querelle, vuole, col dividerlo, sodisfare all'una e all'altra.
Aurelia. Come che il Re ha determinato che il mio specchio sia spezzato, se di già egli ha sentenziato ch'esso mi sia restituito sano e intiero? Oh, che tu mi burli, va' via!
Bertoldo. Io non ti burlo, certo; che gliel'ho udito dire con la sua propria bocca.
Aurelia. Ohimè, che è quello ch'io sento; forsi ei fa questo per dar sodisfazzione a quella maledetta femina. Oh che giuste sentenze, oh che nobili azioni d'un Re, oh povera giustizia, come sei tu bene amministrata, poiché adesso si crede più alla bugia che alla verità. Oh misera me! Pur converrà ch'io ti veggia rotto in mille pezzi, caro il mio specchio, uh, uh!
Bertoldo. Il ciel volesse che non vi fusse di peggio.
Aurelia. E che cosa vi può essere di peggio per me che questo?
Bertoldo. Egli ha ordinato una legge che ogni uomo debba prendere sette mogli. Or mira un poco tu che ruina sarà per le case con tante femine.
Aurelia. Come, ch'ei vuole che ogni uomo pigli sette mogli? Oh questo è ben peggio che s'ei facesse rompere quanti specchi sono nella città. Ma che pazzia è questa che gli è saltata nel capo?
Bertoldo. Io non ti so dire altro, e t'ho detto tutto quello che a lui ho udito dire; a voi donne sta il diffendervi, prima che il male vada più avanti.
Così avendogli cacciato questo pulce nell'orecchio si partì da lei e se ne tornò alla corte aspettando di udire qualche gran novità avanti che fusse notte.

Aurelia diffonde la terribile notizia fra le donne di Verona; marciano dal Re pretendendo spiegazioni.

E rivolto a quelle con faccia turbata, disse loro: “Che novità è questa ch'io sento? E di dove procede questa sollevazione? Chi vi ha messo in tanta smania? Dove nasce tanto fracasso? Perché fate tanta ruina? Sete voi forse spiritate? Che malanno avete? Ditelo in mal ora, femine del diavolo”.
Donne. Che novità è la tua, o Re? Che umore di pazzia ti è saltato nel capo – rispose una delle più audaci e rabbiose – che frenesia ti è tocca a ordinare che ogn'uomo pigli sette mogli? O che nobile considerazione di prudente re! Ma sappi certo che ella non ti anderà fatta.
Re. Che cosa dite voi sciocche? Parlate pianamente, ch'io v'intenda, e vi risponderò.
Donne. Parlar pianamente, eh? Anzi bisognarebbe tirarti giù di quel seggio regale, dove ora siedi, e cavarti ambidue gli occhi.
Re. Che ingiuria, che dispiacere v'ho fatto io? Ditelo alla schietta, e non v'affocate tanto, cagne rabbiose che sete.
Donne. Non te l'abbiamo noi detto un'altra volta?
Re. Io non vi ho bene inteso, però tornatelo a dire.
Donne. Non è il peggior sordo, quanto quello che non vuole udire. Noi ti torniamo a dire che tu hai fatto un grande errore a ordinare per legge che ogn'uomo pigli sette donne per moglie, e che tu dovresti attendere ai negozi tuoi e del tuo regno e non t'impacciare in quello che a te non s'appartiene. Hai tu inteso adesso? Ma ben si vede che non hai punto di cervello e che sei pazzo affatto.
Partite le donne e quietatosi alquanto il Re, Bertoldo ch'era stato in disparte ad ascoltar il tutto, essendogli riuscito il suo disegno, si fece, ridendo, innanzi al Re e gli disse:
Bertoldo. Che dici, o Re? Non ti diss'io che prima che tu andasti a letto il giorno d'oggi tu leggeresti il libro alla roversa di questo che ieri dicesti in lode delle donne? Or vedi, ch'elle ti hanno chiarito.

