I bambini ci guardano

I piccoli ci guardano.

Nell'epoca di "chi pensa ai bambini"; dell'educazione carente e sterile d'ogni zona d'ombra - quella stessa che noi per primi rifiutiamo e che tanto ci lascia increduli e sfiniti, più della profonda bontà o del male puro - sembra che la prassi sia stornare, stornare continuamente i nostri figli dalla vita, e accorrere con disinfettante, qualora ci si sporcassero le manine.
Non certo per soverchio amore o tenerezza; piuttosto, per tutelare il nostro egoismo, senza l'assillo di piccoli sguardi intelligenti e puntuti.

Cosa succederebbe se lasciassimo pascolare i nostri bambini nel teatro delle nostre ridicole passioni e ancor più ridicoli errori? Come reagirebbero, se la quinta di cartone delle convenzioni e della gerarchia cadesse?

Probabilmente, ne farebbero una fiaba.

Come Goffredo Parise fa nel suo struggente e schietto Il Prete bello (1954).

Pubblicato da Adelphi

Gli elementi mitopoietici abbondano.


C'è una vecchia corte cadente, buia e ribollente di quotidiane meschinità; una serie di curiosi personaggi la popolano, individui sospinti ai margini dalla povertà e dalla loro sostanziale inadeguatezza fisica, morale e sociale - vecchie streghe e pallidi spettri.

C'è la lotta per la sopravvivenza, fra piccoli traffici e furtarelli, che prevale sulla lenta ma inesorabile minaccia della guerra, voluta da un potere che si percepisce lontano malgrado le esteriori professioni di lealtà.

E ci sono infine loro, i piccoli: Sergio, lo sguardo bambino dell'autore, e l'amico Cena, che fra scaltrezza da adulti e meraviglia infantile, quella che si affida al destino benché non troppo si aspetti da esso, vengono iniziati alla tenera e misera ambiguità della vita.

Apprendistato che inizia con un'apparizione meravigliosa:
...don Gastone Caoduro, fiore di serra, spuntò, crebbe e si abbellì in quel cortile in mezzo a noi, simile a un'orchidea in un cumulo di spazzatura. Forse era il destino a mandarlo. Dal momento che l'idolo più grande non bastava a tutti i caseggiati d'Italia, il cielo ce ne spedì in terra uno che fosse per nostra esclusiva adorazione, in via Corpus Domini numero 18, bello, a somiglianza di eroe ma, per un certo ordine e buon costume, in abiti da prete.
E che prete - tale da rinverdire di promesse le vestigia di tante spente femminilità:
Praticava molti sport, era uomo di azione e, col passare dei giorni, più virile che mai d'aspetto... Sapeva tutti i buoni odori di questo mondo... un buon profumo di sapone, di cuoio di capretto, di brillantina Arys, ma niente di prete. E un prete di trentasei anni, bello, alto, che sapeva pilotare l'aeroplano, che andava alla palestra del ricreatorio e al cinema quasi ogni giorno... che prete era? Ma indossava la veste, questo salvava le apparenze e le signorine avevano sempre dalla loro la scusa degli ospizi, delle associazioni, delle beneficenze e, alla disperata, il confessionale...
Basta poco perché il piacere, forse tanto più torrido perché inaccettabile ed insaziabile in modo lecito, accenda gli animi delle vetuste inquiline.

Sergio e Cena, scaltri come piccoli chimici, osservano scientificamente le reazioni che si consumano davanti ai loro occhi, e sapientemente manipolano, mescolano e agitano per divertimento e per profitto, mettendosi al soldo delle attempate eroine d'amore: la sorveglianza del beniamino della corte - sostenuta da una buona dose d'inventiva - frutta loro una stupenda bicicletta sportiva.

Ed è indicativo come, a dispetto del modo poco ortodosso in cui l'hanno ottenuta, la magica bici si trasformi in un talismano, in un oggetto parlante che spira promesse di felicità - duplice codice di bimbo e di uomo, di teppa e di innocente:
...allora alzavo gli occhi alla bicicletta: mi pareva che si muovesse, che le pedivelle, il manubrio, i raggi si articolassero da soli girando nell'aria, parlandomi, dicendomi con affetto: “Forza Guerra, spingi bambino, spingi, va' avanti ancora... Forza piccolo Binda, presto non sarà più freddo, presto andremo via insieme, ti porterò per strade bianche in mezzo a prati di erba alta e mangeremo pane e salame nelle osterie... vedrai dove andremo noi due, collega, padrone, bambino! più forte di un aeroplano andremo..." 
Ero convinto che la bicicletta mi parlasse, mi facesse questi e altri discorsi. La guardavo con riconoscenza, la ringraziavo, sapevo che lei mi amava come io l'amavo...
Un doppio codice che forgia una strana lealtà fra tutti i membri della ghenga, della "naia" e da cui il furto o l'inganno diventano la base per un atto di generosità sublime:
Aggiunsi la mia parte e accartocciammo il denaro per la naia. Poi scendemmo da via San Faustino saltellando in direzione dell'imbuto di case sopra il canale. Eravamo due angeli, e le nostre tasche erano piene di stelle più rare e preziose di quante si stavano accendendo in cielo.
E così le piccole brighe d'ogni giorno, gli amici, la bicicletta delimitano il piccolo mondo in cui Sergio si cimenta con la vita, traendo da tutto il meglio per sé:
Io stavo bene dov'ero, sapevo più o meno quale sarebbe stata la mia vita, ne ero contento e anche commosso certe volte. Avevo la mia bicicletta, Cena, la naia, e avrei potuto cavarmela da solo, di elemosine, se avessi voluto.
A questo ripiegamento contribuisce anche il virare della passione delle signorine per il prete bello in un sentimento materno, protettivo, a cui Sergio e soci non sono più interessati, indulgenti come sono nei confronti del mondo adulti, non giudicando se non sulla base del proprio interesse immediato.


