L'erotismo necessario

Ecco il ragazzo abbassare lo zip e slacciarsi i pantaloni e tirarli giù fino a
metà coscia, una coscia scura e pelosa, ed ecco allo stesso tempo
rovesciar fuori il cazzo dagli slip: un cazzo scuro ed enorme,
tremendamente rigido, dalla strana forma: una forma curva, a scimitarra,
quasi piatto ma sorretto da un vero e proprio nerbo che lo inarcava verso
l’alto: non era fermo, pulsava e si inarcava, alzandosi e alzando e
muovendo il volto di Silvia che gli stava appoggiato e strofinato con la
sua grossa e larga testa violacea che ricordava quella di un cobra. Ecco
infine Silvia avvicinare lentamente le sue labbra contorte al cazzo e
ingoiarlo. Sì, ingoiarlo fino alla radice. Poi cominciare lentamente a
succhiarlo, con gli occhi chiusi, accosciata, a gambe larghe e sorretta dalla
punta dei piedi con le cosce tremanti per lo sforzo. Ingoiava a fatica e di
tanto in tanto, quando, a qualche pulsione, il cazzo le sfuggiva lei lo
riprendeva con la bocca e per poterlo ingoiare apriva tutta la bocca e le
labbra fino a tenderle. Quindi ricominciava a succhiarlo: finché il ragazzo
eiaculò, molte volte: dal gesto, dall'inarcamento dei fianchi e dagli spasmi
della gola di Silvia nell'ingoiare il ragazzo eiaculò molte volte, dieci,
dodici, non finivano mai. Silvia attese molto tempo con il cazzo dentro la
bocca, sempre tesa e tremante sulle punte dei piedi e il ragazzo stava
sempre così inarcato. Poi, ma dopo un tempo che pareva non finire mai,
Silvia ritirò le labbra dal cazzo e lo guardò: deglutì ancora una volta e si
passò la lingua sulle labbra da un lato e dall'altro: come un gatto si lecca i
baffi.

Sembra tratto da un romance americano fresco di stampa vero?

L'eccitante visione, invece, è italianissima ed è tratta da L'odore del sangue, romanzo di Goffredo Parise, pubblicato postumo da Rizzoli nel 1997. 


La prima edizione del romanzo (1997).


Cosa distingue il sesso crudo, grafico che permea l'opera da quello che possiamo trovare in un qualsiasi romanzo rosa?

Io credo che si tratti della sua necessità.

Nulla è gratuito, nulla è osceno nell'erotismo di cui Parise intride i suoi altrimenti pallidi protagonisti - una coppia romana, benestante ed essenzialmente borghese della Roma anni Settanta, il cui equilibrio fra comunione di sentimenti e distrazioni dei sensi è sconvolto dall'improvvisa passione di lei per un giovane problematico e violento, fino alle estreme conseguenze.

Non si tratta di volgarità, perché questo sesso, dapprima inseguito e cercato dal protagonista, e da lui poi tormentosamente intuito e vissuto attraverso le sempre più esplicite confidenze della moglie, è simbolo di qualcosa di più.

Ma cosa? 

Cos'è quest'odore, sesso, tragedia, o sangue?

L'odore del sangue, così brutale e vivo, tale da confondere una troppo sazia, istruita e civile società: l'odore di un destino che colpisce nell'intimo lasciando un profondo senso di non comprensione; perché può soltanto essere vissuto:


stagnava, nella sua dolcezza, e per così dire parlava; si esprimeva, un po’ come potrebbe esprimersi un quadro. Quell'odore era un’opera d’arte e, proprio come l’opera d’arte, quando è veramente tale, esprimeva soprattutto il mistero, l’attesa, il rimando a capire. A capire che cosa? Non lo sapevo. 
[...] Sì, era chiaro, quello era l’odore della vita, l’odore più profondo essenziale ed unico della vita, ma perché mi attraeva tanto? Perché mi attraeva tanto, quale tipo, qualità di attrazione esercitava su di me? Forse quel tanto di belluino, perfino di antropofagico e vampiresco che, nel profondo più profondo, esiste ancora nell'uomo? Forse. Forse come una metafora, cioè come qualche cosa che allude ad altra o altre cose, per esempio alla brevità della vita, alla sostanza di cui siamo fatti, al fagotto di ossa carne e appunto sangue di cui siamo al tempo stesso contenuto e contenitore? Forse al Dove andiamo, chi siamo, da dove veniamo? a cui appunto allude Paul Gauguin in un suo famoso quadro? Certamente a tutto questo perché in quell’odore, nella dolcezza di quell’odore c’era anche una punta dell’odore di secrezioni, di sperma, cioè di acque e di ittico, una punta di quell’odore di mare che si coglie alle volte quando si ingoia un’ostrica fresca insieme alla sua acqua marina. Ma non più di una punta che bastava a spiegare tutto in una sola, chiara, ma in realtà vaghissima parola: la vita. Ancora, dunque, non capivo. 
Continuai per molti anni a non capire fino in fondo il senso di questa emozione che sapevo però si sarebbe potuta afferrare e capire; l’odore del sangue restò lì, nelle zone incerte della mia coscienza come appunto certi sogni che si ricordano solo a mezzo, o certe frasi che appaiono magiche, inspiegabili ma tanto più affascinanti e misteriose proprio per il loro suono e niente più. Poi, un bel giorno, accadde qualche cosa che era, appunto l’odore del sangue.

L'odore del sangue, del destino biologico cui nessuno può sfuggire: accettandone il lavoro di necessaria distruzione, si arde poco a poco; abbracciandolo come Silvia, la protagonista, sceglie - o è costretta - a fare, si è divorati.

Non c'è razionalità o suggestione romantica, scrive Parise, con ironica obiettività pur sotto la finzione dell'io-narrante, che possa salvarci dalla vita, dal suo scorrere fatale per correnti che riusciamo a percepire solo al momento dello scontro decisivo.

Come lavare il sangue con l'intelletto?

Non si può: la stessa incompiutezza del romanzo, che Parise compone di getto - e non a caso - dopo il malore occorsogli nel 1979, per riesumarlo solo poche settimane prima di morire, sette anni dopo, è un piccolo monumento alla vittoria della vita sulla ragione.

Una conclusione cupa - che l'autore redime in parte con un finale tanto prevedibile da esser quasi peggiore di una sconsolante ma interessante riflessione sul nostro destino di animali culturali.

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