Non vi suona come una fake news in piena regola?

Tuttavia, la scenetta mostra anche come Bertoldo preferisca avere influenza che diritti: quando contraddice il Re, quando porta al paradosso l'osservanza dei suoi ordini, non mette mai in dubbio la sua autorità (malgrado gli si rivolga con un confidenziale tu), né la propria posizione nella scala sociale, che è e rimane quella del contadino malgrado - o forse a motivo di - tutta la sua arguzia.

Persino la morte di Bertoldo è un avallo della gerarchia sociale:


E mentre ch'ei stette in quella corte, ogni cosa andò di bene in meglio; ma essendo egli usato a mangiar cibi grossi e frutti selvatichi, tosto ch'esso incominciò a gustar di quelle vivande gentili e delicate s'infermò gravemente a morte, con grandissimo dispiacere del Re e della Regina, i quali dopo la sua morte vissero poi sempre sotto una vita trista e infelice.

I medici non conoscendo la sua complessione, gli facevano i rimedi che si fanno alli gentiluomini e cavalieri di corte; ma esso, che conosceva la sua natura, teneva domandato a quelli che gli portassero una pentola di fagiuoli con la cipolla dentro e delle rape cotte sotto la cenere, perché sapeva lui che con tal cibi saria guarito; ma i detti medici mai non lo volsero contentare. Così finì sua vita con questa volontà, colui ch'era tenuto un altro Esopo da tutti, anzi un oracolo, e fu pianto da tutta la corte, e il Re lo fece sepelire con grandissimo onore, e quei medici si pentirono di non gli aver dato quant'esso gli addimandava nell'ultimo, e conobbero che egli era morto per non l'aver essi contentato.

E non è un caso che fra le massime bertoldiane apposte a mo' di tavole della legge sopra l'ingresso della sala regia, il podio spetti alle seguenti.


Chi è uso alle rape non vada ai pasticci.
Chi è uso alla zappa non pigli la lancia.
Chi è uso al campo non vada alla corte.

Anteponendo a questi saggi moniti il proprio trastullo, il Re e la Regina invitano a corte la vedova di Bertoldo, Marcolfa, e il figlioletto Bertoldino, che a dispetto dell'acume dimostrato da entrambi i genitori si rivela di un'idiozia sorprendente, facendo scempio dei doni concessigli dai sovrani.

Maurizio Nichetti nel ruolo di Bertoldino in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984).

Ed è questa l'occasione perché Marcolfa raccolga il mandato di Bertoldo, facendo spesso riferimento alla necessità che ognuno si attenga alla propria posizione originaria:

Marcolfa. Non ci far levare d'intorno questi nostri panni, i quali è tanto tempo che noi siamo usi portare, perciocché chi spoglia l'arbore della sua antica veste, non solo esso non fa più frutti, ma si secca affatto; voglio riferire che, se tu ci fai adornare di panni d'oro e d'argento, noi potressimo, mirandoci talmente addobbati e con quelle spoglie così ricche e di gran pregio intorno, darci ad intendere d'esser di qualche gran lignaggio, scordandoci in tutto la bassezza nostra, montar in superbia e in ambizione e voler farci temere a questo e quello, e insomma inasinirci affatto, poiché non si trova al mondo la più insolente bestia quanto il villano il quale si trova posto in alto stato dalla fortuna; però lassaci i nostri panni, come ho detto, perché mirando quelli staremo ognora umili e bassi, essendo nati per esser servi e non padroni.
Re. Gran parole sono queste, che tu dici, e degne da notarsi; e mostri in vero la sincerità dell'animo tuo, e conosco chiaramente che il Cielo dispensa le grazie sue tanto ne' luoghi ruvidi e alpestri quanto nelle popolate città, dove sono le scuole delle scienze e degli studi; e perciò tanto più voglio che tu sii adornata di ricchi vestimenti e che tu sia servita quanto la Regina istessa.
Marcolfa. Ascolta, o serenissimo Re, ti prego, prima una filateria piacevole, ma che torna a proposito nostro, la quale mi disse una sera la buona memoria di Bertoldo mio marito, mentre stavamo presso al fuoco a mondare delle castagne.
Re. Volontieri v'ascolto; dite pur su.
Marcolfa. Mi disse ch'egli avea udito raccontare a suo avolo, che fu una volta là nelle parti della Trabisonda, dove si sbarcano le scorze dell'anguille affumicate, un asinaccio grande e alto di gambe quant'ogni gran cavallo, il quale vedendo un dì certi corsieri con le selle guarnite d'oro e di perle riccamente ornate, e la briglia e il freno con borchie e rosette d'oro, e valdrappe riccamate superbissimamente, gli entrò nel capo (o che bestiazza) di esser anch'esso adobbato in tal maniera, e ne fece motto al suo padrone, pregandolo per quanto egli avea cara la sua pelle come era morto, a voler fargli fare una
sella, briglia e valdrappa della maniera ch'avevano quei corsieri, adducendo per ragione ch'esso non era manco nobile del cavallo, essendo anch'esso stato creato con tutto l'altro bestiame in un istesso giorno, onde per antichità non cedeva a nessun'altra bestia che si fusse. 
Alle cui parole il padrone così rispose: “Messer asino mio caro, non v'accorgete voi che dite una gran baccaleria? Perché, quando furono create le bestie, come voi dite, a ciascuna di esse furono dispensati i loro uffici, cioè il bue all'aratro, il cane al pagliaio, il gatto a prender i toppi, il mulo al basto, il cavallo alla sella, e l'asino qual siete voi alla soma e alle bastonate. Però voi non farete nulla, perché, se bene voi avesti attorno tutto l'oro di Mida, sempre sarete conosciuto per un asino, e poi avete le orecchie tanto lunghe che non potrete mai negare di non esser un asinaccio da legnate, come siete”. 
cui rispose messer l'asino: “Se l'orecchie longhe ch'io tengo mi hanno da scoprire per un asino, a questo tosto si trovarà rimedio con il farmele ascortare atteso la testa, che poi allora io parerò un bertone, dove che, come sarò guarnito con la valdrappa lunga e gli altri fornimenti, chi sarà quello che mi scorga per un asino? Fate pur venire or ora il marescalco, e quanto prima mi tagli l'orecchie” (mira che bestiale ambizione d'un asinaccio). Così il padrone per compiacerlo gli fece tagliar tutte due l'orecchie presso alla zucca e l'abertonò galantemente, e poi lo fece guarnire nobilissimamente e lo pose fra i suoi corsieri; il qual per esser sì grande, com'ho detto, fu tolto su le prime per un corsiero di molta stima. Ma perché la natura supera l'accidente, il misero animalaccio, vedendo passar un'asina per strada, subito si discavallò e s'inasinì di nuovo e, lasciando i cavalli, incominciò a correre dietro a quell'asina raggiando, e gettò in terra la valdrappa e la sella e ruppe la briglia e fece mille mali, scoprendosi in tutto e per tutto un vile asino com'egli era; onde coloro che fin allora l'avevano tolto per un cavallo, scorgendolo al raggiare e all'altre asinesche creanze ch'egli era un asino, tosto lo presero e lo menarono nella stalla, e ivi gli dierono una buona prebenda di bastonate e lo ritornarono sotto la soma secondo ch'egli era usato prima. 
Quest'esempio, o serenissimo Re, può servire a noi, che se tu ci farai vestire riccamente, e mettendoci co' principali della tua corte, ognuno ci mirerà e ammirerà finché staremo cheti; ma, come poi ci udiranno parlare, ci scorgeranno per due goffi e rustici montanari e, dove prima ci avevano in pregio e stima, si faranno beffe di noi e forse ancora ci faranno qualche scherzo. Sicché o lasciaci questi panni bigi che noi abbiamo, o, se pur vuoi farci vestire, facci vestir moderatamente, senza oro né seta, perch'io ti so dire che noi non siamo per riuscire troppo bene in questa corte, e massime questo mio figliuolaccio, il qual è più goffo che lungo e ogni giorno farà qualche disproposito da far ridere la gente, e forse ancora piangere.

