Chiaroscuri di periferia

Pensiamo sempre al passato, familiare e collettivo, come a un'età dell'oro travestita di calcina.

I sacrifici d'altri tempi.
Le ristrettezze d'altri tempi.
L'educazione d'altri tempi.
I valori d'altri tempi.

Li vediamo in bianco e nero sbiadito, nei racconti attorno al desco di domenica, i nostri genitori e nonni e bisnonni, a capo chino, quasi che la loro esistenza non fosse stata che un esercizio di rinuncia di sé, la costruzione faticosa della piramide umana su cui noi, i cosiddetti sazi e scontenti rampolli del terzo millennio, potessimo arrampicarci per meglio gridare e rivendicare il diritto all'affermazione della nostra inalienabile unicità.

Non è l'oggettivo divario di opportunità e agio fra loro e noi che sempre ho messo in dubbio, bensì l'accettazione del loro destino di semplici cellule, ingranaggi di un sistema che iniziava a macinare chilometri sulla strada del boom economico promettendo loro in contropartita una logorante tranquillità.

Era davvero solo questa, la vita: il culto del dovere e la necessità di praticarlo?
Il pensiero di sé e per sé, l'ambiguità e l'indecisione non ammettono radici negli operosi tempi che furono?

Mai una riflessione, un cedimento, un tormento?
Mai nessuno pensava che
"È questa qui la vita? Nascere com'era nato, lavorare come gli toccava lavorare, tossire, tirar per tutte le strade tricicli carichi d'acciaio, latta e zinco, sognare cose che nessuno mai sarebbe riuscito a fargli toccare 
[...] È questa qui la vita? Nascere com'era senza chiedersi verso dove"
I venti racconti che, nel loro intreccio di giustezza assoluta, compongono "Il ponte della Ghisolfa", pubblicato da Giovanni Testori nel 1958, credo siano un'esauriente risposta.


Il ponte della Ghisolfa, pubblicato da Feltrinelli nel 1958. 

Lungi dall'essere semplici bozzetti tratti dalla periferia milanese, l'affresco dipinto da Testori è fratello legittimo della borgata romana cantata da Pasolini, e forse persino più penetrante laddove la narrazione del grande giornalista, pur intrisa d'amore e dolore, si veste di antropologia e critica politica e sociale.

In Testori, invece, il dato concreto della periferia, del duro lavoro, del degrado e delle costrizioni materiali e morali diviene premessa all'indagine cruda e laboriosa dei chiaroscuri, della ridda di ragione e sentimento che l'umanità stanca e ardente dei casermoni vive, alla ricerca di una quadra difficile, se non impossibile, fra cuore e bisogno e coscienza:
Un sentore che s'era risolto in qualche scrupolo, qualche situazione e in qualche pensiero ma che poi il vento della felicità aveva spazzato via senza lasciar né strascichi, né memorie; fin lì infatti il bisogno e il piacere di vivere eran stati per lui una giustificazione così naturale di tutto ciò che faceva da non aver bisogno di proporsela: il meccanismo segreto che rassicura e rende tranquilli era scattato sempre da sé, né più né meno d'ogni altro meccanismo della sua vita. Ma adesso?   
[...] se la coscienza avesse avuto possibilità di puzzare lui, a quel punto della sua vita, avrebbe dovuto torcer il naso da sé. Ma poiché di puzze la coscienza non ne dà, così come non dà profumi, in che modo avrebbe potuto togliersi di dosso ciò che ormai gli s'era trasfuso dappertutto? 
[...] "a meno che anche questa volta la coscienza non c'entri e a spingermi sia un'altra volta la convenienza..." Ma se prima era stata convenienza del portafogli e del piacere, adesso era convenienza del cuore.  
"Sì, questa volta sono certo: è lei, la coscienza," si disse. E appena ebbe confermata a se stesso quella certezza si ricacciò nei dubbi, nei travagli e nell'esplorazione della sua vita e del suo destino [...] 
Così il Brianza, la cui carriera di barista e magnetico ragazzo di vita s'instrada con incerta decisione nell'alveo di una più rassicurante - materialmente e spiritualmente - relazione con una donna più anziana.

E di tanti, tanti altri giochi tragici di luci e ombre è intessuta l'intera raccolta.