L'adattamento cinematografico del 1989.

Ma siamo, come dicevamo, in una fiaba.
E seguendo la lezione di Propp, all'insufficiente prima rottura dell'equilibrio ne deve seguire un'altra, perfetta, compiuta, in forma di fata:
Fedora... benedetta da Dio e da tutti i santi, che avevano occhio fine, restò da noi a farsi vedere all'abbaino della soffitta mentre stendeva la biancheria, a muovere le gambe simile a una bianca cicogna dalle zampe lunghe e snelle in cima al tetto, a muoversi controluce, e quando usciva, al tramonto, diventava la più bella santa di tutti gli altari, soffusa di una luce rosso-arancione, spandeva un incenso di pelle unta e profumata che si sentiva fino al cortile.
L'apparizione di Fedora è il vero, delizioso fiore dal profumo velenoso che scardina le apparenze e conquista l'impensabile:
In un turbinio nero di tonaca don Gastone le fu sopra, e lei aveva appena fatto in tempo a nascondergli il viso arroventato, tentando di placare il battito delle vene nella morbida coltre dei suoi capelli e di soffocare nello stesso tempo in qualche modo quel "ooh Dio! mamma mia, vado in svenimento..." di lui, profondo, ruggito, infantile, così intenso da aprire le finestrelle dell'abbaino.
Tutto precipita, tutto rotola nello scandalo e persino nella tragedia; salda rimane solo l'amicizia di Sergio e Cena, che sacrificano alla reciproca lealtà il nascente amore per la ninfa del cortile:
Ci innamorammo tutti e due e ce lo confidammo una sera di particolare tristezza e solitudine, nel porticato. Ci abbracciammo, allora, con le lacrime agli occhi, per niente gelosi l'uno dell'altro; ma che dico, gelosi! fu una delle poche volte in cui Cena non pensò di imbrogliarmi...
e tra amare lezioni e desideri, più di quanto gli adulti indifferenti e ripiegati sulle proprie manie possano impartire e ispirare
Cominciavo a capire che in qualunque parte si andasse, qualunque mestiere si facesse, dovunque c'era il sopruso, la frode, la legge del più forte. E questo non perché il nostro ambiente fosse un ambiente di ladri o di gente affamata, semmai proprio per questo, perché la fame la conoscevamo tutti, il sopruso non avrebbe dovuto esistere. Probabilmente era una cosa più forte della fame e della fratellanza...  
Sbucai nel canale, e la luna mi sembrò un buco nell'oscurità di questo mondo: sarei passato di là un giorno o l'altro, con la mia Bianchi da corsa, per andare in quei famosi prati, oltre quel buco luminoso, a correre dignitosamente coi figli delle persone perbene.
e un'incredibile capacità di percepire e amare la bellezza nonostante lo squallore e la bruttezza imperante
Era una notte meravigliosa: folate di aria calda attraversate da un curioso odore salato sventavano dai lati opposti del vicolo, spazzando i primi odori del mattino gravidi di una macerata essenza di roba da mangiare, di materassi, di pagliericci, di sonno promiscuo, di capelli, di fumo e del caffelatte che costituiva il nutrimento dell'intero rione.
In cielo occhieggiavano le stelle, più grandi del brillante del federale, e quando ne cadeva una pensavo a quei commendatori che stavano salendo in cielo a fatica, tutti rossi ed eccitati in viso, coperti da una lunga camicia a pieghe: per non render conto a Gesù del modo con cui si erano procurati quei brillanti che luccicavano alle dita, essi li gettavano in terra un'altra volta, dopo morti, presi dalla paura dell'Inferno, e i brillanti solcavano il buio con quei bagliori azzurri.
Io ero rimasto per ore in contemplazione di minuscole uova azzurre in un nido, e quello che più mi aveva stupito, oltre a quelle uova colorate, era il fatto che degli uccelli si fossero costruito un nido così allo scoperto, appeso alle estremità di un immenso ramo di cedro, senza timore di saccheggi. Fu in quell'occasione che imparai come certi uccelli non siano diffidenti e sospettosi, mentre gli uomini lo sono al punto di applicare il catenaccio ai gabinetti. 
resta come ultima vena d'umanità fino allo sconsolato e bellissimo finale.

Sì, i bambini ci guardano.
E tutto vedono, tutto registrano e tutto elaborano in una personalissima scala di valori che - purtroppo o per fortuna - più spesso che no prescinde dall'ipocrisia dei grandi. 

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