Giustizia o carità? Uguaglianza o graziose concessioni? 
In fondo, è un tema ancora oggi nodale.

Un po' per le insistenze di Marcolfa, un po' per la stupidità senza speranza di Bertoldino, i due sono autorizzati dal Re a ritornare a casa, non prima di aver accettato altre regalie.

Anni dopo, il ritorno dell'anziana signora a Corte su invito del Re, questa volta come tutrice dell'ancor più dissennato nipotino Cacasenno, dà la stura ad altri doni e favori regali, con grande scorno dei cortigiani:

Maggiordomo, solo. O gran cecità d'alcuni Signori, i quali dànno così largamente a' Buffoni; vedete trascuraggine grande di questo mio Signore: donare duecento fiorini a questo scimiotto per quattro scioccherie, e talvolta un Letterato, un Poeta, un Musico, o altro virtuoso, gli dedicherà un corso di sue laboriose fatiche in Stampa, e ne sarà appena ringraziato con una lettera piena di vento per fabbricarsi vari castelli in aria, che altro non gli portano in borsa che volontà e speranze, tutte monete da laggio, che manco sono sufficienti per comperarsi una soma di legna da scaldarsi la vernata nei loro faticosi studi. 

I ragazzi di Geordie Shore: Bertoldini e Cacasenni del XXI secolo?

In ciò riprendendo un osservazione già fatta nel Bertoldino:


Filandro. Costui si vuol vuotare innanzi ch'ei vada a empirsi. Orsù, vieni via. O che nuovo pesce è questo? Io non so che gusto si abbiano i prìncipi di questi buffoni e di queste zucche mal salate, che più li apprezzano che non fanno ogni gran letterato, e ogni giorno gli donano vestimenti d'oro e di seta e danari in quantità grande, e all'incontro poi hanno mille virtuosi e uomini sapienti nella corte invecchiati ne' suoi servigi, né hanno mai avuto da essi un minimo guiderdone delle fatiche loro, e i miseri si vanno pascendo di fumo e d'ombra e di speranza vana, fra i quali vengo a essere io uno di quelli, il quale ho servito in questa corte tanti e tanti anni, con tanta fedeltà, con tanto amore a questi signori, né mai ho scorto in essi un minimo segno di recognizione, anzi, per più mio scorno, son ridotto ora a menare un villano a cacare. Or mira se questa è una degna mercede, e se io sono nel fine di mia vita ridotto a fare un nobile officio. O povero Filandro! Orsù vien via, che possi tu caccare le budelle, porco che sei.

Invidia? Senz'altro.
Ma andiamo, quanti di noi, che ogni giorno ci arrabattiamo fra studio e lavoro e mille altre preoccupazioni, non si scandalizzano per i fiumi di denaro fatti senza apparente sforzo dai calciatori, dalle Kardashian e dai protagonisti dei più beceri reality show?

Siamo tutti un po' Filandro, in fondo.

Commenti

  1. Ciao! Avevo già sentito parlare della storia di Bertoldo, ma ho trovato la tua analisi molto bella. Certo, come ci ricorda Filandro, un po' di "invidia e rabbia" per chi dalla vita sembra avere tutto senza sforzo è umana, ma è meglio ricordarsi che "non è tutto oro ciò che luccica"...
    Comunque mi sono iscritta al tuo blog, da oggi ti seguirò volentieri! :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il primo commento, grazie!

      C'è tantissimo di attuale nella nostra letteratura del passato... mi fa molto piacere che questa missione di recupero sia apprezzata :)

      Elimina

Posta un commento