Una sbandata per il cognato è sollievo, tormento e affermazione di sé, tutt'insieme:
[...] si contraddiceva come una bestia che presa nella trappola veda una via d'uscita, poi subito non la trovi più, poi ne veda una seconda, poi una terza e intanto il cuore e le vene le battono sempre più forte e il terrore la confonde rendendola incapace di scegliere e di decidere. Tutto quello di cui s'era sentita sicura poco prima e cioè che tradire il Michele era una rivalsa necessaria alla sua dignità, adesso le pareva un'affermazione fragile e vana [...] Mano mano sul lato opposto il Michele si svestiva e si preparava ad entrar nel letto l'Enrica capiva che la sua presenza [...] anziché renderle più evidente e più squallida la vergogna aumentava la legittimità del tradimento. Dunque più schifo durante la notte quel corpo le avrebbe fatto, più luce avrebbe preso la sua pena [...] il contrasto col corpo e con l'anima del fratello le avrebbe confermato che aveva fatto bene a tradirlo, che tradirlo era stato giusto. 
In realtà di ciò che aveva pensato e di ciò che aveva fin desiderato non accadde nulla. Ben presto di fianco a lei il respiro del Michele divenne quello che lui aveva sempre quando dormiva. 
Allora [...] capì che i rimorsi doveva tenerli per sé come paga necessaria alla gioia di poco prima e di tutte le volte che si sarebbe vista col Raffaele o come adesso l'avrebbe pensato; e che se mai a distruggerli avrebbe dovuto esser lei e lei sola. E soprattutto che come prima cosa doveva sforzarsi di non confondere quei rimorsi con le difficoltà e i pericoli che, continuando quella relazione, avrebbe incontrato; perché questi e non quelli avrebbero potuto perderla.
La pratica sportiva che si fa scuola di vita non più civica, ma spietata e darwiniana:
Tanto ormai con la vittoria che stava per agguantare era chiaro: ancora un anno in mezzo a quelle frigne e poi, via. E lui che restasse pure. Sì, l'Ezio era come il Consonni: anzi meglio. Ma [...] avrebbe cominciato a tirargli il collo. L'avrebbe piantato lì, quanto bastava per arrivar con il distacco che l'avrebbe riconfermato per quello che era: il campione: il dio: senza rivali, senza nessuno, né niente che gli potesse star dietro: né delle altre squadre, né della sua: nemmeno il ricordo del Consonni: niente. Adesso capiva: se avesse fatto come stava pensando di fare anche col Consonni, si o no si sarebbe poi trovato a dover fare quello che aveva fatto [...] E come stava facendo con l'Ezio avrebbe dovuto fare con il Consonni fin dalla prima volta che avevan fatto coppia. Non gli sarebbe successo niente. Sarebbe stato quello che era e sarebbe diventato quello che stava per diventare senza dover fare i conti con nessuno e men che meno con se stesso. Non avrebbe avuto la nausea che ricominciava a sentire per tutta quella gente, per tutte quelle mani, quegli occhi, quelle bocche che gli gridavano: "Forza!"  "Dài!"  "Sei un dio"  "Forza!"  "Dài!" : per cui ormai cosa doveva fare? 
Con la voglia d'uscire al più presto da quelle frignette per salir tra i grandi? E oltre a quello il Consonni; ecco perché l'aveva tolto di mezzo; tutte le ragioni che aveva avuto di farlo andavan bene; ma doveva continuare a giustificarle e non solo adesso ma domani, dopodomani, in ogni corsa cui avrebbe partecipato; sempre. Non poteva mollare; se avesse mollato, quello che aveva fatto gli sarebbe tornato davanti in tutta la sua inutilità [...]
Dalla raccolta è liberamente tratto il film Rocco e i suoi fratelli (1960).

L'onore, la rivalsa e altri indicibili, contraddittori sentimenti maschili:
"Dico" aveva fatto il ras avvicinandoglisi. "Non vorrai scherzare..." e appoggiandogli gli occhi freddi, quasi di vetro, sul corpo l'aveva fissato senza pietà [...] "Sì, ecco, l'incontro... Ragazzino, fin qui le vittorie son stato io a procurarle a te..." 
"Non era possibile" aveva pensato. "Scherzava; lui il campione, il protettore, quello per cui sarebbe stato disposto a qualsiasi cosa, anche a passar sopra a sua madre, quello che lo veniva a trovare di tanto in tanto anche nei sogni... Non era possibile; era solo uno scherzo, uno scherzo fatto per intimorirlo e poi riderci sopra." [...] c'era il sentimento che lo legava a lui, non mai ben spiegato, ma che pareva assai più d'un affetto cameratesco, una specie di venerazione, una specie d'amore. 
[...] E invece lì, sul punto di dirgli quello che aveva in animo: "Andrà come andrà, Duilio, ma quello che c'è tra noi nessuno lo toglierà più," ecco le parole fredde, le intimidazioni oscene, le minacce e i ricatti vili uscir dalle labbra del suo idolo [...] "Allora, siamo intesi. Questa volta l'incontro è mio. Hai capito? Mio. Cosa credi che t'abbia creato il piedestallo per fare? Per collocar più in alto la mia gloria: è così naturale... L'aveva guardato con intensità tra delicata e feroce; poi, dopo aver scorso con gli occhi tutti gli spogliatoi, "intanto che non c'è nessuno, questa" e aveva alzato il braccio verso la sua testa, "non ho voglia di spaccartela... Hai capito? Perché dopo tutto mi piaci..." e gli s'era avvicinato fissandolo come se volesse baciarlo. Ma giunto vicino s'era fermato: "Intesi?" aveva fatto. 
[...] finito il combattimento, [...] il Duilio già vestito e pronto per uscire gli s'era avvicinato, gli s'era piegato addosso come se volesse veder meglio la ferita e gli aveva mormorato: "Me la pagherai, troia." 
La paga era stata la seduzione e il disonore della sorella: non era più possibile aver dubbi.
E sono solo esempi del fermento di crude speranze, pulsioni e necessità in cui possiamo trovare un punto di contatto con questo passato prossimo gravato da un mitico stoicismo; passato la cui eredità più autentica, anziché un'idealistica e ipocrita venerazione, risiede, credo, nella libertà di affrontare e gestire il proprio sentimento, pensiero ed agire a seconda delle contingenze, di tollerare ed essere responsabili dell'ambiguità di cui siamo portatori.

Una libertà dolente, consapevole e reale che non ha meno dignità del bisogno odierno di tutto chiarire, tutto esigere e tutto normare, di abbacinare con poliziottesca pressione quella zona d'ombra che è insieme la nostra colpa e, talvolta, l'unica redenzione a cui possiamo aspirare.


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